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	<title>∫connessioni precarie</title>
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		<title>Blockard from Frankfurt #2 Accerchiatori e accerchiati</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 21:47:10 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Quando saltano i programmi e si è forzati a inventare percorsi nuovi, molto sta nell&#8217;effetto sorpresa che si è in grado di produrre. Ci riescono alcuni di quelli che, dopo la breve manifestazione partita stamattina alle otto dalla Stazione centrale di Francoforte, riescono a sfuggire a controlli e divieti e si concentrano attorno alla BCE, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><strong><a href="http://www.connessioniprecarie.org/files/2012/05/Blockard2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-628" src="http://www.connessioniprecarie.org/files/2012/05/Blockard2-195x300.jpg" alt="" width="195" height="300" /></a>Quando saltano i programmi e si è forzati a inventare percorsi nuovi, molto sta nell&#8217;effetto sorpresa che si è in grado di produrre</strong>. Ci riescono alcuni di quelli che, dopo la breve manifestazione partita stamattina alle otto dalla Stazione centrale di Francoforte, riescono a sfuggire a controlli e divieti e si concentrano attorno alla BCE, mentre altri raggiungono la zona della Fiera, grande distretto delle merci. All&#8217;ombra dello Schmieder, il gigantesco uomo meccanico il cui braccio si muove impugnando un martello, alcune decine di manifestanti si riuniscono in presidio e sono immediatamente circondati da un cordone di polizia. La strategia della catena, Kessel, è quasi incredibile a vedersi. Una barriera di poliziotti e poliziotte impedisce di vedere quelli che non intendono lasciarsi trasformare in operai-macchina, per essere poi falsamente celebrati nella vetrina del mercato. I manifestanti saranno rilasciati dopo essere di fatto riusciti a bloccare per sei ore la via principale, con un nuovo foglio che li bandisce da questa zona protetta, se vogliono evitare un vero e proprio arresto. Chi ha paura deve incutere paura, questo ci è ormai chiaro.<br />
Spostarsi più avanti, dove la BCE è accerchiata dagli audaci che sono riusciti ad anticipare la costruzione di questi muri di divise, è impossibile. <strong>Gli accerchiatori si trovano accerchiati e inutilmente quelli che vogliono unirsi alla protesta cercano di aprire una falla</strong>. In Munchenstrasse una fila di poliziotti, dietro cui torreggia il simbolo della moneta unica, respinge anche i turisti più innocenti. Le barricate in questa giornata sottosopra le fa la polizia. Lasciano passare solo un operaio edile che si era allontanato dall&#8217;area delle banche &#8211; un tripudio di cantieri &#8211; per comprarsi da mangiare durante la pausa pranzo. I garanti dello sfruttamento hanno un padrone soltanto, ben visibile alle loro spalle.</p>
<p style="text-align: justify">I manifestanti però non stanno fermi e si spingono ad accerchiare gli accerchiati. <strong>Basta un piccolo assembramento a ridosso dei cordoni di polizia, e nuove figure in divisa accorrono. Un&#8217;immagine bizzarra di cerchi concentrici, dove gli accerchiati sono sempre anche accerchiatori e viceversa</strong>. Volevano impedire che il quartiere delle banche venisse assediato e hanno contribuito all&#8217;assedio nella maniera migliore&#8230;<br />
Ogni piano è saltato. Si moltiplicano le iniziative di piccoli gruppi decisi almeno a non concedere tregua a questa paranoica espressione di potere. Persino Untermainkai 68, l&#8217;edificio della DGB dove tutti si radunano a metà giornata, si trova circondato. Mentre provoca i manifestanti, la polizia intima loro di non azzardare alcuna provocazione, pena l&#8217;ennesimo sgombero. Ma non ci casca nessuno.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Intanto, di fronte alla Deutsche Bank, si organizza un nuovo blitz per denunciarne il ruolo negli imponenti processi di <em>land grabbing</em></strong>, l&#8217;acquisto e l&#8217;espropriazione di terre nel nome del profitto e dello ‘sviluppo’. Un nuovo accerchiamento che si aggiunge al divieto opposto alla conferenza di David Graeber, antropologo ed esponente di Occupy Wall Street. Unico evento autorizzato, finché non è stato proibito. Si sarebbe dovuto tenere al teatro di Francoforte, in Willi-Brandt Platz, troppo vicino alle fragili pareti di vetro della BCE.</p>
<p style="text-align: justify">Quelli che hanno paura hanno bisogno di far paura, e ce la mettono tutta per riuscirci. <strong>La grande partecipazione attesa è stata in effetti frenata da questa scriteriata esibizione di muscoli che pare lanciare, dal centro dell&#8217;Europa, un chiaro messaggio: non c&#8217;è spazio di azione contro la precarizzazione del capitale</strong>. Alla faccia delle retoriche sui diritti, i divieti hanno serenamente sospeso i più elementari diritti di manifestazione e parola, quelli che mettono tutti d’accordo. In Germania hanno imparato evidentemente dal sindaco Bloomberg, ma rischiano di stabilire  un precedente scomodo, quando non pericoloso, anche al di là dei confini tedeschi.</p>
<p style="text-align: justify">Mentre scriviamo, nello spazio di Bockenheimer Warte, il Campus universitario ancora &#8220;protetto&#8221; dal modello corporativo di questo paese, <strong>centinaia di persone discutono delle pratiche e dei discorsi dilagati globalmente sotto il nome di #Occupy</strong>. Un momento che sembra guardare avanti, e contemporaneamente sospendere il tempo fino a domani.</p>
<p style="text-align: justify">La manifestazione è autorizzata, ma a mille condizioni. <strong>Nonostante i divieti, però, e proprio perché talvolta è così complicato distinguere tra accerchiatori e accerchiati, possiamo dire che qui a Francoforte la posta in gioco è alta</strong>. I piani sono saltati, ma dei semplici <em>demonstrator</em>, niente più che precari, sono già stati in grado di obbligare questo governo a gettare la sua civile e austera maschera pur di metterli a tacere.</p>
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		<title>Blockard from Frankfurt #1. Like a demonstrator</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 05:49:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>connessioniprecarie</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eventi precari]]></category>
		<category><![CDATA[#Blockupy Frankcurt]]></category>
		<category><![CDATA[Capitale finanziario]]></category>
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		<description><![CDATA[17 maggio 2012 A Römer Platz rimangono poche tende vuote. A presidiarle ci sono ancora almeno un centinaio di poliziotti e poliziotte vestiti di tutto punto. Quando ci muoviamo verso Untermainkai 68, dove parte dei manifestanti si è data appuntamento dopo gli sgomberi del pomeriggio, passiamo accanto a decine di camionette. Chiude la sfilata un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><strong><a href="http://www.connessioniprecarie.org/files/2012/05/Blockard1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-618" src="http://www.connessioniprecarie.org/files/2012/05/Blockard1-151x300.jpg" alt="" width="151" height="300" /></a></strong></p>
<p style="text-align: justify">17 maggio 2012</p>
<p style="text-align: justify"><strong>A Römer Platz rimangono poche tende vuote. A presidiarle ci sono ancora almeno un centinaio di poliziotti e poliziotte vestiti di tutto punto</strong>. Quando ci muoviamo verso Untermainkai 68, dove parte dei manifestanti si è data appuntamento dopo gli sgomberi del pomeriggio, passiamo accanto a decine di camionette. Chiude la sfilata un blindato munito d’idrante. Un cordone di polizia impedisce l’accesso al palazzo. Stiamo lì in attesa finché il cordone improvvisamente si scioglie. Il turno è finito, altri arriveranno ma la morsa attorno al centro della città si allenta.</p>
