domenica , 28 Novembre 2021

Dimissioni senza rassegnazione. Rifiuto del lavoro e scioperi d’ottobre negli USA

di MATTEO ROSSI

Where are the workers? titolava qualche giorno fa un allarmato opinionista del «New York Times», sottolineando la mancanza di autisti e camionisti, di infermiere negli ospedali, camerieri nei ristoranti e commessi nei supermercati. «Com’è possibile che così tanti americani si possano permettere di non lavorare?» si domandano increduli giornalisti ed economisti, individuando la risposta nella generosità dei sussidi pandemici che avrebbero permesso a moltissimi di eclissarsi dal mercato del lavoro fino a nuovo ordine. Quei sussidi sono tuttavia finiti ormai da mesi, ma il labor shortage continua a tormentare l’economia statunitense. Se il lavoro continua a scarseggiare, le donne e gli uomini che lo dovrebbero erogare non sono però scomparsi. Al contrario, stanno mettendo in atto un rifiuto complessivo delle condizioni di quello stesso lavoro, svelate e inasprite dalla pandemia. Prima, lasciando i propri impieghi precedenti, in una great resignation che è sopravvissuta alla fine dei sussidi pandemici e che nel corso dell’estate ha assunto una dimensione di massa. Tra agosto e settembre, oltre cinque milioni di lavoratori e soprattutto di lavoratrici si sono licenziati, per la maggior parte tra i dipendenti della ristorazione, del turismo e del commercio, seguiti a settembre da un altro milione. Poi, nelle ultime settimane, dando inizio a un’ondata di scioperi nei settori più diversi, dalla ristorazione all’industria automobilistica e siderurgica, dagli ospedali alle università, contro padroni grandi e piccoli, in un effetto domino che non accenna a rallentare. Nel corso di ottobre, ribattezzato striketober, decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici hanno fatto dello sciopero la forma del proprio rifiuto, pretendendo salari più alti e welfare.

Già tra agosto e settembre, un migliaio di lavoratori della Nabisco aveva scioperato per un mese, riuscendo a impedire il tentativo dell’azienda di imporre turni da 12 ore e un sistema di healthcare differenziato per i nuovi assunti. Il 5 ottobre, poi, 1.400 lavoratori e lavoratrici di numerosi impianti Kellogg’s hanno incrociato le braccia contro l’azienda produttrice di cereali, che stava tentando una ristrutturazione di benefit e salari per i nuovi assunti sotto l’esplicita minaccia di spostare una parte della produzione in Messico. Il 12 ottobre è stato quindi il turno di oltre 24.000 health workers tra California e Oregon, che hanno votato a favore dello sciopero contro Kaiser Permanente, uno dei fornitori di assistenza medica e di servizi ospedalieri più grande del paese, chiedendo aumenti salariali e nuove assunzioni. L’azienda aveva proposto di introdurre un sistema di retribuzioni a due velocità (two-tier) che permettesse di ridurre di oltre il 40% i salari dei nuovi assunti. Due giorni dopo, 10.000 operai della John Deere, una delle principali produttrici al mondo di macchinari agricoli, sono entrati in sciopero in 14 stabilimenti tra Iowa, Illinois e Kansas, rifiutando la proposta dell’azienda di aumenti salariali del 5% per una parte della forza lavoro e del 6% per un’altra, aumenti ritenuti inaccettabili non solo perché divisivi ma perché irrisori rispetto all’aumento dei profitti realizzato dall’azienda durante la pandemia e grazie all’imposizione di turni di lavoro di 10-12 ore. Anche, in questo caso, sono stati respinti i tentativi di frammentare la forza lavoro tramite una differenziazione di benefit e aumenti.

