mercoledì , 30 Settembre 2020

La partecipazione virtuale a uno sciopero virtuale. L’agitazione sindacale negli USA a ridosso di Black Lives Matter

di FELICE MOMETTI da New York

Molti erano stati gli appelli, tra la fine di maggio e la fine di giugno, ai sindacati per convocare scioperi nel momento di maggior conflitto espresso dal movimento contro il razzismo istituzionale negli Stati Uniti. Appelli quasi tutti caduti nel vuoto con l’eccezione di alcuni piccoli sindacati locali dei conducenti di bus che hanno scioperato per non trasportare i manifestanti arrestati e dell’ILWU, il sindacato dei portuali californiani, che il 19 giugno aveva chiuso per otto ore i 29 porti della costa occidentale. La stessa sorte sta toccando alle decine di petizioni rivolte alle due principali federazioni sindacali, l’AFL-CIO e Change to Win, per espellere dai loro associati i sindacati di polizia che in questi mesi, se ancora ce ne fosse stato bisogno, hanno mostrato il loro carattere politico-militare a difesa di un ordine sociale che ha tra i suoi elementi costitutivi il razzismo sistemico. Stando alle dichiarazioni dei principali dirigenti delle due federazioni sindacali l’espulsione dei sindacati di polizia è «una questione difficile» e che è più utile «coinvolgere i nostri affiliati della polizia piuttosto che isolarli».

È in questo quadro che nasce l’iniziativa della Service Employees International Union (SEIU) in accordo con il Movement for Black Lives di convocare uno sciopero nazionale il 20 luglio chiamandolo Strike for Black Lives. La SEIU, due milioni di iscritti tra i lavoratori del pubblico impiego e della sanità, non è nuova a queste iniziative di recupero istituzionale dei movimenti. Alla fine del 2011 ci aveva provato, senza grandi risultati, con il movimento Occupy e tra il 2012 e il 2014 – con maggiori risultati – dopo gli scioperi autorganizzati del movimento Fight for Fifteen che chiedeva un salario minimo di 15 dollari all’ora. La politica sindacale della SEIU si regge su due capisaldi: costruire una federazione di sindacati che contenda il primato dei lavoratori sindacalizzati all’AFL-CIO e avere una concezione utilitaristica delle pratiche di community organizing. Nel 2005 la SEIU promuove la costituzione di Change to Win, una federazione sindacale alternativa che nelle intenzioni doveva fondarsi sulla democrazia sindacale e il protagonismo degli iscritti. Il processo si arena nel giro di quattro anni perché non è, e non viene percepito, come realmente alternativo. Viene riprodotto, a una velocità maggiore, lo stesso funzionamento verticista e burocratico che si contestava all’AFL-CIO. Oggi solo due sindacati di una certa consistenza aderiscono a Change to Win: la SEIU e l’International Brotherhood of Teamsters (IBT), il sindacato dei camionisti. Ci sono molte teorie in circolazione su cosa sia, dal punto di vista sindacale, la community organizing. Guardando alle vicende degli ultimi dieci anni, per la SEIU significa intervenire dove nascono lotte e movimenti riprendendone rivendicazioni, simboli e immaginari e formando associazioni formalmente indipendenti che però dipendono organizzativamente e finanziariamente dalla SEIU stessa.

È la costruzione di un bacino per il ricambio dei funzionari e l’affermazione della centralità politica di una struttura sindacale gerarchica. Allo stesso tempo il sindacato dovrebbe rappresentare le istanze dei movimenti sociali. Con l’esplosione del movimento sociale dopo la morte d George Floyd l’azione della SEIU è stata quella di individuare un settore del movimento o vicino a esso, che non esprimesse una conflittualità radicale, in modo da entrare in relazione o costruire un’alleanza. Infatti, l’11 giugno il Consiglio Direttivo della SEIU approva una risoluzione in cui dichiara il sostegno non al movimento che si sta battendo contro il razzismo istituzionale o più genericamente a Black Lives Matter ma al Movement for Black Lives. È un’indicazione precisa. Il Movement for Black Lives è una coalizione di associazioni e Ong che si è formata alla fine del 2014, dopo la rivolta di Ferguson, perché non si riconosceva nelle pratiche considerate troppo radicali di Black Lives Matter e individuava il terreno della pressione istituzionale come principale ambito di intervento. I primi di luglio il Movement for Black Lives presenta una proposta di legge, the Breathe Act, che prevede finanziamenti «per costruire comunità sane, sostenibili e eque» e per «migliorare l’autodeterminazione delle comunità nere». Contemporaneamente si annuncia una Black National Convention per il 28 agosto. Una settimana dopo la prevista Convention del Partito Democratico in cui verrà nominato ufficialmente Joe Biden come candidato alla Presidenza.