<p style="text-align: justify">Sono ormai note le informazioni relative ai fermi, ai blocchi dei pullman provenienti dalle altre città della Germania e d’Europa, ai fogli che obbligano coloro che sono stati fermati oggi a stare lontani domani dai luoghi della protesta, pena l’arresto. <strong>L’impressione è che qui si sia perso il senso della misura.</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Quest’eccesso suscita sdegno, ma anche entusiasmo</strong>. Sdegno, perché l’atteggiamento sostanzialmente paranoico delle istituzioni di fronte alla mobilitazione transnazionale sembra trasformare questa tre giorni in un estenuante gioco di forzature, minacce e trattative effimere, che rischiano di fare ombra sulla ricchezza di un lavoro organizzativo che va avanti da mesi. Entusiasmo perché, paradossalmente, i blocchi hanno avuto successo al solo essere annunciati. Mercoledì il centro finanziario della città si è fermato e domani potrebbe accadere lo stesso. <strong>La repressione preventiva messa in scena a Francoforte tradisce paura.</strong> Una paura tale da non permettere nemmeno di parlare, da impedire qualsiasi manifestazione critica al potere delle banche, che a Francoforte è visibile e reale. Non sia mai che milioni di precarie, migranti e operai, non solo le migliaia accorse in questa città dal resto d’Europa, possano vedere che quel potere è come un grattacielo costruito su fondamenta diroccate.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Intanto, il distretto finanziario è deserto</strong>. D’altra parte, questo luogo pullula di giorno di quegli individui che in giacca e cravatta portano l’interesse del capitale globale. Forse soprattutto all’alba è possibile vedere quella miriade di lavoratori e lavoratrici – spesso migranti – che più silenziosamente portano avanti l’immensa macchina logistica dei grattacieli. La sera, invece, restano gli <em>homeless</em>. Queste contraddizioni non hanno nulla di eccezionale. Si vedono piuttosto bene, però, laddove la misura è travolta dall’eccesso. Il minimarket cinese a pochi passi dalla Banca Centrale Europea vende birre da quattro soldi e bottiglie di Dom Perignon.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Poco più avanti, alla Stazione centrale, un poliziotto ci ferma e ci impedisce di entrare </strong>mentre cerchiamo di raggiungere i palazzi di Bockenheimer Warte, dove si discute della giornata di domani. In questi giorni, a Francoforte, ogni poliziotto ha la possibilità di decidere chi può fare che cosa, e perché. <strong><em>You look like a demonstrator</em>, dice a uno di noi, e tanto basta</strong>. Seguendo altri percorsi raggiungiamo il campus universitario e le centinaia di <em>demonstrator</em> che provano a immaginare a loro volta altri percorsi – diversi da quelli programmati &#8211; da seguire nei prossimi giorni.</p>
<p style="text-align: justify"><strong><em>He looks like a demonstrator</em>, ma è un precario come milioni di altri. La loro paura è il nostro entusiasmo.</strong></p>
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		<title>Postcards from #Blockupy</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 09:38:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>connessioniprecarie</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eventi precari]]></category>
		<category><![CDATA[#Blockupy Frankfurt]]></category>
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		<description><![CDATA[A partire da domani, ∫connessioni precarie sarà a Francoforte per le tre giornate di mobilitazione nelle quali culmineranno le iniziative europee del #GlobalMay. Il lungo percorso di costruzione di #Blockupy Frankfurt incontra in questi giorni i primi ostacoli, dal momento che l’amministrazione cittadina ha concesso il permesso per la manifestazione del prossimo sabato negando o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify" align="left"><a href="http://www.connessioniprecarie.org/files/2012/05/Bloccupy.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-611" src="http://www.connessioniprecarie.org/files/2012/05/Bloccupy-300x192.jpg" alt="" width="300" height="192" /></a>A partire da domani, ∫connessioni precarie sarà a Francoforte per le tre giornate di mobilitazione nelle quali culmineranno le iniziative europee del #GlobalMay. Il lungo percorso di costruzione di #Blockupy Frankfurt incontra in questi giorni i primi ostacoli, dal momento che l’amministrazione cittadina ha concesso il permesso per la manifestazione del prossimo sabato negando o limitando ogni autorizzazione alle altre iniziative politiche e culturali messe in calendario. Già questa mattina il #Blockupy camp è stato sgomberato, mentre un’assemblea è stata convocata per questo pomeriggio alle 16. Paradossalmente, però, la sola prospettiva dei blocchi del quartiere della finanza europea ha mostrato i suoi effetti, al punto che le banche sembrano aver comunicato ai loro dipendenti di non recarsi al lavoro, dirigendo al contempo parte della loro attività finanziaria in altre sedi.</p>
<p style="text-align: justify" align="left">Sul sito di ∫connessioni precarie e sulla nostra pagina Twitter (@ConnessioniPrec) garantiremo continui aggiornamenti da Francoforte: restate ∫connessi.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://blockupy-frankfurt.org/" target="_blank">http://blockupy-frankfurt.org</a></p>
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		<title>La metodica schizofrenia di Amazon. Discutendo con un lavoratore del centro logistico di Castel San Giovanni</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 08:46:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>connessioniprecarie</dc:creator>
				<category><![CDATA[Precaria Inchiesta]]></category>
		<category><![CDATA[Amazon]]></category>
		<category><![CDATA[Condizioni di lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Fabbriche della precarietà]]></category>
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		<description><![CDATA[Questa intervista a un lavoratore del magazzino di Amazon di Castel Giovanni di Piacenza offre un eloquente spaccato della condizione globale della precarietà e dell’inconsistenza della divisione tra lavoratori «garantiti» e precari. Solo Amazon è veramente interessata a questa distinzione: come si vede dall’intervista, i lavoratori si definiscono invece semplicemente come operai. Già nell&#8217;inchiesta del «The [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left"><em><a href="http://www.connessioniprecarie.org/files/2012/05/La-metodica-schizofrenia-di-Amazon.