Sempre a metà del mese, 60.000 lavoratori e lavoratrici di Hollywood hanno votato a favore dello sciopero denunciando gli eccessivi carichi di lavoro, chiedendo aumenti salariali e pretendendo maggiore sicurezza sul lavoro, costringendo le aziende a cedere all’ultimo minuto per evitare la paralisi delle produzioni televisive e cinematografiche. Il 26 ottobre, si sono unite allo sciopero le lavoratrici di McDonald’s di 12 città, che hanno incrociato le braccia contro le molestie sessuali subite sul lavoro, già ripetutamente denunciate negli anni scorsi ma su cui l’azienda non ha mai preso provvedimenti, ed è stato annunciato un tentativo di sindacalizzazione del magazzino Amazon JFK8 a Staten Island. Il giorno dopo, lo sciopero ha penetrato persino i campus della Ivy League, con l’astensione dal lavoro dei graduate workers di Harvard e Columbia, che chiedono paghe più elevate e una più ampia copertura sanitaria. Dopo settimane di presidio davanti al City Hall e dopo dieci giorni di sciopero della fame, a inizio novembre i tassisti di New York, in larga parte lavoratori migranti del sud-est asiatico, hanno ottenuto che il comune si facesse carico della riduzione dei debiti da loro sottoscritti per acquistare le licenze, che negli anni scorsi si erano gonfiati a dismisura a causa della speculazione finanziaria. Nel frattempo, su scala diversa ma con una capillarità comunque notevole, nel corso del mese hanno scioperato le infermiere di numerosi ospedali in tutto il paese, da New York alla California, i lavoratori migranti di Milwaukee in Wisconsin, gli operai siderurgici del West Virginia, i dipendenti newyorkesi di Chipotle, catena di fast food che aveva rifiutato di pagarli durante la chiusura dovuta all’ultimo uragano.

Per quanto si stia assistendo sempre più chiaramente a un effetto domino tra i diversi scioperi, che pongono tutti al centro la lotta sul salario, le iniziative di ottobre restano senz’altro sconnesse le une dalle altre. Solo nelle prossime settimane si capirà in che misura le singole vertenze possano ottenere dei risultati, se si accontenteranno di vittorie circoscritte e localizzate o se sapranno connettersi alimentando il movimento dello sciopero. Tuttavia, negli Stati Uniti, scioperi di una tale ampiezza e diffusione non si verificavano nel settore privato da decenni. Almeno da quando, nel 1981, Ronald Reagan aveva inaugurato la propria presidenza licenziando in blocco 11.000 controllori di volo e negando ogni cittadinanza allo sciopero e alla lotta di classe nella nuova America neoliberale. È proprio contro le condizioni di precarietà, frammentazione e sfruttamento imposte dalle politiche neoliberali negli ultimi quarant’anni e rinsaldate nella pandemia che i lavoratori e le lavoratrici statunitensi si stanno ribellando. Fornendo a molti una nuova consapevolezza del carattere essenziale del proprio lavoro nella creazione del profitto e alterando in modo permanente la disponibilità di moltissimi ad accettare certi lavori e certi salari, la pandemia ha aperto una nuova fase della lotta di classe negli Stati Uniti, con il ritorno di un’iniziativa operaia dalle forme eterogenee, priva di una direzione organizzativa comune, ma dotata di un’inedita capacità di mobilitazione e di pressione che sta investendo l’amministrazione Biden e le stesse strutture sindacali. Questa pressione consentirà probabilmente ai sindacati di veder crescere i propri iscritti e permetterà loro di vedersi riconosciuto un ruolo politico, ma al tempo stesso li costringe fin da subito, anche quelli più moderati, a trasformarsi per riuscire a stare al passo, a sostenere gli scioperi più di quanto abbiano mai fatto in passato e ad ampliare le maglie delle proprie stesse strutture. Non è un caso che in queste stesse settimane il sindacato dei Teamsters, uno dei maggiori nella logistica, stia vivendo una contesa competizione elettorale per la leadership e che i membri degli United Auto Workers, la cui leadership è stata azzerata negli ultimi anni da numerose condanne per corruzione, stiano votando una modifica del regolamento interno che permetterà loro di incidere maggiormente sui processi di selezione dei vertici.

