sabato , 17 Aprile 2021

Quelle connessioni tra teoria e politica

di STEFANO VISENTIN — da «Il Manifesto» del 27 febbraio 2021

«Noi conosciamo solo un’unica scienza, la scienza della storia»: questa affermazione che compare nell’Ideologia tedesca (1843) esprime un intento programmatico al quale Marx ed Engels resteranno fedeli, pur declinandolo in modalità differenti, nell’intero corso della loro vita. Tale fedeltà è rintracciabile anche nel ricchissimo volume Global Marx. Storia e critica del movimento sociale nel mercato mondiale, curato da Matteo Battistini, Eleonora Cappuccilli e Maurizio Ricciardi (Meltemi, 2020, pp. 379) e dedicato collettivamente alla memoria di Benedetto Vecchi. I saggi qui raccolti, esito di un lungo lavoro seminariale condotto presso l’Università di Bologna, sviluppano due elementi fondamentali impliciti nella citazione marxiana: l’importanza della dimensione storico-temporale come lente attraverso la quale osservare l’articolazione spaziale del capitale, e il carattere profondamente innovativo della scienza marxiana, alla costante ricerca di «connessioni globali che vanno oltre la singola rivendicazione e il singolo territorio», e che intrecciano analisi teorica e progettualità politica. Marx ed Engels aprono così la strada per la costruzione di un metodo storico che definisce le condizioni di possibilità di una conoscenza di parte che rompe con qualsiasi ipotesi di un sapere neutrale, ponendo le basi per un agire collettivo e organizzato dentro e contro l’espansione globale del capitale.

I saggi si strutturano attorno a una serie di operatori semantici: linguaggi disciplinari (il diritto, la storia, l’economia, la tecnologia), spazi politici (Germania, America latina, Irlanda, Francia, Italia, Russia, India e Cina, Stati Uniti, Inghilterra), processi e strutture (la colonizzazione, il patriarcato, la composizione urbana). Tali strumenti compongono una scienza marxiana della storia che si confronta con un oggetto non facilmente maneggiabile, all’interno del quale Marx ricerca la presenza di una temporalità rivoluzionaria, assecondando quel ritmo della lotta di classe che non può essere mai pienamente catturato dalle magnifiche sorti della società civile borghese. La forza polemica di questa scienza emerge nella destrutturazione delle categorie giuridiche – in primis quella di proprietà – che da Marx sono ricondotte alla violenza originaria dello Stato; nel riconoscimento della guerra civile come matrice storica della città borghese; o infine nel nesso inaggirabile tra politica e tecnologia, che mostra come quest’ultima, fintanto che rimane sotto il controllo capitalistico, contribuisca in maniera decisiva alla sussunzione della società al dominio del capitale.

Agli occhi di Marx, la colonizzazione è «uno dei processi costitutivi che permette l’affermazione globale del mercato mondiale». I diversi capitoli che trattano dei paesi e dei popoli extra-europei colgono il suo intento di trasformare le storie nazionali in storia mondiale, facendo emergere una serie di rapporti che lo sguardo del capitale tende a nascondere. Così, l’analisi dell’America latina «getta una luce di verità storica sugli “arcana” del capitalismo»; lo schiavismo praticato negli Stati del Sud degli Usa appare non «soltanto parte dell’economia nazionale, ma anche pilastro del mercato mondiale»; o, ancora, le vicende indiane diventano «il campo di battaglia nel duello fra gli interessi industriali da un lato, e quelli della plutocrazia e dell’oligarchia dall’altro». Emerge in queste pagine la critica condotta da Marx alla costruzione ideologica della naturalità e della eternità della società capitalistica, che si muove lungo una duplice direzione: la prima squarcia il velo della neutralità delle scienze sociali borghesi, che destoricizzano la moderna società civile, mostrando nel contempo la capacità del capitale di recuperare al proprio interno forme antiquate di dominio, come ad esempio il patriarcato; la seconda riconosce la compresenza in diversi territori di sfruttamento e di espropriazione, ovvero di forme di potere antico e modernissimo l’una a fianco dell’altra – e non solo al di fuori dell’Europa: in Irlanda si manifesta il dominio delle forze del passato sulle forze del progresso –, a testimonianza del fatto che «la realizzazione del mercato mondiale sia cosa diversa dalla realizzazione di un mondo con caratteristiche europee».

Il giudizio marxiano sul ruolo del capitale conosce delle oscillazioni, e tuttavia le pagine sulla guerra civile statunitense, così come quelle sulla liberazione dei servi della gleba in Russia o sulla rivolta dei Sepoys in India raccontano dei segnali di un movimento mondiale. La lotta di classe, in qualunque paese si accenda, opera come una potente forza trasformatrice anche degli aspetti progressivi della politica borghese: così negli Usa la fuga di massa degli schiavi lungo la underground railroad dà un significato nuovo alla pratica dello sciopero generale (secondo la geniale intuizione di W.E.B. De Bois), mentre l’abolizione della schiavitù rilancia il movimento della democrazia e contemporaneamente rilancia la lotta per la riduzione della giornata lavorativa. Anacronismi, interruzioni, tentativi di sincronizzare i diversi ritmi della produzione mondiale, connessioni impreviste tra le forme di lotta nelle diverse aree del globo: tutti questi fenomeni riaprono costantemente quella totalità sociale che il capitale cerca di costruire, e lo fanno a partire dall’irriducibilità del movimento sociale all’ordine del mercato mondiale. Non solo, ma combattere la totalizzazione spaziale del capitale significa anche rifiutarne l’immaginario stadiale sul piano storico, e pensare piuttosto al tempo della rivoluzione come a una irruzione/rottura della “normalità” del progresso, secondo una riflessione ripresa e aggiornata negli ultimi decenni dai Subaltern Studies.

Vi è d’altro canto un uso capitalistico degli antagonismi nazionali e delle politiche imperialiste e razziali che minaccia di spezzare le connessioni interne alla classe operaia globale, intesa come una «figura moltitudinaria nella sua composizione transnazionale». Per questa ragione il compito che Marx si assume non è quello di «comporre un puzzle, ma di mettere in movimento forze» che agiscano come leve in grado di sovvertire, anche solo parzialmente o per un periodo determinato, l’ordine sociale costituito. Tutti i saggi di Global Marx riconoscono, più o meno esplicitamente, che è la dimensione antagonista a determinare la struttura e lo sviluppo della classe operaia; il che significa anche che, per usare le parole di un passo di una lettera di Marx a Vera Zasulič, il destino della classe operaia spesso non dipende da «un problema teorico da risolvere; si tratta [invece] di un nemico da abbattere». Certo, si potrebbe cogliere nell’opera marxiana un’ambivalenza tra un pensiero strategico che emerge soprattutto negli scritti politici, e la ricerca di una costruzione sistematica presente invece nei testi scientifici, se non fosse che, come abbiamo segnalato all’inizio, e come le pagine di Global Marx non smettono di ricordarci, che «quello marxiano [è] un pensiero mobile, il cui valore dipende […] soprattutto da un carattere “strategico” in constante confronto con le condizioni concrete e la pratica politica rivoluzionaria». La scienza della storia è essa stessa strategica, perché solo così può sfuggire all’abbraccio mortale di una «normatività societaria» che è in realtà «superstizione politica»; e d’altro canto, come ricorda il Capitale, «l’economia politica può rimanere scienza solo finché la lotta di classe resta latente, o non si rivela che in fenomeni isolati».

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