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-580" src="http://www.connessioniprecarie.org/files/2012/05/La-metodica-schizofrenia-di-Amazon.gif" alt="" width="450" height="338" /></a>Questa intervista a un lavoratore del magazzino di Amazon di Castel Giovanni di Piacenza offre un eloquente spaccato della condizione globale della precarietà e dell’inconsistenza della divisione tra lavoratori «garantiti» e precari. </em><em>Solo Amazon è veramente interessata a questa distinzione: </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>come si vede dall’intervista, i lavoratori si definiscono invece semplicemente come operai. <a title="Amazon che precari!" href="http://www.connessioniprecarie.org/2011/10/03/amazon-che-precari/" target="_blank">Già nell&#8217;inchiesta del «The Morning Call», della quale abbiamo pubblicato alcuni stralci</a>, erano chiare le </em><span style="text-align: justify">s</span><em>trategie di sfruttamento e disciplina utilizzate da Amazon negli States. Nel nuovissimo centro logistico di Castel San Giovanni, nella provincia piacentina, quelle stesse strategie sono importate e utilizzate con una ferocia giustificata solo dalla brama di profitto. I ben pagati guardiani praticano una metodica schizofrenia come modalità di disciplinamento che si estende dentro e fuori dall&#8217;orario e dal posto di lavoro. L’ossessiva cura dei rapporti «umani» tra il «leader» e i suoi «sottoposti» si accompagna a una brutale indifferenza quando a essere in gioco sono l’efficienza e la velocità. Imbrigliati in queste forme di controllo, i lavoratori subiscono costanti intimidazioni che mirano a produrre la più docile obbedienza agli ordini. L’evocazione di paure sia immaginarie sia reali garantisce il disorientamento che impedisce finora ogni risposta. Il controllo ossessivo della forza lavoro sconfina nella paranoia, mostrando senza volerlo i punti deboli di questo sistema di gestione del lavoro. L’unica, autentica paura, questa sì ben fondata, è infatti quella della possibile presa di parola dei lavoratori e della conseguente capacità di organizzazione e connessione che farebbe cadere il «controllo orwelliano» imperante nel luogo di lavoro. La provincia di Piacenza, grande polo logistico nel centro della pianura padana, è una polveriera precaria pronta a esplodere, come hanno già dimostrato le lotte alla TNT, Ceva e GLS. Perché, allora, non prendere sul serio quello che dice Amazon? Perché non farne un momento essenziale del punto di vista precario? «Pensa in grande! Pensare in piccolo è una profezia che si autoavvera»</em><em>.</em></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Come ti trovi a lavorare ad Amazon?</strong></p>
<p style="text-align: justify">Non condivido il modo in cui si lavora li dentro. Una cosa bellissima che fanno loro, che credono di essere furbi, è organizzare delle feste, organizzano dei party: affittano delle discoteche, pagano ristoranti e tutte queste cose qua: il giorno dopo licenziano tutta la gente. Il giorno dopo, il giorno stesso in cui scadono i contratti, licenziano metà delle persone che stanno lì dentro. Poi magari dopo un mese ritorna a esserci il lavoro e li riassumono per un’altra settimana, fanno contratti di tre giorni, quattro giorni, una settimana e poi li rimandano a casa. Lo fanno non per le persone che vengono licenziate, in realtà anche per loro perché poi le riassumono per poco tempo e poi le licenziano, ma soprattutto per gestire il malcontento che c’è tra le persone che lavorano li dentro perché effettivamente quelli che rimangono sono quelli che devono farsi un mazzo così per gestire il lavoro, perché effettivamente di lavoro ce n’è. C&#8217;è una parità nel numero tra uomini e donne ma sono quasi tutti ragazzi, anziani ce ne son pochi perché tenere quel ritmo è troppo difficile. Se stai male te ne devi andare firmando un permesso, devi compilare un permesso che viene scalato dai tuoi soldi e andartene. Non so, qualsiasi azienda anche in Italia non funziona cosi. Durante il picco di Natale ci avevano fatto fare degli orari tipo da mezzogiorno alle dieci, se tu te ne andavi entro le otto ore ti facevano fare il permesso perché teoricamente te ne eri andato prima dell’orario prestabilito e dicevano che queste sono le regole aziendali.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Come si entra ad Amazon?</strong></p>
<p style="text-align: justify">Per entrare lì dentro ti fanno superare cinque test, tre in agenzia e due in azienda. I primi molto semplici e gli ultimi molto specifici. Dopo questi test pensi che stai andando incontro a qualcosa di grosso, ma dopo mesi che ci lavori pensi che effettivamente se ti fanno un’altra offerta di lavoro te ne vai. Siamo distinti inoltre tra chi ha un contratto a tempo indeterminato e non. Chi ha il contratto a tempo indeterminato ha il badge blu mentre gli altri un badge verde, che crea problemi tra gli operai, e non puoi nemmeno nasconderlo perché sei obbligato a tenerlo in mostra. Ci sono tante cose che non vanno bene,  per esempio tutti i manager, tutte le persone diciamo a un livello più alto, si fanno chiamare per nome, si fanno dare del tu, mantengono questo rapporto confidenziale, organizzano serate al bar, te l’ho detto, e poi nel momento in cui vanno in difficoltà iniziano a fare i manager: iniziano a trattarti come l’ultima ruota del carro. Perché io non accetto il fatto che vai vicino a una persona di cinquant&#8217;anni che sono nove ore che sta lavorando e sta correndo da nove ore, non ce la fa più e gli dici se non corri ti licenzio. Uno che ha un contratto a tempo indeterminato, cinquant&#8217;anni con famiglia e gli viene detto: ti faccio due lettere di richiamo e ti mando a casa.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Quindi bastano due lettere di richiamo per mandarti a casa?</strong></p>
<p style="text-align: justify">Come diceva il mio manager si, però io sono convinto che queste rimangono sempre ammonimenti verbali, almeno per adesso. Il fatto è che la gente ha troppa paura, tende a fare tutto quello che dicono, stanno zitti perché non hanno la forza per controbattere.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Come siete retribuiti?</strong></p>
<p style="text-align: justify">Li dentro non c’è la possibilità di scalare di livello, prendono tutti poco più di mille euro al mese tranne i leader e i manager. Quando lavoravo per agenzia lo stipendio era più alto era di 1300, 1400 €. Ma quando passi a tempo indeterminato passi a sei euro e cinquanta all’ora anche se teoricamente sali di livello. Io quando ho avuto il contratto a tempo indeterminato avevo visto il padreterno, ma a pensarci adesso è stata la cosa più brutta che potevano farmi, era meglio il contratto mese per mese perché hanno iniziato a pretendere il doppio del lavoro, hanno iniziato a fare delle pretese assurde. Perché essendoci un rapporto confidenziale i manager hanno il tuo numero di cellulare, allora quando ti chiama il manager, con cui fino alla sera prima hai bevuto la sera al bar, è capace di dirti che tra mezz’ora devi essere al lavoro. Ti fanno un contratto a tempo indeterminato che è stranissimo, con due mesi di proroga lavorativi in cui rimani in prova. Perché l’hanno fatto? Perché hanno notato che tutte le persone che prendevano il contratto a tempo indeterminato cominciavano a lavorar meno, ma non è che non lavoravano perché non c’avevano voglia, lavoravano meno perché prendevano un po’ di fiato e cosi sono scattati i problemi. Perché loro hanno cominciato a pretendere di più, sempre di più, adesso si è arrivati a un limite invalicabile, e oltre a quel limite c’è lo schiavismo. Addirittura c’è la pistola dei pickers che ti dice entro 15 secondi devi prendere questo pezzo che magari sta dall’altra parte della logistica. Abbiamo questa pistola scanner, tutta bella tecnologica che ti indica la tua produttività, quanto stai facendo. Ti possono mandare i messaggi: stai andando piano, sei lento, sei veloce vai bene, continuamente.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Avete delle pause?</strong></p>
<p style="text-align: justify">Abbiamo una pausa di mezz’ora. Però pretendono che sei lì 20 minuti prima la mattina, per fare il briefing prima di iniziare a lavorare e dobbiamo andare via 10 minuti dopo, naturalmente non pagati, altrimenti si arrabbiano.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Riuscite a parlare tra di voi delle condizioni lavorative?</strong></p>