Sempre i primi di luglio la SEIU indice per il 20 luglio uno sciopero nazionale «per le vite dei neri» e approva il sostegno a Biden garantendo 30 mila volontari per la campagna presidenziale. Lo sciopero nazionale è solo annunciato e non formalmente convocato in quanto vietato da una legge che non si ha alcuna intenzione di violare. La piattaforma è generica. Si chiedono giustizia per le comunità nere e garanzie per un voto democratico e accessibile a tutti, si fa appello alle aziende per smantellare il razzismo e il suprematismo bianco sui luoghi di lavoro, si riafferma il diritto di ogni lavoratore di aderire senza ostacoli a un sindacato. Nulla sul definanziamento della polizia, i milioni di disoccupati, il razzismo delle istituzioni. Nelle conferenze stampa, della SEIU e del Movement for Black Lives, si costruisce l’evento-sciopero a cui parteciperanno, si dice, centinaia di migliaia di lavoratori in decine di città. La SEIU ottiene l’adesione di un riluttante sindacato dei camionisti e quella formale dell’American Federation of Teachers che non potrà fornire un contributo in quanto gli insegnanti a luglio sono in ferie. Le altre adesioni sono in gran parte di associazioni nell’orbita della SEIU e del Movement for Black Lives. Ma la partecipazione a uno sciopero nazionale che non può essere fatto, a meno di violare la legge, può essere problematica e quindi si prevede una scappatoia che impedisce di valutare la reale incidenza dello sciopero stesso. Coloro che non possono fare sciopero e partecipare ai presidi in programma, a mezzogiorno possono inginocchiarsi, stare in silenzio oppure fermarsi per 8 minuti e 46 secondi, il tempo in cui il poliziotto ha schiacciato con il ginocchio il collo di George Floyd. Ma come si è svolto lo sciopero? New York è un buon punto di osservazione perché c’è la più numerosa sezione sindacale del paese della SEIU, più di 80 mila iscritti, ed anche quella politicamente più influente. Erano previsti quattro luoghi per manifestare. Alla sede dell’UPS di Brooklyn un presidio organizzato dal sindacato dei camionisti è durato pochi minuti con qualche decina di partecipanti. Quello davanti al Tribunale penale di Brooklyn organizzato dai lavoratori del Dipartimento di Giustizia ha visto la partecipazione di una trentina di persone in maggioranza funzionari sindacali. All’iniziativa promossa da Fight for $15 and a Union, un’associazione satellite della SEIU, davanti alla sede della Federal Reserve hanno partecipato una ventina di persone. La manifestazione centrale, organizzata dalla SEIU di New York, era all’inizio di Central Park a ridosso del Trump International Hotel. I partecipanti, in gran parte funzionari sindacali, non hanno superato i 200. Molti cartelli firmati SEIU che inneggiavano a Black Lives Matter, molti giornalisti, telecamere e fotografi. Pochissimi lavoratori e lavoratrici. Una partecipazione virtuale a uno sciopero virtuale. Le strategie di recupero del movimento sono in atto da settimane a diversi livelli e la spinta a vedere la scadenza elettorale di novembre come decisiva per le sorti degli Stati Uniti si fa sempre più forte. Come cambierà un movimento sociale che per un mese ha preoccupato non poco gli apparati dello stato e l’establishment politico-economico, è l’incognita che si ha di fronte.

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