lunedì , 19 Ottobre 2020

Lavare i panni sporchi nel Mediterraneo

Lavari i panni sporchiGiornata di grandi eventi oggi: apre l’Expo e c’è la Mayday. Tutto dovrebbe svolgersi a Milano. Per far notare la loro assenza sia nella difesa dei lavoratori di Expo sia nella sua contestazione di massa, i sindacati confederali hanno però deciso di celebrare il primo maggio a Pozzallo di Ragusa. L’ultima strage nel Mediterraneo ha fatto scoprire persino a CGIL, CISL e UIL che i migranti muoiono e che ciò non può passare sotto silenzio. Si dirà che in ogni caso non è un risultato da poco. Da anni indifferenti alle condizioni di vita e di lavoro dei loro tesserati migranti, oggi come un sol sindacato si sono scagliati contro «l’indifferenza della Comunità internazionale» denunciata da Annamaria Furlan, contro la «colpevole indifferenza» di cui, secondo Susanna Camusso, si è macchiata finora l’Europa, Da uno dei principali approdi europei per i migranti provenienti dalla costa sud del Mediterraneo hanno lanciato lo slogan La solidarietà fa la differenza. Per non far sorgere il sospetto che l’iniziativa risponda a una logica «morettiana» del tipo «mi si nota di più se vado a Milano, oppure se non ci vado» e scartata l’ipotesi massimalista di organizzare il lavoro precario di Expo, Carmelo Barbagallo ha puntualizzato che la sede della manifestazione era stata decisa «prima che si consumasse l’ultima tragedia nel Mediterraneo». Una puntualizzazione inutile: chi potrebbe mai sospettare che CGIL, CISL e UIL siano complici di quell’indifferenza verso i migranti che oggi denunciano in modo confederale, annunciando la loro solidarietà?

In che cosa consista questa solidarietà è presto detto, anche se non mancano differenze e sfumature. La necessità di un corridoio umanitario è largamente condivisa, ma Barbagallo puntualizza (unico segretario generale maschio, deve provare un certo gusto a puntualizzare) che lo sviluppo va incoraggiato «lì dove si generano le cause di questo esodo, creando opportunità per coloro che restano nei paesi di origine». Solidarietà, quindi, ma è meglio se stanno a casa loro. Furlan e Camusso credono entrambe che l’apertura di vie d’ingresso legali debba fare il paio con opportune politiche di sviluppo, perché «sviluppo e integrazione sono due facce della stessa medaglia». Dopo decenni di presenza di massa dei migranti in Italia, dopo una crisi che sta distruggendo l’esistenza di migliaia di migranti impoveriti, vessati dalle questure per il rinnovo del permesso di soggiorno, costretti spesso a riprendere la migrazione, ben tre segretari di cotanti sindacati non sembrano nemmeno accorgersi che oggi l’«integrazione» come lavoratori è già stata ampiamente usata per promuovere lo «sviluppo», dalle serre della fabbrica verde, che nel ragusano chiamano la «fascia trasformata», fino ai cantieri di Expo, passando comunque per il lavoro nero e precario.

Bella cosa questa solidarietà confederale, grazie alla quale dal palco parleranno un lavoratore del settore del turismo, uno dell’agricoltura e un immigrato. Se ce ne fosse ancora bisogno, viene così dimostrato che nonostante le cerimonie del primo maggio i sindacati confederali continuano a separare le politiche sull’immigrazione da quelle sul lavoro, diventando parte attiva, con più o meno buona volontà, del razzismo istituzionale che nel frattempo i migranti vivi, dentro e fuori i posti di lavoro, al di qua e al là del Mediterraneo, combattano e cercano di sovvertire ogni giorno. Nel Mediterraneo, oggi, hanno gettato una corona di fiori. Verrebbe da dire: non fiori, ma opere di bene. Anche se i sindacati confederali non se sono accorti, da tempo le lotte dei migranti hanno strappato dalla catena del lavoro migrante i fiori immaginari dell’integrazione, dello sviluppo e anche della solidarietà. Così come i rifugiati che attraversano il Mediterraneo, anche i migranti da anni vivono in Italia mostrano giorno dopo giorno di non voler portare la catena spoglia e sconfortante del lavoro migrante. Sarebbe perciò meglio non usare il Mediterraneo per lavarci i panni sporchi della politica sindacale, per consolare la coscienza infelice di un’azione sindacale insignificante.

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