<p style="text-align: justify">Non abbiamo luoghi dovere avere privacy tra operai, abbiamo la break room, una specie di sala mensa con tavoli da ping pong e calcio balilla, dove ci facevano anche fare i tornei di calcio balilla e di ping pong durante l’orario di lavoro, poi però dovevi tornare a lavorare correndo per recuperare il tempo che avevi perso. In questa break room non siamo da soli, c’è sempre un manager con noi che sta li a fare l’amico, poi appena torni a lavorare ti dice che fuori da lì lui è tuo amico ma durante il lavoro ti dice battute tipo corri se no domani devi andare a dire ai tuoi bambini che non hai più un lavoro. Nessuno ha il coraggio di dire a un manager cosa non va bene, perché alla fine sai benissimo che dopo diventi sfruttabile perché hai detto quella cosa. Siamo sempre controllati con telecamere e ci fanno fino a quattro controlli al giorno. Se devi andare a buttare l’immondizia c’è un gruppo che si chiama west team, e ogni volta che devi buttare qualcosa deve chiamare una persona alla radio che viene a guardare quello che butti. Ma questo ci può anche stare, il problema è tra noi operai, è il fatto che non possiamo esprimerci, non abbiamo un sindacato.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Secondo te il sindacato riuscirebbe a fare qualcosa?</strong></p>
<p style="text-align: justify">Secondo me sì perché potrebbe mettere voce su molte cose, anche sulla qualità del lavoro, perché li i ritmi sono estenuanti, c’è gente che arriva a fine serata col fiatone, qualcuno deve andare dal podologo per problemi ai piedi. Il problema è che sei continuamente controllato nella tua produttività, loro devono fare un feedback su di te ogni 10 minuti, se vuoi andare in bagno devi chiedere il permesso. Fin&#8217;ora non so se lo hanno vietato a qualcuno, ma sarebbero capacissimi di farlo. Dopo delle lotte siamo riusciti ad avere l’acqua disponibile, anche se poi ti guardano malissimo ogni volta che vai a bere. Infatti hanno messo la boccia dell’acqua proprio vicino alla scrivania dell’area manager. Siamo completamente disorientati lì dentro, nessuno di noi sa come comportarsi. Ordinano di fare gli straordinari e c’è gente che fa anche tre, quattro ore di straordinario. E ci mantengono sempre sotto pressione dicendoci che così riusciamo ad avere una produttività che neanche in Germania riescono ad avere, e io mi chiedo che cosa me ne viene a  me in tasca. Io comunque arrivo a fine mese e non mi rimane niente in tasca. Poi ci dicono continuamente in Francia la produttività è più alta, ma in Francia lavorano sei ore al giorno per 1500 euro al mese.</p>
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		<title>Schiaccia il razzismo: cittadinanza ora!</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 08:43:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>connessioniprecarie</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Coordinamento Migranti Bologna]]></category>
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		<category><![CDATA[Lavoro migrante]]></category>
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		<description><![CDATA[Il 12 maggio il torneo di basket “Schiaccia il razzismo” organizzato dal Laboratorio On The Move, Coordinamento Migranti Bologna e Uisp tornerà in piazza. Sarà una giornata che vedrà la partecipazione di numerose persone, un momento importante per rompere il silenzio che negli scorsi mesi ha affossato il dibattito sulla cittadinanza. Sarà una giornata di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><a href="http://www.connessioniprecarie.org/files/2012/05/Schiaccia-il-razzismo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-570" src="http://www.connessioniprecarie.org/files/2012/05/Schiaccia-il-razzismo-212x300.jpg" alt="" width="212" height="300" /></a>Il 12 maggio il torneo di basket “Schiaccia il razzismo” organizzato dal Laboratorio On The Move, Coordinamento Migranti Bologna e Uisp tornerà in piazza. Sarà una giornata che vedrà la partecipazione di numerose persone, un momento importante per rompere il silenzio che negli scorsi mesi ha affossato il dibattito sulla cittadinanza. Sarà una giornata di festa, una giornata in cui poterci esprimere attraverso lo sport e attraverso la nostra musica per far valere le nostre rivendicazioni.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Sembra passata un’eternità</strong> da quando il Presidente della Repubblica parlava della necessità di dare la cittadinanza a chi è nato in Italia. <strong>Sembra passata un’eternità</strong> da quando si sentiva parlare di campagne sulla cittadinanza che volevano insegnarci cosa significa essere italiani. <strong>E sembra passata un’eternità</strong> da quando tutte le potenze della vecchia Italia, dai partiti politici agli esponenti del governo, dai giornali ai sindacati, di destra e di sinistra, erano impegnate in una santa lotta spietata per stabilire il criterio giusto per diventare cittadini, parlando di test di lingue, accordi di integrazione e permessi a punti.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Eppure non è passata un’eternità.</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Non è passata un’eternità</strong>, ma solo pochi mesi, da quando noi,<strong>generazione in movimento</strong>, scendevamo in piazza per <strong>lottare contro la legge Bossi-Fini,</strong> <strong>una legge che ci dice che dopo i 18 anni dobbiamo andar via dall’Italia se non troviamo un lavoro entro sei mesi, </strong>e lottavamo rivendicando di ottenere la <strong>cittadinanza ora, subito e senza condizioni. Non è passata un’eternità </strong>nemmeno<strong> </strong>da quando il primo marzo scioperavamo insieme, migranti e italiani, nativi e non, con i nostri genitori, per dire che la legge Bossi-Fini è una fabbrica della precarietà, una legge che ci rende tutti più precari e ricattabili costringendoci ad accettare qualsiasi condizione di lavoro. <strong>Non è passata un’eternità </strong>neppure<strong> </strong>da quando affermavamo che non accettiamo i CIE come allo stesso tempo non accettiamo i discorsi che parlano di una loro possibile umanizzazione.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Non è passata un’eternità, insomma, e non vogliamo accettare per l’eternità queste condizioni.</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Per questo motivo oggi pretendiamo di avere la cittadinanza ora e senza condizioni</strong>. Non ci interessano, però, gli sterili dibattiti di chi vorrebbe legare le regole di accesso alla cittadinanza a nuovi criteri di gerarchizzazione, continuando ancora a dividerci tra persone di serie A e serie B. Così come non accettiamo che si continui a parlare di integrazione perché sappiamo che nella vita di tutti i giorni lavoriamo insieme, viviamo insieme e  studiamo insieme, nella stessa classe, divisi esclusivamente dal razzismo istituzionale. Ma sappiamo anche che la cittadinanza non ci libererà dal futuro di precarietà e sfruttamento che coinvolge oramai tutti, italiani compresi. <strong>La cittadinanza, allora, è per noi uno strumento di lotta contro la legge Bossi-Fini e per liberarci da essa</strong>. Consapevoli che si tratta del primo passo della nostra lotta complessiva per la libertà e i diritti di tutti e tutti, contro ogni forma di precarizzazione del lavoro e dell’esistenza: <strong>CITTADINANZA ORA!!</strong></p>
<p style="text-align: justify"><a title="Lab. OnTheMove" href="http://labonthemove.wordpress.com/" target="_blank"><strong></strong>Lab. On The Move, generazione in movimento</a></p>
<p style="text-align: justify"><a title="Coordinamento Migranti Bologna" href="http://coordinamentomigranti.org/" target="_blank">Coordinamento Migranti Bologna e Provincia</a></p>
