giovedì , 25 Aprile 2024

La libertà di scioperare. Pneumatici sgonfi alla Nexen

di DEVI SACCHETTO

“Sono orgogliosa dello sciopero che lavoratori e lavoratrici hanno proclamato alla Nexen per ottenere un aumento salariale. Nell’impresa in cui lavoro abbiamo firmato un contratto collettivo aziendale poche settimane fa con un aumento del 9%, ma non è stato facile perché nessun imprenditore vuole alzare i salari anche se l’inflazione nel 2022 in Repubblica Ceca è stata molto alta”.

Così racconta Alexandra, delegata sindacale di una fabbrica poco lontana da Žatec nel cosiddetto Triangle Strategic Industrial Zone dove la Nexen ha la propria sede. Con 1100 dipendenti la Nexen, una multinazionale sudcoreana, produce pneumatici per diverse case automobilistiche mondiali. Aperto in pompa magna con 300 invitati nel 2019, lo stabilimento di Žatec a un’ora e mezza da Praga, è uno dei più importanti greenfield stranieri nella Repubblica Ceca ed è stato il primo della Nexen fuori dall’Asia dove è presente in Corea del sud (Jangsan e Changnyeong) e in Cina (Qingdao). L’obiettivo era rispondere alle esigenze dei clienti in modo più rapido e flessibile, secondo le parole di Travis Kang, amministratore delegato dell’impresa. Una strategia perseguita da molti produttori di semilavorati e parti dei prodotti e che secondo alcuni potrebbe accentuarsi data la necessità di ricostruire le catene produttive sulla base del cosiddetto friendshoring. Ma gli amici non bastano mai e chi ha più filo, cioè più potere per comprarsi gli amici, più riesce a tessere. Posizionandosi in quest’area la Nexen ha la possibilità di rifornire almeno 30 case automobilistiche nel raggio di 400 chilometri. Ma larga parte del materiale necessario per la produzione (gomma, naturale, oli, carbonio, silicone e altre sostanze chimiche) arriva dall’Asia via nave e che viene poi trasbordato sui camion.

Lo stabilimento di Žatec, pomposamente definito smart factory, è costato 880 milioni di dollari ed è lungo quasi un chilometro includendo anche un centro di ricerca e sviluppo e un magazzino automatizzato alto 50 metri, largo 50 metri e lungo 80 metri, con 18 scaffalature che può contenere fino a 360.000 pneumatici. Nel 2022 ci si aspettava che arrivasse a produrre 11 milioni di pneumatici, ma “la produttività dipende dalle giornate”, ci racconta Hanuš, un dipendente che pur condividendo lo sciopero ha scelto di continuare a lavorare “la media sono 15-16.000 penumatici al giorno”. Qui i salari operai sono nell’ordine dei 900-1000 euro mensili, mentre si produce 24 ore al giorno per 7 giorni alla settimana con turni di 12 ore con il sistema già in vigore durante l’epoca del socialismo reale: una settimana si lavora 2 giorni, un’altra 5 giorni. “Questi turni di lavoro sono diffusi in molte fabbriche della Repubblica Ceca e permettono a lavoratori e lavoratrici di avere molti giorni liberi e qualcuno ne approfitta anche per fare un secondo e talvolta anche un terzo lavoro, magari lavorare un pezzo di terra e fare l’imbianchino. Così mette insieme più salari per poter riuscire a vivere decentemente”, racconta un sindacalista. Ma alla Nexen i turni di lavoro sono pesanti e non è facile poi mettersi di nuovo a lavorare. “La produzione non si ferma mai perché si pranza a rotazione e le macchine continuano a funzionare. Si lavora in catena di montaggio anche se vi sono molti macchinari e robot”, dice Hanuš, “la mia linea di assemblaggio è lunga diverse decine di metri e siamo solo in quattro”. In effetti, lo stabilimento ha un livello di automazione molto avanzato e gli operai operano a larga distanza l’uno dall’altro essendo intervallati dal lavoro (morto) di decine di robot.

I dipendenti sono in larga maggioranza cechi, assunti direttamente a tempo indeterminato, mentre un 7-8% sono assunti da agenzie interinali o attraverso imprese di appalto. Diversamente da molte aziende della zona che si servono in abbondanza di agenzie di reclutamento e di manodopera migrante, la Nexen preferisce fare affidamento principalmente sulla forza lavoro ceca. Ma anche in questa zona, che un tempo aveva alti tassi di disoccupazione, reperire forza lavoro non è facile. La guerra in Ucraina ha permesso a molte aziende di respirare almeno finché dura: “dopo l’inizio della guerra sono arrivate molte persone dall’Ucraina, in stragrande maggorianza donne”, ci racconta Marián un operatore sociale che vive in una cittadina vicina. In effetti, la forza lavoro migrante conta ormai per quasi il 16% di tutti gli occupati e nonostante mezzo milione di rifugiati e rifugiate che per il 30-40% lavorano, il tasso di disoccupazione in Repubblica ceca rimane al 2-3%, mentre il tasso di occupazione sfiora il 76%. Le agenzie interinali lavorano a pieno regime puntando sempre più a migranti provenienti da Paesi non dell’UE poiché questi sono maggiormente gestibili per le imprese rimanendo imbrigliati nelle maglie del regime migratorio ceco: “fino a 4-5 anni fa c’erano molti rumeni, bulgari e polacchi, ma rimanevano per poche settimane e poi si spostavano verso la Germania o altri Paesi. Adesso abbiamo persone dalla Mongolia, dalla Serbia, dalla Macedonia e dalla Bosnia, oltre che ovviamente dall’Ucraina”, racconta un lavoratore di una fabbrica di elettronica collocata nella parte orientale del Paese. Quanti sono arrivati dopo l’inizio della guerra, uomini e donne, alloggiano spesso nei dormitori, diffusi in tutta la Repubblica Ceca, e sono assunti attraverso agenzie di reclutamento gestite da altri ucraini e ucraine: “arrivano con un numero di telefono che gli dovrebbe garantire il lavoro e un alloggio”, dice Marián, “ma molti sono sfruttati lavorando senza contratto o sono pagati meno del salario minimo”. Se la continuazione della guerra in Ucraina può garantire una certa disponibilità di forza lavoro da queste parti, non è ancora chiaro che cosa accadrà una volta che il conflitto bellico cesserà: “io penso che molti rimarranno qui perché non tutti hanno una casa dove tornare perché sono state bombardate o occupate dai russi”, racconta Natalia, una lavoratrice ucraina che è occupata in un’azienda che produce cambi per automobili nel sud del Paese e che è arrivata qui nel 2017.

