giovedì , 13 Agosto 2020
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Il presente come problema politico. Sulla situazione del movimento sociale negli USA

di FELICE MOMETTI

Come consolidare socialmente un movimento mantenendo l’intensità e la radicalità del conflitto? Formule non ce ne sono. Manuali nemmeno. A meno che non ci si consoli con inservibili analogie storiche che confermano solo la propria autoreferenzialità. Rapporti di forza, relazioni sociali, composizione di classe, simboli e immaginari interpellano i movimenti sociali obbligandoli continuamente a inventare il presente. Un presente non lineare fatto di salti e stalli, di forti accelerazioni e brusche frenate.

Dopo più di un mese di mobilitazioni, di proteste, rivendicazioni, di riappropriazione dello spazio urbano, della socialità interdetta dal Covid-19 il movimento sociale esploso negli Stati Uniti si trova nella necessità di ridefinire un percorso. Sempre più c’è la consapevolezza che lottare contro il razzismo istituzionale, pretendere una riduzione drastica dei finanziamenti ai Dipartimenti di polizia, ancor di più il loro scioglimento, significa rimettere in discussione gli elementi costitutivi di un sistema sociale. È a questa altezza che si sta collocando lo scontro con il potere. Un’altezza che provocherebbe le vertigini a qualsiasi soggetto politico o sociale, più o meno organizzato. Per ora la riposta dell’establishment politico alterna il recupero istituzionale di settori di movimento alla repressione poliziesca di altri. Una strategia certamente non nuova che però sta mostrando una certa efficacia. Due esempi possono dare il senso di questa situazione. Il primo è la zona autonoma autogestita di sei isolati nel quartiere di Capitol Hill a Seattle (Capitol Hill Autonomous Zone -CHAZ). Dopo una settimana di scontri con la polizia, l’8 giugno viene abbandonato il locale distretto di polizia e il movimento occupa una parte di Capitol Hill istituendo una zona autonoma senza polizia. Cambiano i tempi sociali del quartiere e si affermano nuovi significati dello spazio urbano. Il movimento di altre città guarda a Seattle come a un esperimento da replicare. Ci sono tentativi, ad esempio, a Filadelfia, Portland, Nashville che vengono però repressi sul nascere. Sin dall’inizio la discussione interna al movimento di Seattle su cosa sia e cosa dovrebbe essere la CHAZ non trova una soluzione condivisa. Per alcuni è un’idea di società locale che favorisce un nuovo stile di vita basato sulla partecipazione, le energie rinnovabili e la mobilità sostenibile proponendo una rigenerazione urbana da diffondere in altri quartieri. Per altri è la rappresentazione del movimento in atto, della sua articolazione e pluralità. La CHAZ come spazio inclusivo che accoglie attività alternative, cooperazione sociale, welfare dal basso autorganizzato e centro di produzione artistica e culturale. Per altri ancora la zona autonoma è innanzitutto un luogo che deve produrre soggettivazione e conflitto. Uno spazio di discussione e iniziativa da proiettare oltre Seattle. Nel frattempo, la zona autonoma viene attaccata frontalmente da Trump invocando interventi repressivi e blandita dalla sindaca Jenny Durkan con lo scopo, nemmeno tanto nascosto, di depotenziarne l’impatto mediante l’istituzionalizzazione di alcune attività sociali e culturali.

Il potere politico locale opera anche per approfondire la scissione tra i due gruppi che a Seattle si rifanno a Black Lives Matter fin dal 2014. Una scissione avvenuta per l’incompatibilità di due diverse concezioni della lotta contro il razzismo istituzionale. Black Lives Matter Seattle-King County, il gruppo maggiore, dal 2015 è registrato secondo i termini di legge come un’organizzazione no-profit. Ha un ristretto gruppo dirigente, precise gerarchie interne, non ha partecipato alla CHAZ, e svolge la sua attività nel campo dei diritti formali della comunità afroamericana e nel finanziamento, con fondi di investimento, di alcuni servizi di welfare. Il 12 giugno ha organizzato, con molti appoggi istituzionali, la più grande manifestazione di Seattle con 60 mila partecipanti. Black Lives Matter Seattle Original è l’altro gruppo. Ha partecipato alla CHAZ fino al 26 giugno. Come si può vedere la CHAZ nasce in una situazione molto complessa e fin da subito il suo futuro appare strettamente legato alla diffusione di esperienze simili in altre città. Il 13 giugno in un’assemblea della zona occupata viene cambiato il nome in CHOP che tuttavia non ha un significato univoco per i partecipanti. L’acronimo è interpretato da alcuni come Capitol Hill Occupied Protest, da altri come Capitol Hill Organized Protest evidenziando la diversità di vedute. Il cambio di nome non si traduce in nuove iniziative politiche anzi si afferma una caratterizzazione della zona, ancor più accentuata, come rappresentazione statica del movimento. Quasi una fotografia attraente di giorno e inquietante di notte. Tra il 20 e 29 giugno dentro la zona occupata e nelle immediate vicinanze avvengono quattro sparatorie, con due morti e diversi feriti. Di notte la CHAZ/CHOP, zona senza polizia, diventa il luogo di ritrovo e di scontro tra gruppi dediti allo spaccio ed altre attività extralegali. Sembra che le contraddizioni di un’intera città si siano condensate nei sei isolati di Capitol Hill. Tutto il circuito mediatico mainstream coglie l’occasione per attaccare l’intero movimento. Il 26 giugno Black Lives Matter Seattle Original abbandona la zona dichiarando che la situazione è ingestibile. La mancata creazione di zone simili in altre città, non aver definito consensualmente i contenuti e le modalità di funzionamento, gli attacchi furibondi da parte dei media, la possibilità da parte della sindaca di scegliersi gli interlocutori, le pressioni del sindacato della polizia hanno portato all’ordine esecutivo di sgombero, che è avvenuto il primo luglio.