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		<title>Napoli: lotte nel welfare verso lo sciopero precario</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 15:32:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>connessioniprecarie</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oggi il collettivo operatori sociali di Napoli, assieme al Coordinamento No-inceneritori di Ponticelli, ha presidiato la sede della VI municipalità cittadina, dove si teneva un convegno su questioni ambientali e interventi nel sociale (progetti finanziati da Fondazione Sud) a cui partecipavano Sindaco, Vice Sindaco e Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Napoli. Il collettivo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><em><a href="http://www.connessioniprecarie.org/files/2012/05/Napoli.-Lotte-nel-welfare-verso-lo-sciopero-precario.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-555" src="http://www.connessioniprecarie.org/files/2012/05/Napoli.-Lotte-nel-welfare-verso-lo-sciopero-precario-300x208.jpg" alt="" width="300" height="208" /></a><em>Oggi il collettivo operatori sociali di Napoli, assieme al Coordinamento No-inceneritori di Ponticelli, ha presidiato la sede della VI municipalità cittadina, dove si teneva un convegno su questioni ambientali e interventi nel sociale (progetti finanziati da Fondazione Sud) a cui partecipavano Sindaco, Vice Sindaco e Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Napoli. Il collettivo ha denunciato le politiche di tagli a tutti i livelli, la condizione di precarietà dei lavoratori e delle lavoratrici, il disagio dei fruitori e l&#8217;attacco indiretto al loro salario attraverso la chiusura dei servizi. Gli operatori sociali di Napoli, richiamandosi <a href="http://www.connessioniprecarie.org/2012/05/07/torino-lotte-nel-welfare-verso-lo-sciopero-precario/" target="_blank">all’esperienza di lotta e agli esperimenti di sciopero portati avanti lo scorso 7 maggio dagli Operatori sociali non dormienti di Torino</a>, rivendicano la continuità delle iniziative sul terreno dei contenuti e delle pratiche. <a href="http://www.connessioniprecarie.org/2012/05/04/lotte-nel-welfare-verso-lo-sciopero-precario/" target="_blank">La  comune cornice delle lotte nel welfare precario delineata lo scorso 28 aprile</a> a Bologna si arricchisce così di un altro frammento e rafforza la sua prospettiva: quella di mettere in pratica forme di sperimentazione dello sciopero nell’era della precarietà a partire da un ambito – al contempo specifico e generale – come quello del welfare precario, uscendo dai confini strettamente locali. Come parte di questo percorso, pubblichiamo il volantino distribuito oggi dal Collettivo operatori sociali di Napoli per chiamare lo sciopero e lanciare la sua piattaforma. </em><br />
</em></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Verso lo sciopero del sociale</strong></p>
<p style="text-align: justify">Il destino del terzo settore è già segnato. I tagli alla spesa sociale la hanno quasi azzerata ed il Governo non ha alcuna intenzione di invertire questa tendenza.</p>
<p style="text-align: justify">La Regione Campania, al di là di mere dichiarazioni d&#8217;intenti, ha stanziato solo 27 milioni di euro per le politiche sociali, a fronte dei 100 milioni ritenuti appena sufficienti a soddisfare il bisogno sociale.</p>
<p style="text-align: justify">Il Comune di Napoli ha un debito con gli enti del sociale di circa 75 milioni di euro e proprio in questi giorni l&#8217;Assessore al bilancio, Realfonso, per risanare i conti del Comune ha annunciato di voler tagliare la spesa sociale di ulteriori 17 milioni. Lo stanziamento comunale si attesterebbe sui 50 milioni di euro, ossia una spesa pro capite di appena 25 euro, livelli che non raggiunge nessuna altra città italiana (la spesa nazionale media è di 120 euro pro capite). I pagamenti del Comune verso il terzo settore sono fermi a giugno 2008 ed i 7 mila operatori sociali napoletani non percepiscono stipendi da mesi: molte cooperative hanno chiuso, diversi servizi non saranno finanziati e lo spettro della disoccupazione avvolge i lavoratori mentre i destinatari si vedranno privati di servizi essenziali.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://www.connessioniprecarie.org/files/2012/05/Logo-operatori-sociali-napoli.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-556" src="http://www.connessioniprecarie.org/files/2012/05/Logo-operatori-sociali-napoli.jpg" alt="" width="128" height="164" /></a>In tempo di crisi generale, di riforma capestro del mercato del lavoro, la situazione del terzo settore rappresenta un ulteriore attacco al lavoro, incidendo direttamente sul salario dei lavoratori e, indirettamente, su quello dei cittadini a cui sono rivolti i nostri servizi. Oggi l&#8217;unica arma rimastaci è il blocco dei servizi e la  <strong>proclamazione dello sciopero cittadino</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">In questi giorni i nostri colleghi torinesi già hanno sperimentato la pratica dello sciopero contro la precarietà del terzo settore; simbolicamente, in continuità e solidarietà con loro, oggi lanciamo il nostro programma e lo facciamo con un’iniziativa di lotta, contro la precarietà e contro la devastazione dei territori.</p>
<p style="text-align: justify">Gli operatori sociali oggi ribadiscono di lanciare il conflitto:</p>
<p style="text-align: justify">- contro i tagli alla spesa sociale</p>
<p style="text-align: justify">- per il ripristino del Fondo Sociale Nazionale</p>
<p style="text-align: justify">- per lo stanziamento di fondi adeguati dalla Regione e dal Comune</p>
<p style="text-align: justify">- per il pagamento di tutte le spettanze arretrate</p>
<p style="text-align: justify">- contro la precarietà</p>
<p style="text-align: justify">- per un reddito garantito universale e incondizionato</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Verso lo sciopero dei lavoratori del terzo settore</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Verso lo sciopero generalizzato contro la precarietà</strong></p>
<p style="text-align: justify">Collettivo operatori sociali Napoli</p>
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		<title>∫connessioni precarie con Bloccupy Frankfurt</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 15:32:06 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Dopo aver preso parte all&#8217;assemblea transnazionale dello scorso 22-24 febbraio, saremo a Francoforte per le giornate di mobilitazione del maggio globale europeo, tra i cui simboli ci sarà anche il logo di ∫connessioni precarie. Saremo  insieme a chi, tra le &#8220;dita&#8221; che si stringeranno attorno al distretto finanziario dell’UE per bloccarne l’attività per un giorno, darà voce [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><a href="http://www.connessioniprecarie.org/files/2012/05/Sconnessioni-goes-to-Bloccupy.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-550" src="http://www.connessioniprecarie.org/files/2012/05/Sconnessioni-goes-to-Bloccupy-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" /></a>Dopo aver preso parte all&#8217;assemblea transnazionale dello scorso 22-24 febbraio, saremo a Francoforte per le giornate di mobilitazione del maggio globale europeo, tra i cui simboli ci sarà anche il logo di ∫connessioni precarie. Saremo  insieme a chi, tra le &#8220;dita&#8221; che si stringeranno attorno al distretto finanziario dell’UE per bloccarne l’attività per un giorno, darà voce alla connessione tra precarie, operai e migranti nella lotta contro i regimi di sfruttamento globali. La convergenza di forze da tutte le parti d’Europa – sostenuta dalla presenza di alcuni protagonisti del movimento #Occupy statunitense e della primavera araba – raccoglie la scommessa di combattere la precarietà come fatto sociale globale la cui intensificazione, nei tempi della crisi, si decide anche nei palazzi della Troika che, per tre giorni, saranno sotto assedio. È un primo passo che vede la potente connessione tra il lavoro migrante e la precarizzazione di tutto il lavoro contemporaneo, per unire quei frammenti separati e isolati nella condizione globale della precarietà. Bloccupy può essere un evento oltre l’evento, indicando una strada possibile che supera i confini per iniziare ad organizzare l’inorganizzabile.</p>