Al tempo stesso, la pressione dell’iniziativa operaia ha ripetutamente spinto Biden e la sua amministrazione oltre i propri stessi limiti, portandolo a dichiararsi addirittura «uno dei presidenti della storia americana più favorevole al sindacato». Se già in primavera si era detto favorevole al voto per sindacalizzare il magazzino Amazon in Alabama, negli ultimi giorni Biden, che aveva tentato fino all’ultimo di risparmiarsi una presa di posizione sullo striketober, è stato infine costretto a mandare il Secretary of Labor Marty Walsh a portare il proprio sostegno ai lavoratori Kellogg’s, primo membro del governo degli Stati Uniti a partecipare a un picchetto da un centinaio di anni a questa parte. L’amministrazione Biden ha infatti bisogno di mostrarsi dalla parte dei lavoratori e delle lavoratrici afroamericani, latinos e asiatici in sciopero, nella consapevolezza che dalla capacità di intercettarne il voto dipende il futuro elettorale del Partito Democratico. In questa direzione vanno anche misure come il Protecting the Right to Organize Act approvato dalla Camera e in discussione al Senato, che potrebbe favorire la presenza di sindacati nei luoghi di lavoro rendendo illegali le più diffuse pratiche anti-sindacali, ma che al tempo stesso tenta di imporre i sindacati come unici canali legittimi dell’iniziativa operaia. Soprattutto, nella stessa direzione vanno sia la proposta di alzare a 15 dollari il salario minimo a livello federale, una delle promesse elettorali su cui Biden è stato eletto un anno fa, sia il Build Back Better Plan, un mastodontico pacchetto di spesa da quasi 2000 miliardi di dollari che, oltre a numerosi investimenti infrastrutturali, al momento prevede un ampio spettro di misure di welfare. Descritto come uno strumento «per ricostruire la classe media», nei fatti offrirebbe un sostegno economico a milioni di lavoratori e soprattutto di lavoratrici, con l’introduzione di sostegni per la cura dei figli (su cui attualmente molte famiglie spendono quasi la metà del proprio reddito), della scuola materna gratuita e universale per bambini di 3 e 4 anni, di sostegni agli studenti per accedere all’università, di aiuti per l’assistenza agli anziani, di tagli nei costi delle assicurazioni sanitarie e di investimenti nell’affordable housing.

Entrambe le proposte sono attualmente bloccate al Senato dai membri più moderati della maggioranza democratica. Il futuro della presidenza Biden non dipende però dai ricatti di un senatore del West Virginia e di una senatrice dell’Arizona, ma piuttosto dal rapporto che essa saprà stabilire con le masse di lavoratori e lavoratrici che hanno individuato nel Partito Democratico e nei sindacati i due strumenti per ottenere salari più elevati e welfare. Con tutti i suoi limiti, dunque, la duplice necessità dell’amministrazione Biden di coinvolgere il sindacato nella governance della società post-pandemica e di concedere pezzi di welfare nel tentativo di limitare la mobilitazione operaia apre uno spazio che sarà fondamentale continuare a sfidare e a mettere in tensione come è avvenuto nell’ultimo anno e mezzo. D’altra parte, questa ripresa dell’iniziativa operaia si alimenta della forza di quel movimento sociale che nell’estate del 2020, dopo l’omicidio di George Floyd, aveva letteralmente infiammato le piazze di tutto il paese contro il razzismo delle istituzioni e che un anno fa si è riversato nelle urne per cacciare Donald Trump dalla Casa Bianca. Quel movimento sociale non poteva tuttavia accontentarsi di aver eletto un presidente come Biden, né tanto meno di una democrazia ridotta a un voto utile una volta ogni due anni e per questo continua a votare da mesi tramite lo sciopero, rifiutando le condizioni della messa al lavoro nella società post-pandemica e soffiando sul collo dell’amministrazione democratica. Si tratta ora di capire se e in che misura le iniziative dell’ultimo mese continueranno ad avere una forza espansiva: se dopo ottobre, anche novembre prenderà il nome dello sciopero.  

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