Il secondo esempio riguarda l’occupazione dei giardini davanti al Municipio di New York. Nei giorni immediatamente successivi all’uccisione di George Floyd molte sono state le dichiarazioni e le promesse di vari sindaci di ridurre i finanziamenti ai Dipartimenti di polizia destinando maggiori fondi ai servizi sociali. Bill de Blasio, sindaco di New York, aveva promesso di ridurre di un miliardo di dollari, sui sei totali, il finanziamento della polizia. In vista del voto del Consiglio comunale sul bilancio finanziario della città e per indurre il sindaco a mantenere le promesse, un centinaio di volontari – soprattutto bianchi – dell’organizzazione no-profit Vocal-NY la notte del 23 giugno ha occupato i giardini di fronte al Municipio con l’intenzione di rimanerci fino al voto sul bilancio. L’iniziativa viene definita Occupy City Hall anche per la vicinanza con Zuccotti Park, il luogo simbolo di Occupy Wall Street. Nel giro di un paio di giorni Occupy City Hall diventa un punto di attrazione di settori di attivisti del movimento che allestiscono iniziative politiche, culturali, musicali. Si ampliano gli spazi degli incontri, del pernottamento, della distribuzione del cibo. La discussione tra “definanziatori” e “abolizionisti” della polizia, all’interno dello spazio occupato, diventa anche una riflessione sulle prospettive del movimento. L’organizzazione Vocal- NY che ha sempre definito l’occupazione come City Hall Encampment, e che ha come sponsor anche la Fondazione Ford e Open Society, viene scavalcata nella gestione politica e organizzativa dello spazio occupato. Il voto del Consiglio Comunale è previsto per il 30 giugno. La notte precedente, su probabile ordine del sindaco, la polizia prova a sgomberare lo spazio occupato. L’operazione non riesce, l’occupazione è cresciuta e mostra una resistenza inaspettata. Nel pomeriggio il Consiglio comunale, composto da 48 democratici e 3 repubblicani, vota il bilancio con 32 favorevoli e 17 contrari. Il bilancio della città di New York è di 88 miliardi di dollari di cui 5,6 miliardi inizialmente destinati al Dipartimento di polizia. Guardando però tra i meandri di numeri e tabelle delle 750 pagine del bilancio si scopre che la riduzione del finanziamento della polizia non arriva a 500 milioni di dollari che, tra l’altro, non vengono nemmeno totalmente destinati ai servizi sociali. Il New York Times arriva a definire l’intera operazione come un “gioco di prestigio finanziario”. Bill de Blasio dichiara di aver rispettato gli impegni provocando le contestazioni di una parte dei consiglieri del suo stesso partito. Una volta votato il bilancio vengono convocate più assemblee di Occupy City Hall, che nel frattempo gruppi di occupanti iniziano a chiamare Abolition Park, per decidere se e come continuare la lotta. L’occupazione continua ad essere sostenuta da alcuni gruppi di attivisti e viene invece abbandonata da Vocal-NY e da altri volontari delle Ong. Ora, per il movimento di New York, si apre una fase diversa in cui probabilmente prevarrà la repressione poliziesca rispetto al recupero istituzionale. Gli esempi della CHAZ/CHOP di Seattle e di Occupy City Hall di New York non sono esaustivi dell’articolazione del movimento contro il razzismo istituzionale e di come si manifestano i conflitti e si produce soggettività. Sono tuttavia testimonianze significative che “l’invenzione del presente” non ha modelli ed è profondamente intrecciata con gli aspetti materiali, politici, simbolici di una determinata composizione di classe.

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