<p style="text-align: justify"><em>È inconfutabile che ci sono grandi differenze nelle realtà e nelle lotte delle rispettive regioni, paesi e continenti, così come qui ci sono differenze d&#8217;interessi tra i vari gruppi, tra migranti temporanei o permanenti, tra lavoratori precari, tra nuovi cittadini europei o sans papier. Una sfida centrale per il movimento sociale è di colmare queste differenze e cercare le ∫connessioni precarie.</em></p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://kompass.antira.info/lib/exe/fetch.php?media=noborder-goes-bloccupy_web.pdf">Vai all’appello «Noborder goes Bloccupy»</a></p>
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		<title>Torino: lotte nel welfare verso lo sciopero precario</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 20:52:46 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><strong><a href="http://www.connessioniprecarie.org/files/2012/05/tempo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-535" src="http://www.connessioniprecarie.org/files/2012/05/tempo-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Oggi a Torino, grazie all&#8217;iniziativa degli Operatori sociali non dormienti, ha avuto luogo la mobilitazione <a title="Operatori sociali non dormienti - Torino" href="http://nondormienti.blogspot.it/2012/05/7-maggio-welfare-day-24-ore-sotto-il.html" target="_blank">Welfare Day &#8211; 24 ore sotto al comune</a>. Dopo l&#8217;assemblea dello scorso 28 aprile</strong>, che ha coinvolto esperienze di lotta, intervento e connessione nel welfare precario provenienti non solo da Bologna, dove l&#8217;assemblea ha avuto luogo, ma anche da Monza e dall&#8217;area Milanese, da Torino e da Napoli, <strong>raccontiamo con Barbara del collettivo Operatori sociali non dormienti la prima di una serie di mobilitazioni a livello territoriale connesse da parole e rivendicazioni comuni</strong>. Come abbiamo scritto nel <a title="Lotte nel welfare, verso lo sciopero precario" href="http://www.connessioniprecarie.org/2012/05/04/lotte-nel-welfare-verso-lo-sciopero-precario/" target="_blank">documento conclusivo dell&#8217;assemblea</a>, condiviso da tutte le realtà promotrici, <em>vogliamo dare il massimo risalto a queste sperimentazioni. Vogliamo mostrare che scioperare nel welfare precario è possibile, andare nella direzione di colpire i precarizzatori e i loro profitti, iniziare a organizzare l’inorganizzabile</em>. La mobilitazione ancora in corso a Torino, <strong>che tra le molte iniziative della giornata ha visto delle esperienze di sciopero all&#8217;interno delle cooperative sociali</strong>, può essere considerata un altro passo verso lo sciopero precario in un settore, come quello del welfare, nel quale lo sciopero <em>è uno strumento poco conosciuto e poco utilizzato</em>. Riprendendo le parole di Barbara: <em><strong>Gli strumenti che ci dobbiamo dare devono essere condivisi e collettivi</strong>. Sappiamo che la disgregazione del welfare parte da una politica nazionale, e per bloccarla la controparte non può essere solo il comune o la regione, ma dobbiamo cominciare a ragionare su scala allargata. Penso a Napoli, dove sappiamo che c’è una situazione molto simile, e anche lì si stava ragionando di uno sciopero,  e quindi <strong>siamo andati avanti forti del fatto che altri lavoratori stavano pensando ai nostri stessi strumenti</strong>. Siamo disponibili a mettere a disposizione la nostra esperienza e andare avanti tutti insieme</em>.</p>
<p><a href="http://www.connessioniprecarie.org/files/2012/05/Intervista-a-Barbara-Educatori-sociali-non-dormienti-Torino.mp3">Ascolta l&#8217;intervista a Barbara degli Operatori sociali non dormienti, Torino</a></p>
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		<title>Imparare da Oakland&#8230;e da New York 10. An unusual general strike: ombre di sciopero sulla May Day</title>
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		<pubDate>Sun, 06 May 2012 08:56:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>connessioniprecarie</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di MICHELE CENTO, in connessione da New York An unusual general strike. Sono le prime parole che ti vengono in mente quando ti svegli il primo maggio a New York e senti lo stesso rumore di sottofondo con cui ti alzi ogni mattina. È il segno che la città sta lavorando. As usual, appunto. La [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">di MICHELE CENTO, in connessione da New York</p>
<p style="text-align: justify"><em><a href="http://www.connessioniprecarie.org/files/2012/05/Ombre-di-sciopero.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-508" src="http://www.connessioniprecarie.org/files/2012/05/Ombre-di-sciopero-300x238.jpg" alt="" width="300" height="238" /></a>An unusual general strike</em>. Sono le prime parole che ti vengono in mente quando ti svegli il primo maggio a New York e senti lo stesso rumore di sottofondo con cui ti alzi ogni mattina. <strong>È il segno che la città sta lavorando. <em>As usual, </em>appunto</strong>. La sensazione non cambia quando entri in metropolitana e ti accorgi che i treni sono come al solito più o meno in orario e i binari affollati come un martedì qualsiasi.</p>
<p style="text-align: justify">La presenza di Occupy Wall Street si avverte solo una volta arrivati a Bryant Park, il centralissimo parco cittadino che il movimento ha eletto a suo quartier generale per questa May Day. Ancora una volta è una questione di suoni. Da una parte, il martellante «shut the city down» delle decine di attivisti raggruppatisi fin dal primo mattino, dall’altro, le sirene delle decine di volanti e camionette della polizia che il sindaco Bloomberg ha dispiegato per l’occasione. Il capo della polizia di New York aveva d’altronde preannunciato che «le forze dell’ordine per il primo maggio sarebbero state sufficienti». Aveva però omesso di dire che sarebbero state sufficienti per vincere la guerra in Afghanistan. O quanto meno sufficienti per paralizzare la 42esima, l’arteria che taglia in due il centro di Manhattan. Il paradosso di questa grigia mattinata newyorchese è infatti dato dalla militarizzazione della città, che di fatto rallenta le normali operazioni di chi va al lavoro. Ma questo stato d’emergenza, con tanto di allarme diramato dall’antiterrorismo, deve essere stato reputato necessario affinché l’America continui a celebrare il lavoro, anziché chi lavora.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Se abbiamo localizzato #Occupy e polizia, rimane una domanda aperta: dov’è lo sciopero? Prima di gridare al miracolo di #Occupy, bisogna fare i conti con questa domanda</strong>, perché un <em>general strike</em> autoconvocato è un banco di prova importante per testare le possibilità di lotta dei soggetti politici centrali di questa May Day: precari e precarie, migranti, disoccupati, donne impegnate nel lavoro riproduttivo e studenti. <strong>Se lo sciopero non si manifesta, bisogna allora andare a cercarlo: anche questo fa parte del suo essere inusuale</strong>. Seguiamo allora i primi «picchetti del 99%», appena partiti da Bryan Park con un obiettivo preciso: colpire le banche che abitano Midtown. Il primo bersaglio è davanti agli occhi: la Bank of America Tower, che però è protetta da transenne e da un cordone di poliziotti lungo 30 metri. Istituzione all’avanguardia nei «servizi di sfratto», Bank of America teme che si replichi il brutto tiro giocato qualche settimana fa da #Occupy, quando gli attivisti entrarono nell’edificio muniti di divano, tavolino e pianta da interno. Per la serie: se voi ci prendete la casa, noi veniamo a casa vostra. È impossibile avvicinarsi alla sede della banca se non si ha un pass valido, per cui il picchetto si limita a denunciare le pratiche che hanno fatto guadagnare a Bank of America l’appellativo «Bad for America».</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Se questi picchetti non sono in grado di bloccare i luoghi di lavoro, producono comunque dei <em>piacevoli</em> effetti collaterali</strong>. Come avviene per esempio davanti a una filiale della Chase Bank, dove una squadra di operai abbandona gli attrezzi e si ferma ad osservare il picchetto con un’aria tra il divertito e il solidale. Uno di loro tira fuori una fotocamera e inizia a girare un video. Prima di fermare le riprese dice a chiare lettere: «Fuck You, Chase Bank». Deve essere il titolo che ha dato al suo cortometraggio. E la scena si ripete quando il picchetto si rimette in movimento e incontriamo altri operai impegnati su delle impalcature. <strong>Sono gli ispanici i più solidali, così come ispaniche sono le commesse del Duane Reade che per un attimo abbandonano il cliente e si presentano alle vetrate con un sorriso e il pugno chiuso</strong>. Segnali, certo. Ma da non sottovalutare in una fase in cui studiosi titolati sostengono che la ricetta per uscire dalla crisi sia la produttività, che da che mondo è mondo niente altro significa se non velocizzare i tempi di lavoro.</p>
