sabato , 5 Dicembre 2020

Aspettando rivolte: grande è il disordine sotto i Dpcm, ma la situazione è quella che è

Le proteste contro il lockdown che stanno attraversando l’Italia ci restituiscono l’immagine di un paese sull’orlo di una crisi di nervi. Non stupisce allora che in molti, anche nel movimento, si improvvisino psicanalisti che, notoriamente, sono dei pazienti che tendono a curare gli altri per non curare se stessi. Trascinati da un desiderio alla deriva, violentemente attaccato a quell’oggetto sfuggente e recalcitrante chiamato lotta di classe, finiamo per vederla ogni qualvolta si manifesti un sussulto, un vetro rotto o, se non altro, un po’ di possibile. Mentre si consuma il rito un po’ introverso degli scioperi autunnali, una voce chiama nel deserto: tu ci chiudi, tu ci paghi, dice, e l’odore inebriante del reddito garantito si diffonde nell’aria, appena un po’ rarefatta da fumogeni di varia provenienza.

Ma chi è che sta parlando? Ed è un reddito garantito quello che chiede? O è ancora lavoro e profitto, come se non ne avessimo abbastanza dell’uno e nulla dell’altro? Tolta la mascherina, è la voce del padrone che si fa sentire più forte. Sono i padroncini della ristorazione già fiaccati dal primo lockdown che ora lamentano gli introiti mancanti. Gli esercenti a debiti crescenti si lamentano, nonostante l’allegro distanziamento sociale estivo e la buona vecchia abitudine di evadere il fisco, che la pandemia non ha certo potuto estirpare. È vero che molti di loro sono diventati esercenti proprio per mancanza di reddito e per sfuggire al ricatto del salario, così come è vero che non tutti vivono sfruttando il lavoro altrui e non tutti si identificano con la cara, vecchia piccola borghesia che arranca a saracinesche abbassate, che si sente tartassata e vittima, che guarda rancorosa il dipendente pubblico in smart working a stipendio intero, dimenticando chi rischia il contagio perché svolge un lavoro essenziale, che chiede libertà d’impresa per stringere ulteriormente la presa sul lavoro. È vero, insomma, che non tutti il lavoro se lo portano a fianco perfino in piazza, sotto forma di quelle e quei baristi e camerieri pagati poco e male, ma che di fronte alla prospettiva del lockdown sanno bene che l’unico reddito possibile al momento è quello che gli garantisce il suddetto padrone. Il lavoro viene nascosto nelle pieghe di un ricatto che potrebbe essere sintetizzato anche con un «Conte ci chiude, io non ti pago». E mentre il padroncino può attendere sul conto corrente il ristoro governativo, il dipendente sa che dovrà affrontare i tempi infiniti della cassa integrazione che, noblesse oblige, sarà d’ora in avanti pure gratuita per i datori di lavoro. Quel che è certo, però, è che non c’è ristoro per il lavoro, già occultato d’altra parte dai Dpcm governativi, che sembrano accreditare la fantasiosa tesi di un virus fannullone, che diserta fabbriche, magazzini e uffici ed esce solo all’ora dell’aperitivo e ancor più si diletta nel cuore della notte. E poco importa se l’Istat ha certificato che nel primo lockdown di lavoro essenziale sono morte 13mila persone e ne sono state contagiate 47mila.

Il padrone che grida libertà in piazza avrà modi sguaiati, ma non è poi così diverso da quello in doppiopetto dei salotti confindustriali. In fondo, in questo «tu ci chiudi, tu ci paghi», c’è tanto di Bonomi. C’è l’epica del capitale che si compiace delle gesta eroiche compiute in mezzo alla pandemia per produrre ricchezza per sé e lavoro per gli altri, ma non esita neanche un attimo a chiedere soldi a quel governo che pure considera una iattura per la missione di cui si sente investito. È il padrone che chiagne e fotte, secondo la più nobile tradizione del capitalismo italiano, e che trema all’idea che il ristoro si basi sui fatturati dichiarati. E tuttavia, al netto di una filosofia comune, i conti in banca dei ristoratori scesi in piazza non hanno gli stessi zeri di quello di Bonomi e dei confindustriali; un secondo lockdown rischia davvero di consegnarli alla curva esponenziale della miseria: affitto arretrato, cartella inevasa, cambiale scaduta, bottega fallita.

Solo salvaguardia della piccola proprietà, dunque? No, specie perché ogni piazza ha una avuto una storia e una composizione diversa. A Napoli è stata animata anche da fasce di quel lavoro informale e in nero che costituisce l’indotto irrinunciabile dell’economia metropolitana, del suo passato e del suo presente, segnato dal boom dell’industria turistica che caratterizza l’epoca del sindaco dei beni comuni. Si tratta di quel lavoro che verrebbe letteralmente sommerso da una seconda ondata di chiusure, che sarebbe in larga parte escluso dai sussidi statali, e che cerca disperatamente di rimanere aggrappato a un salario quale che sia. A Torino quelli della banlieue Nord sono calati lungo le vie del lusso a prendersi – come accaduto anche a Milano – quello che nelle passeggiate del sabato pomeriggio possono solo guardare ma non toccare. Nelle vetrine spaccate delle boutique del centro non c’è però solo rabbia e individualismo competitivo: c’è il saccheggio come unica via di accesso a un reddito che lo Stato non darà mai e allora tanto vale chiederlo al signor Gucci o a monsieur Hermes, i quali d’altra parte si sono trovati di fronte a una richiesta che non potevano proprio rifiutare. C’è la consapevolezza già disperata di giovanissimi italiani e migranti, il cui orizzonte di aspettative è in fondo segnato dal nome del quartiere torinese da cui in larga misura provengono: Barriera.

