martedì , 27 Ottobre 2020

Funzione pubblica, affari privati

Rodchenko Mission precariaPubblichiamo un lungo dialogo con Maurizia Russo Spena, che negli ultimi mesi ha preso parte sia alle lotte dei precari delle agenzie private operative nella funzione pubblica, sia al percorso degli Stati generali della precarietà. Questa connessione a distanza ci permette in primo luogo di proseguire la nostra riflessione sulla forma precaria dell’inchiesta. In secondo luogo, ci consente di aprire un’indagine, che cercheremo costantemente di approfondire, sulla portata complessiva della precarizzazione all’interno della pubblica amministrazione.

Anche ora che il riferimento a precari, operai e migranti tende a scomparire nelle convocazioni delle assemblee successive al 15 ottobre, noi siamo convinti che stiamo andando nella giusta direzione rispetto alla lettura dei processi di precarizzazione della società, e che la strada verso lo sciopero precario sia quella giusta. Sebbene appaia più complessa e meno immediata del richiamo a occupare le strade, essa ne è in realtà sia il presupposto sia l’esito necessario. Da New York a Oakland, questo stesso processo sta già avendo luogo anche negli Stati uniti. Non si tratta di produrre un evento, né tanto meno di pasticciare per l’ennesima volta con i simboli. Anche i nostri laboratori devono correre il rischio della scala reale. Proprio per questo lo sciopero precario non è la richiesta più o meno articolata di rivendicazioni economiche e normative. E’ tutto questo e qualcosa di più. Come abbiamo detto dopo il 15 ottobre, trovare una misura politica dei comportamenti collettivi non può essere un fatto occasionale. Essa deve necessariamente prodursi grazie alle connessioni che riusciamo a mettere in movimento, deve manifestarsi come capacità continua di superare quell’isolamento del lavoro e quella competizione nel lavoro che alimentano il flusso del capitale e del profitto. Nell’epoca della precarietà e del lavoro migrante, della distanza tra lavoratori, della frammentazione, stabilire connessioni tra precarie, migranti e operai è un processo politicamente dirompente che permette di mostrare una condizione che è sia soggettiva sia collettivaLe connessioni precarie sono già una sottrazione alla condizione precaria. Le connessioni precarie consentono di pensare la sospensione dell’attività in tutti quei luoghi dove veniamo prodotti e obbligati come precarie, migranti e operai. Occupare ogni cosa deve servire a lasciare disoccupati lo spazio e il tempo della nostra precarietà.

Funzione pubblica affari privati

Dal punto di vista precario la funzione pubblica è un terreno di scontro assolutamente rilevante tanto per le forme di precarizzazione del lavoro che si stabiliscono al suo interno quanto per il ruolo che è sempre più destinata a svolgere nelle relazioni globali del capitale. L’impiegato pubblico, al quale un tempo era addirittura richiesto il giuramento di fedeltà allo Stato, è oggi sempre meno certo del suo posto di lavoro e di ogni altra eventuale garanzia. La differenziazione delle forme contrattuali stabilisce la condizione di possibilità della commistione sempre più marcata tra diritto pubblico e diritto privato. Non si tratta solo di un problema normativo nell’inquadramento dei diversi lavoratori, o della precarizzazione di alcune funzioni di progettazione e ideazione. Sembra piuttosto di assistere a una sovrapposizione tra il lavoro dipendente e quello precario che consente di passare facilmente dall’uno all’altro per gestire le congiunture del mercato del lavoro pubblico, e per servire gli interessi del mercato in quanto tale con maggiore flessibilità. L’occhio del precario vede che non siamo solo di fronte alla privatizzazione di alcuni servizi, ma anche – e in maniera altrettanto rilevante – alla cura pubblica di affari privati. Da tempo avere lo Stato come padrone non significa occupare una posizione privilegiata rispetto agli altri lavoratori. Non a caso questo padrone assume oggi i modi efficientemente brutali di un Sacconi o quelli clamorosamente sgraziati di un Brunetta. In Italia già le varie leggi Gelmini hanno segnato una svolta nel rapporto tra lo Stato e chi lavora nel settore dell’istruzione, rivelandosi come leggi sul mercato del lavoro intellettuale oltre che sull’istruzione pubblica. In Spagna, in Grecia e negli Stati uniti la tendenza è la medesima. Mentre abbandona la gestione del welfare e dell’istruzione ai privati, mentre fa di ogni individuo – cittadino o migrante – un potenziale cliente diversificato in base alla sua capacità di spesa, l’enorme macchina burocratica dello Stato si trasforma profondamente, assumendo sempre più il compito di organizzare le sezioni locali del mercato globale del lavoro e di fornire alle imprese servizi pagati con il denaro pubblico. Catturato nelle logiche del capitale e della sua società, lo Stato diviene parte di un più ampio apparato amministrativo che non controlla e sul quale non decide più autonomamente. Allo stesso tempo esso è costretto a far apparire ogni sua decisione come determinata dal perseguimento di un interesse pubblico e collettivo. Giorno dopo giorno il punto di vista precario sulla pubblica amministrazione mostra la contraddittorietà quando non l’inconsistenza di questa pretesa. Esso getta sprazzi di luce vivissima sul crepuscolo dello Stato e della sua sovranità.

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