venerdì , 23 Luglio 2021

Una risposta transnazionale agli attacchi alla Convenzione di Istanbul

di E.A.S.T. – Essential Autonomous Struggles Transnational

English and other translations available here

L’11 aprile, le realtà che compongono EAST, donne e persone LGBTQIA+ provenienti Turchia, Polonia, Grecia, Italia, Bulgaria, Romania e non solo si sono riunite in un’assemblea pubblica, in seguito al ritiro della Turchia dalla Convenzione di Istanbul. Questa assemblea è stata convocata per continuare a organizzare a livello transnazionale la nostra lotta per la libertà delle donne e delle persone LGBTQIA+. Questo è lo statement condiviso lanciato dall’assemblea. Per adesioni scrivere a essentialstruggles@gmail.com

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Il ritiro improvviso di Erdogan dalla Convenzione di Istanbul manda un chiaro messaggio a tutte le donne: la violenza maschile contro le donne deve essere accettata come principio cardine della famiglia e del suo ordine. E.A.S.T. sta dalla parte delle donne che lottano in Turchia, e invita tutte le donne, le lavoratrici essenziali, migranti e persone LGBTQIA+ a organizzare insieme una risposta transnazionale al contrattacco patriarcale che stiamo vivendo in ogni angolo d’Europa e oltre. La ratifica della Convenzione di Istanbul non significa che i suoi principi siano effettivamente applicati, né che tale documento, che non prevede sanzioni per la sua mancata attuazione, sia una soluzione alla violenza patriarcale. Tuttavia, sappiamo che questo documento è il risultato di lunghe lotte femministe transnazionali e il suo ritiro è un attacco diretto contro tutte noi.

L’attacco di Erdogan alla libertà delle donne non è un evento isolato. Non è iniziato con la Convenzione di Istanbul, ma è in continuità con altri attacchi ai diritti delle donne, duramente conquistati, e già produce un impatto significativo sulla loro vita: le misure restrittive contro gli uomini violenti sono più difficili da ottenere e sono concesse per periodi più brevi. La violenza patriarcale si intensifica mentre siamo qui a parlarne. Questo attacco si situa nel mezzo di una raffica organizzata di politiche e azioni contro le donne e le persone LGBTQIA+ da parte di figure politiche e governi conservatori in Europa e oltre i suoi confini. In Polonia, il governo ha recentemente approvato una legge che limita ulteriormente la possibilità di ottenere un aborto legale e le donne hanno risposto con una straordinaria mobilitazione che ha avuto una risonanza transnazionale. Il 30 marzo, il parlamento polacco ha approvato una proposta di legge chiamata «Sì alla famiglia, no al genere» per progettare una convenzione alternativa, che porti al ritiro dalla Convenzione di Istanbul. In Europa orientale e centrale, la Convenzione è sotto attacco dalla fine del 2017 e non è stata mai ratificata da paesi come la Bulgaria, la Slovacchia, l’Ungheria, con ripercussioni sulle lotte di lungo corso portate avanti da organizzazioni delle donne contro la violenza domestica e di genere. Questo va di pari passo con le politiche attuate in Grecia, Italia, Ungheria, Repubblica Ceca e in diversi altri paesi, che mirano a mettere l’idea della famiglia tradizionale davanti alla libertà delle donne. In molti luoghi, i fondi per le case rifugio per le donne che fuggono dalla violenza domestica sono stati tagliati, e sta diventando più difficile ottenere il divorzio o la custodia dei figli nei casi di relazioni con uomini violenti. In molti luoghi, ottenere un aborto gratuito e legale è diventato quasi impossibile.