C’è stato tutto questo nelle piazze italiane e anche di più, con una componente precaria e migrante presente nei contesti metropolitani e una prevalenza di ristoratori e commercianti nelle piazze del Nord-Est e lungo la dorsale della provincia italiana. E la difesa della bottega in agonia, messa su con i sacrifici e il duro lavoro – così vuole l’autorappresentazione piccolo-borghese – ha inevitabilmente attirato gli sciacalli di Forza Nuova, come sempre mossi dall’odore della putrefazione. Nonostante il marcio, non si tratta però di un fenomeno da sottovalutare: i tentativi di saldatura politica tra una piccola borghesia irrequieta e l’estrema destra non hanno mai portato bene, tanto più considerando la copertura istituzionale fornita da Salvini e Meloni. Così come la soffusa retorica negazionista e cospirazionista strizza l’occhio a quei movimenti neanche troppo velatamente fascisti che sul web lanciano crociate contro il fantomatico Deep State e la sua dittatura sanitaria. Fenomeni globali che rendono controverse e confuse le piazze italiane non meno dell’elezione del Presidente degli USA. Fenomeni globali di cui si rischia di perdere il significato se si tiene lo sguardo fisso solo sui territori e sui quartieri. C’è evidentemente qualcosa di inquietante che rischia di sfuggire ai nostri radar in cerca di rivolte, quando poi, come è successo nella piazza di Bologna, libertà e lavoro diventano sinonimi e si rispolvera la nostalgia di uno Stato paterno e pure la retorica del padre di famiglia deputato a portare il pane a casa – mentre presumibilmente la madre della suddetta famiglia sarà impegnata nel lavoro essenzialmente invisibile della cura.

Piazze spurie, dunque, come si usa dire oggi che la moltitudine ha perso appeal. Non abbiamo nostalgia delle rivolte «geometriche»: precari, migranti e donne non saranno mai euclidei. Grande è il disordine sotto i Dpcm, ma la situazione è quella che è, con in più il rischio che questa estetica dello spurio consegni qualcuno a un’altra delusione come quella provata con i forconi o prima ancora con i 5 Stelle. Il che evidentemente non significa né ignorare né liquidare la protesta nelle sue molteplici diramazioni. Quello che però proprio non possiamo permetterci di fare è rappresentarla, ovvero metterle in bocca parole che le appartengono solo in parte. Per quanto confuse ed eterogenee, le piazze hanno parlato ciascuna a modo suo il linguaggio del risarcimento e dell’immediatezza. E hanno preso di mira lo Stato come risarcitore di ultima istanza. Ed è vero che negli ultimi anni in Europa la protesta, più o meno spontanea ed estemporanea, è montata attorno alla spartizione di ciò che è rimasto dello Stato fiscale.

La logica del risarcimento non conosce però ragioni al di fuori di un sé in cerca di una rivalsa immediata: a suo modo è un effetto della lunga mutazione antropologica neoliberale. Dovremmo allora chiederci perché quel precariato che vive nell’orizzonte di un lockdown variabile ma imminente cerchi il risarcimento nella possibilità di continuare a lavorare o nel saccheggio. O, per essere più chiari, perché non parla il linguaggio del reddito? Non si tratta solo del fatto che l’unico reddito che il governo è disposto a dare è il ristoro al commercio. Ciò che il lockdown mostra è che il reddito non è in grado di risarcire il salario. Non è cioè in grado di rispondere all’immediatezza esplosa in piazza, a un’urgenza materiale indifferibile, che è connaturata alla condizione irrisarcibile del salariato. Al tempo stesso, mentre si annunciano chiusure differenziate ma massicce in tutta Italia, il reddito lascerebbe inalterata la condizione ricattabile e sacrificabile dei lavori essenziali. La lotta per il reddito rischia di risuonare nel vuoto se non affronta le urgenze dettate da un salario misero, intermittente e a rischio di finire anch’esso in lockdown.

Non abbiamo ristori da offrire e neanche bacchette magiche con cui trasformare le piazze nelle proiezioni del nostro inconscio. Non per questo possiamo consegnarci all’impotenza. Mentre il tappo dell’andrà tutto bene è finalmente saltato e con esso il fastidioso senso della responsabilità collettiva, ciò che possiamo fare è portare alla luce le fratture, le contraddizioni ma anche le connessioni che si stagliano dietro la logica del risarcimento. Già gli scioperi imprevisti dello scorso marzo nelle fabbriche italiane avevano messo in scena delle vistose crepe nella narrazione della nazione unita contro il virus. Analogamente, non c’è un popolo compatto che insorge contro il governo, ma posizioni differenti che vengono nascoste tanto tra le pieghe dei Dpcm quanto nell’indeterminatezza delle piazze. Quelle piazze parlano a noi, anche se noi non sappiamo ancora parlare a precari, migranti e donne di quelle piazze. Guardare dentro alla logica del risarcimento, comprenderne i linguaggi per capire da che posizione vengono parlati, solo così sarà possibile tenere insieme i piani del reddito e del salario: questa è la sfida che ci attende alle porte di un nuovo lockdown, che non si preannuncia per niente light per chi vive ogni giorno il ricatto del salario.

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