<p style="text-align: justify">Sembra comunque che i picchetti del 99% non abbiano intenzione di bloccare le attività, come è successo a Oakland il 2 novembre. I picchetti hanno più una finalità dimostrativa o, come recita un cartello, vogliono «esorcizzare il potere dell’1%». <strong>Tempo fa, un uomo assai saggio ci aveva già informato che la merce è piena di capricci metafisici, ed ecco allora il senso dell’esorcismo sotto forma di picchetto: estrarre lo spirito dello sfruttamento contenuto nel corpo del lavoro e del denaro ed esibirlo al pubblico ludibrio</strong>. In realtà, il movimento è consapevole del fatto che la polizia non tollererà alcun blocco. E #Occupy non vuole incidenti con le forze dell’ordine, soprattutto in una fase in cui anche la buona (e falsa) coscienza dei <em>liberal</em> newyorchesi non sembra più indignarsi di fronte alla repressione sistematica da parte della polizia. Anche quando i numeri sono più consistenti e sufficienti per bloccare l’ingresso di una Wells Fargo, l’azione dura pochi secondi. Giusto il tempo di dare ai poliziotti la possibilità di estrarre i manganelli e di presentarsi minacciosi all’ingresso della banca. Scattano un paio di arresti. Gli attivisti gridano di continuare a marciare e di evitare altri incidenti. E si continua a marciare, con i poliziotti accanto a giocherellare con il manganello in mano (perché in fondo ognuno ha le sue piccole perversioni) e piccole filiali di banche che chiudono le porte, terrorizzate dal grido di rivolta. La città ha un aspetto surreale: le sedi amministrative delle banche sono transennate e protette dalla polizia, così come lo è la sede di News Co., il gigante dei media di proprietà di Rupert Murdoch. Anche la piazza del Rockfeller Center è inaccessibile se non si ha un pass. Fortunatamente è il primo maggio e non il 25 dicembre: non avremmo potuto tollerare la faccia delusa dei curiosi che durante le feste natalizie si affollano nella piazza per vedere il celebre albero.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>In tarda mattinata, si torna a Bryant Park dove gli altri picchetti stanno convergendo. Ma la domanda è sempre la stessa: dov’è lo sciopero?</strong> Lo andiamo a cercare nel Lower East Side, un quartiere un tempo poverissimo, ma ormai da anni soggetto a un esteso processo di <em>gentrification</em>. Qui, a pochi isolati da una seminascosta statua di Lenin, Strike Everywhere, un gruppo che gravita attorno a OWS ma in maggioranza anarchico (ma non troppo!), ha organizzato la <em>wildcat march</em>. Una marcia senza regole che ha intimorito non poco le forze dell’ordine, presentatesi in massa all’appuntamento, ma che ha suscitato anche qualche malumore all’interno di #Occupy e soprattutto la netta presa di distanza da parte dei sindacati. <strong>L’intento della <em>wildcat march</em> è quello di tenere insieme lavoratori sindacalizzati e non, dando visibilità a chi voleva scioperare ma non poteva</strong>. C’è così una lavoratrice metalmeccanica non sindacalizzata che oggi ha scioperato, «in solidarietà – così dice – con tutti quelli che avevano paura di essere qui o non potevano permetterselo». C’è anche un <em>instructor</em> precario della State University, che, nonostante non possa scioperare in quanto dipendente pubblico, ha deciso di scendere in piazza. <strong>Qui c’è almeno l’ombra dello sciopero, ma fallisce l’obiettivo della <em>wildcat march</em> di paralizzare la città</strong>. Solo per pochi tratti il corteo riesce a marciare per strada, mentre il cordone di polizia esegue la solita sequela di arresti e riporta la <em>wildcat march</em> sul marciapiede, con modi che tradiscono scarsa dimestichezza con il Bill of Rights.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Eppure, altre ombre di sciopero si allungano su New York. E sono ombre di sciopero precario, come nel caso dei lavoratori di Strand</strong>, storica libreria newyorchese gestita secondo i vecchi schemi della proprietà familiare. La loro storia mostra come la logica perversa della precarietà non risparmi nessuno. Anni fa Strand era infatti un luogo di lavoro ambito per i commessi. Stipendi al di sopra del <em>living wage</em>, ferie e malattie pagate, assicurazione sanitaria che non incideva troppo sul salario. Un angolo di paradiso nell’America post-reaganiana. La crisi del settore e l’avvento di Amazon, il grande precarizzatore, hanno «costretto» – così sostiene il management – a rinegoziare il contratto: congelamento del salario, incremento dei contributi per l’assicurazione sanitaria e ulteriori tagli per i neo assunti. Un contratto che i lavoratori di Strand hanno rispedito al mittente. <strong>Sul totale dei 150 dipendenti della libreria, sono circa una trentina gli impiegati che formano un picchetto nel primo pomeriggio</strong>. Sono gli impiegati sindacalizzati all’interno degli United Auto Workers (UAW), che «sfruttano» la loro condizione più tutelata per guidare una lotta che potrebbe a breve portare allo sciopero, a beneficio (ed è bene esplicitarlo) anche di chi è non è nelle condizioni di protestare. Essi riconoscono la crisi del sindacato, il suo essere costantemente sotto attacco e al tempo stesso costretto a convivere con le logiche della produzione, e ammettono anche che l’UAW dovrebbe fornire un’assistenza migliore. Ma sono consapevoli anche della necessità di appoggiarsi al sindacato, o meglio, a quei quadri <em>local</em> più combattivi, per attivare il conflitto sul luogo di lavoro, limitando, per quanto possibile, le possibilità di sanzioni e licenziamenti. <strong>Al picchetto dei lavoratori di Strand ha partecipato un gruppetto di attivisti di Occupy Wall Street. E scene analoghe si sono viste davanti alla sede di altri precarizzatori della Grande Mela</strong>: il New York Times, il ristorante Capital and Grille, McGraw Hill, la casa d’aste Sotheby’s (che, ironia della sorte, qualche giorno fa ha battuto <em>L’urlo</em> di Munch, mentre fuori si alzava il grido di protesta di militanti sindacali e attivisti #Occupy). <strong>Eppure, quello che a prima vista emerge da queste lotte è la marginalità della posizione di #Occupy</strong>, che per certi versi sembra limitarsi a prestare forze a un conflitto che è organizzato dai lavoratori e dai sindacati.</p>