Questo attacco coordinato, che sta avendo luogo in tutta Europa e non solo, arriva in corso di una pandemia globale. Per molte donne, l’isolamento ha significato vivere in una gabbia mortale. La pandemia è stata usata dai governi come un’opportunità per rimettere le donne a quello che è considerato ‘tradizionalmente’ il loro posto: a casa, a prendersi cura della famiglia. Questo è tanto più insopportabile in quanto siamo state noi a svolgere i lavori più essenziali, nella sanità, nei servizi di pulizia e sanificazione, nel lavoro domestico, tenendo in piedi l’intera società. La società capitalista ha bisogno del nostro lavoro sfruttato in questi settori e del nostro lavoro gratuito a casa. Questi attacchi sono chiaramente contro i nostri tentativi di sfuggire a quello che è considerato il nostro obbligo ‘naturale’. Inoltre, chi di noi non svolge lavori essenziali ha subito licenziamenti in massa, cosa che va a rafforzare la dipendenza economica dai nostri partner, la precarietà e l’isolamento.

Rifiutiamo la retorica colonialista di uno scontro culturale tra un Occidente progressista e liberale e un Oriente arretrato e incivile. Le nostre condivise, anche se diverse, esperienze di oppressione dimostrano che siamo costantemente attaccate da meccanismi strutturali, messi in atto per proteggere i processi di accumulazione del capitale ovunque. In questo contesto, l’UE è pronta a chiudere un occhio su questo attacco alle donne se il regime di Erdogan si impegna a lasciare i rifugiati fuori dai confini dell’UE. Il ritiro dalla Convenzione di Istanbul negherà la possibilità di ottenere asilo alle donne che fuggono dalla violenza maschile, e sappiamo che la violenza maschile e di Stato è quotidianamente perpetrata contro le donne migranti nei campi profughi e di detenzione ai confini dell’Europa, dalla Libia al Marocco, dalla Turchia alla rotta balcanica. Quando attraversano le frontiere europee, il legame tra il permesso di soggiorno e stato di famiglia o contratto di lavoro lega le donne ai loro partner o familiari ‒ anche quando questi sono violenti! ‒ e le spinge ad accettare condizioni di lavoro e di salario insopportabili. 

Sappiamo che i sistemi di welfare di molti paesi dell’Europa occidentale crollerebbero senza il lavoro domestico a basso costo di centinaia di migliaia di donne migranti, specialmente quelle provenienti dall’Europa centrale e orientale. Queste donne sono accusate dai loro governi di distruggere le loro famiglie. Allo stesso tempo, non trovano condizioni migliori nei paesi di destinazione, dove sono sfruttate, molestate ed esposte al razzismo istituzionale. Non ci beviamo la bugia di un’UE che agisce in difesa dei diritti delle donne e delle persone LGBTQIA+, perché i suoi governi permettono che veniamo uccise e violentate quotidianamente, che siamo sfruttate, sovraccaricate di lavoro e discriminate.

Denunciamo tutti gli attacchi alle persone LGBTQIA+ e la cosiddetta ‘ideologia del gender’, la cui criminalizzazione mira a difendere e rafforzare la ‘famiglia tradizionale’ come destino ineluttabile, mentre le donne, le migranti, così come le persone LGBTQIA+, la stanno sovvertendo nella pratica. La famiglia deve essere violentemente riaffermata non solo come istituzione simbolica ma anche come ammortizzatore della povertà di fronte allo smantellamento dei sistemi di welfare. In queste circostanze, rafforzare i ruoli di genere significa preservare la gerarchia tra uomini e donne: legittimare la violenza maschile attraverso l’abrogazione della Convenzione di Istanbul significa dare agli uomini e alle istituzioni patriarcali l’autorità di punire le donne che non rispettano il loro presunto ruolo ‘naturale’ di madri, mogli o figlie.

Gridiamo a gran voce che la lotta contro la subordinazione delle donne nella famiglia e la lotta delle persone LGBTQIA+ per la libertà sessuale e contro la criminalizzazione è una lotta comune e ha un obiettivo comune: la sovversione della riproduzione neoliberale della società patriarcale! 

Non abbiamo paura, perché già lottiamo ogni giorno contro la violenza. È più chiaro che mai che questa lotta richiede oggi un’organizzazione transnazionale più forte, da Est a Ovest, da Nord a Sud. Ai nostri nemici giurati diciamo: correte, correte, correte, le donne vi inseguono…

Per unire le forze e organizzare una mobilitazione transnazionale prima dell’estate, ci incontreremo di nuovo il 23 maggio (per ulteriori informazioni seguiteci su Facebook)

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