Per quanto contrastato in vario modo, lo sciopero visto da Occidente può apparire ancora una cosa ordinaria nelle relazioni industriali. Ma qui nel cuore dell’Europa lo sciopero è una rarità: “Negli ultimi trent’anni siamo diventati la succursale delle principali multinazionali e la libertà di scioperare è stata contrastata in tutti i modi” afferma Hedvika, un’altra delegata sindacale in un’azienda che produce cavi sempre per l’industria automobilistica ma che sta a 200 chilometri da Žatec. Mentre da Tallin la vice-presidente della Commissione dell’Ue, la ceca Věra Jourová, difende i valori dell’Unione europea e le libertà conquistate dai Paesi dell’Europa orientale, lavoratori e lavoratrici del suo stesso Paese faticano non solo a sbarcare il lunario, ma anche a mettere in campo in piena libertà uno dei pochi strumenti per ottenere un salario dignitoso. “Per scioperare occorre passare per pratiche conciliatorie, c’è molta burocrazia”, continua Hedvika, “e devi annunciarlo con largo anticipo dicendo anche quali sono le posizioni lavorative che entreranno in sciopero. Così i manager sono già preparati”. In effetti anche alla Nexen era da mesi che lavoratrici e lavoratori, sostenuti dal sindacato metalmeccanico Kovo, si stavano preparando allo sciopero. Dopo il cosiddetto avviso di sciopero (strike alert), cioè la comunicazione all’impresa di un eventuale sciopero l’8 marzo 2022 con corteo di fronte alla fabbrica, essi sono dovuti passare attraverso sia il giudizio di un apposito tribunale sia il voto dell’intera fabbrica. Ma alla fine in 600 hanno approvato lo sciopero. Nella Repubblica Ceca, come in altri Paesi, nel referendum devono votare almeno il 50% dei dipendenti e almeno i 2/3 dei votanti devono approvare lo sciopero. Non sorprende quindi che gli scioperi siano rari e che le imprese, forti di quest’arma spuntata, facciano spesso la voce grossa.

Dal 31 gennaio 2023 sono scesi in sciopero a tempo indeterminato 191 persone e altre nei giorni seguenti si sono aggiunte. Dopo una settimana di tensioni e una manifestazione davanti alla fabbrica lunedì 6 febbraio, la direzione è scesa a più miti consigli accogliendo in larga misura le richieste degli scioperanti: 8% di aumento salariale dal 1 marzo 2023 e circa 840 euro per il mancato aumento dei salari nel 2022 e nei primi due mesi di quest’anno. I restanti punti del contratto collettivo, principalmente legati ad altri incrementi salariali, saranno negoziati successivamente, anche se lavoratori e lavoratrici forti di questa vittoria sono pronti a tornare a scioperare a tempo indeterminato nel caso esso non si concluda. In effetti, durante questa settimana di sciopero nonostante le pressioni della direzione aziendale e il tentativo di sostituire i posti di lavoro degli scioperanti, la produzione era calata paurosamente a circa un terzo. Per quanto si tratti di uno sciopero isolato, per i dipendenti della Nexen è un passaggio decisivo per essere riconosciuti legittimamente come controparte e ritornare dentro al vortice produttivo a testa alta anche perché alcuni giorni fa un sindacalista sottolineava come “tutti ci stanno guardando e noi dobbiamo vincere perché la nostra sconfitta altrimenti coinvolgerà tutta la classe operaia ceca”. In effetti, in molti tra i lavoratori e le lavoratrici cechi, compresi i rider di Wolt scesi in sciopero a Praga qualche giorno prima, guardavano a che cosa stava accadendo alla Nexen nella speranza che potesse aiutare a ottenere un incremento generalizzato dei salari falcidiati nel 2022 da un tasso di inflazione del 15%. Dopo una settimana di mobilitazione, gli operai e le operaie hanno mostrato come lo sciopero non sia solo una pratica efficace per riappropriarsi di un po’ di salario, ma anche uno strumento capace di cambiare i rapporti di forza nella fabbrica attraverso la connessione con lotte altrimenti divise.

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