<p style="text-align: justify">In altri termini, se il movimento ha in questi mesi sviluppato una capacità di azione e mobilitazione notevole, <strong>non ha tuttavia maturato un’adeguata capacità di organizzazione del conflitto sul luogo di lavoro, che viene invece lasciato a chi ogni giorno deve confrontarsi con il proprio precarizzatore</strong> con l’appoggio, per giunta estremamente variabile e incerto, del sindacato. A New York non si replica cioè quello che è successo a Oakland il 2 novembre, dove è stato #Occupy a organizzare lo sciopero e a metterlo in atto. Non contro il sindacato e senza neanche esserne il gregario, ma attraverso di esso. Certo, anche Oakland oggi deve fare i conti con il logoramento dei rapporti con il sindacato dei portuali, ma ha comunque cercato di bloccare alcune attività in città e ha sostenuto insieme a San Francisco lo sciopero (questo sì, vero!) dei lavoratori del Golden Gate Ferry. <strong>A Los Angeles, se i migranti non si sono visti in massa come nelle passate May Day, #Occupy ha contribuito a bloccare parte dell’aeroporto insieme a chi quotidianamente ci lavora</strong>. Si deve segnalare invece l’emergere di Occupy Chicago, che il primo maggio ha bloccato diverse banche e che si appresta a prendere le redini della protesta contro il summit Nato del 20 maggio, dove la tradizione no-global sarà declinata all’interno della nuova cornice #Occupy.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Quando dall’evento si passa all’organizzazione del conflitto, Occupy Wall Street rischia dunque di essere risucchiato dalla struttura organizzativa del sindacato</strong>, non riuscendo a dettare l’agenda della lotta. Una situazione che si avverte proprio osservando il grande corteo del pomeriggio, in cui circa 30mila persone hanno sfilato lungo Broadway alla volta di Wall Street. Un corteo organizzato con molta cura dai sindacati, quasi a controllarne eventuali eccessi di radicalità, in cui lo spezzone di #Occupy ha preso posto in mezzo alla marcia, tra i Transit Workers Union e SEIU. <strong>A #Occupy va così il merito di aver risvegliato la coscienza sindacale attorno alla May Day</strong>, una tradizione di cui a New York si ignora talvolta il significato. Ma è il sindacato a guidare il corteo e Wall Street, militarizzata ancor più del resto della città, viene solo sfiorata. Qualche attivista prova ad accennare un <em>sit down</em> davanti all’imbocco della via, ma viene prontamente arrestato. Non sembra che la cosa preoccupi i sindacati, che non vogliono grane con le forze dell’ordine e puntano invece a ribadire le parole d’ordine del corteo: «organize, legalize, unionize». Il corteo così si conclude davanti alla sede dell’azienda dei trasporti newyorchesi, dove i sindacalisti del Transit Workers Union riconoscono il ruolo di #Occupy in questa May Day. Parole di circostanza, certo.<strong> </strong>Ma<strong> non si può negare che #Occupy abbia rianimato le speranze di quegli attivisti sindacali che cercano di riattivare l’energia conflittuale del <em>rank and file</em>, </strong>fornendo loro un linguaggio e una piattaforma unitaria in cui le diverse figure che compongono il lavoro possono riconoscersi. Il linguaggio di #Occupy ha d’altronde pervaso la stessa retorica della dirigenza sindacale, che tuttavia declina il tema del 99% all’interno della rivendicazione di politiche pubbliche per la creazione di posti di lavoro. <strong>Laddove la presenza di migranti è più rilevante, come nel caso di LIUNA, il linguaggio si fa invece più conflittuale </strong>e, insieme alle invocazioni alla lotta, si chiede anche la «regolarizzazione» immediata di chi è costretto al permesso di soggiorno.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Alla fine di una lunga giornata abbiamo così trovato lo sciopero sotto forma di ombre. Un qualcosa di non ancora chiaramente definito, ma che proprio per questo apre spazi imprevedibili di conflittualità e al tempo stesso pone degli interrogativi</strong>. Interrogativi che riguardano anzitutto la validità delle lenti con cui leggiamo quanto accade tra OWS, precarie, operai e migranti, sindacalizzati e non. E con le quali guardiamo dentro uno sciopero di tipo nuovo, che va appunto <em>cercato </em>nelle trame complesse dell’organizzazione del lavoro che punta a rovesciare. Ma anche interrogativi attorno alla forma di un <em>general strike </em>che appare tanto più efficace non quando contesta le banche, ma quando incanala la lotta in un singolo luogo di lavoro, dove il processo di precarizzazione è in atto.</p>
<p style="text-align: justify">Così gli interrogativi si trasformano nelle contraddizioni e nei paradossi di un <em>general strike</em> che per attivare la sua logica radicale deve appoggiarsi a singole e particolari situazioni di lotta. Situazioni che tuttavia diventano <strong>segni di una possibile trasformazione nei rapporti di forza e, in un certo senso, cercano di rispondere alla domanda che quotidianamente precari e precarie si pongono: «che fare?». </strong>Ma sono tentativi di risposta che suscitano non pochi dubbi<strong> </strong>sulle reali capacità di #Occupy di attivare un percorso organizzativo in grado di produrre connessione e conflitto. Altre ombre, ancora. Su cui però sarà bene riflettere.<strong></strong></p>
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		<title>Lotte nel welfare verso lo sciopero precario</title>
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		<pubDate>Fri, 04 May 2012 14:40:08 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><a href="http://www.connessioniprecarie.org/files/2012/04/Precarity-soup.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-371" src="http://www.connessioniprecarie.org/files/2012/04/Precarity-soup-214x300.jpg" alt="" width="214" height="300" /></a>Sabato 28 aprile in quanto realtà di lotta, intervento, e connessione tra diverse figure del lavoro nel welfare precario, da Bologna a Napoli, da Torino a Monza e all’area milanese, ci siano incontrati a Bologna. <strong>L’esigenza di questo incontro è nata negli Stati Generali della Precarietà e per il percorso degli Stati Generali della Precarietà, con lo scopo di mettere in comunicazione conoscenze ed esperienze diverse per costruire percorsi di lotta efficaci</strong>. Siamo partiti dalla verità dei nostri piccoli successi e delle nostre grandi difficoltà per trovare una modalità collettiva di lotta allo sfruttamento massiccio di chi lavora nel welfare. [...] <strong>Il mese di maggio sarà per noi un mese davvero importante</strong>. Il 7 maggio ci sarà <strong>a Torino</strong> una grande giornata di mobilitazione di piazza, con lo sciopero di operatori e operatrici di diverse cooperative del welfare. Dopo un mese di iniziative pubbliche e di lotta, entro fine maggio ci sarà, <strong>a Napoli</strong>, un primo esperimento di sciopero dei servizi su larga scala. [...] <strong>Attorno e a partire da questi due importanti appuntamenti proponiamo di organizzare mobilitazioni a livello territoriale che siano però connesse da parole e rivendicazioni comuni</strong>. Vogliamo dare il massimo risalto a queste sperimentazioni. Vogliamo mostrare che scioperare nel welfare precario è possibile, andare nella direzione di colpire i precarizzatori e i loro profitti, iniziare a organizzare l&#8217;inorganizzabile. [...] Se la precarietà è una condizione comune che divide, le lotte nel welfare precario possono essere un primo passo per superare questa condizione. <strong>Un primo passo per fare esperimenti di sciopero precario</strong>&#8230;<a href="http://fabbrichedellaprecarieta.wordpress.com/2012/05/04/lotte-nel-welfare-verso-lo-sciopero-precario/" target="_blank">leggi tutto</a></p>
<div style="text-align: justify">Welfare precario – Bologna</div>
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<div style="text-align: justify">Collettivo Operatori sociali – Napoli</div>
<div style="text-align: justify">Coordinamento educatori precari – Area milanese e Monza Brianza</div>
<div style="text-align: justify">Operatori sociali non dormienti – Torino</div>
<p style="text-align: justify"><strong>Per info, adesioni o per segnalare iniziative di lotta nel welfare precario:</strong></p>
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