domenica , 27 Settembre 2020

Della rabbia e della bellezza. Cronaca di una protesta a Brooklyn

di CINZIA ARRUZZA

questo pezzo è stato scritto per Viewpoint Magazine e connessioniprecarie.org

Il Barclays Center di Brooklyn è stato oggetto di contesa prima ancora di essere costruito: molti collettivi si sono opposti al progetto preoccupati, a ragione, che avrebbe intensificato i processi di gentrificazione razzista già in corso in un’area soggetta a rapide trasformazioni. Questi stessi gruppi hanno anche denunciato la spesa inghiottita dal progetto, 1.6 miliardi di fondi pubblici; nemmeno gli autisti hanno mai visto di buon occhio il Barclays, visto che l’enorme cantiere ha trasformato l’Atlantic Avenue in un incubo di traffico per anni. In questi giorni, il Barclays Center è tornato a essere teatro di conflitti. Durante tutta la scorsa settimana una crescente folla di manifestanti, giovani e di diverse etnie, si è riunita nella piazza di fronte al Barclays ogni giorno, puntualmente, alle 18 di pomeriggio. All’inizio la cosa veniva annunciata pubblicamente, col passare dei giorni la gente ha cominciato semplicemente a presentarsi in quel luogo a quell’ora, sapendo che qualsiasi protesta sarebbe comunque iniziata da lì. Ad oggi, le loro speranze non sono ancora state deluse.

Il 4 giugno, il Barclays ha visto la trasformazione inaspettata di una piazza, una trasformazione qualitativa e non solo quantitativa, probabilmente dovuta ai continui scambi e contatti avvenuti tra i manifestanti durante giorni tanto intensi da sembrare mesi. In effetti, il 4 giugno al Barclays si sono visti i primi segni dell’emergere di una soggettività politica attraverso processi ancora embrionali e spontanei di autorganizzazione. Intorno alle 18, quando ancora molte persone si stavano recando in piazza per unirsi ai circa 500 già presenti, l’incontro si è trasformato in una sorta di assemblea improvvisata a microfono aperto: gli interventi si sono susseguiti senza soluzione di continuità, e non si è trattato dei soliti interventi di militanti di collettivi già strutturati. Per lo più, si è trattato di espressioni spontanee di rabbia, amore, solidarietà, speranza, gratitudine e analisi politica radicale proveniente da persone qualunque, molte alla loro prima esperienza di lotta e solo poche riconoscibili. Tra gli applausi della folla, in attento ascolto nonostante l’assenza di adeguati amplificatori, un nero senzatetto sulla cinquantina ha fatto una perfetta analisi materialista delle dinamiche interne alle sollevazioni in corso: «per la prima volta in diversi anni vediamo una massa di bianchi sostenere la nostra battaglia, e questo sta accadendo per via della crisi economica, perché molti bianchi vengono oggi declassati». Una donna nera trans si è rivolta con toni accesi ai neri cis presenti in piazza: «se non volete schierarvi al fianco delle vostre sorelle nere trans, tornate nelle vostre cazzo di case. Il nostro nemico è lo stesso, dobbiamo essere uniti». Il suo intervento è stato accolto da un’ovazione entusiasta. Qualcuno aveva forse predisposto questo microfono aperto? Probabilmente no, o comunque non c’è stata alcuna leadership riconoscibile se non quella di giovani donne e uomini neri che è emersa naturalmente dalla protesta nel corso dell’incontro.

Alle 20, 3000 persone di uno spezzone di corteo proveniente da sud (Sunset Park) si sono unite e hanno iniziato a cantare: «Fanculo il vostro coprifuoco». L’intenzione era chiara a tutti: non avrebbero fatto marcia indietro e sarebbero rimaste in strada il più a lungo possibile, fino a subire arresti di massa, se necessario. Con queste intenzioni, il corteo ha cominciato a spostarsi cambiando direzione a ogni angolo di strada, giocando al gatto col topo con la polizia. Più la polizia di New York cercava di tagliare la strada alla manifestazione per mettervisi in testa e disperderla o arrestare i manifestanti, più il suo percorso si faceva imprevedibile, dal Barclays Center a Cobble Hill, poi di nuovo al Barclays e poi fino a Fort Greene, per chiudersi infine a Clinton Hill. Chi c’era alla guida del corteo? Probabilmente un gruppo di manifestanti che si era riunito al Barclays nei giorni precedenti e che in quel momento ha deciso di prendere in mano il coordinamento tattico dell’iniziativa. Forse, un gruppo che si è semplicemente trovato unito dall’occasione. O forse, ancora, un insieme di individui che ha deciso di prendere le redini del comando per quella sera.

Al Barclays, un gruppo di manifestanti ha imbastito una tavola con frutta, snacks, informazioni legali, integratori e gel per le mani; altri avevano borse piene di strumenti di protezione personale (mascherine, gel igienizzanti oltre che cibo e bibite energetiche) che distribuivano liberamente tra la folla. A un certo punto, durante il corteo, una macchina è spuntata dal nulla e si è fermata in mezzo ad Atlantic Avenue, un nero è sceso dall’auto e ha aperto il portabagagli: era pieno di cartoni d’acqua. Tante altre persone hanno distribuito acqua e bibite varie per le strade di Cobble Hill, Fort Greene e Boerum Place. Chi ha organizzato questa imponente infrastruttura di mutualismo, che ha fatto sì che tutti i manifestanti avessero energie sufficienti per affrontare l’umidità di New York per quanto più tempo possibile, nonché gli strumenti per proteggersi dal Covid-19? Tutti, e nessuno: si è trattato di un lavoro combinato tra collettivi di base, sostegno spontaneo alle proteste e unione di gruppi di amici, conoscenti e compagni per raccogliere fondi, preparare kit di protezione ed essere pronti e presenti in ogni punto del corteo.

Questa azione collettiva di cura – o di radicale (e in movimento) riproduzione sociale dal basso – è stata affiancata da una straripante solidarietà espressa dalla città nel suo insieme. Applausi e incitamenti si sono fatti sentire da ogni palazzo di ogni strada attraversata dal corteo e molte persone si sono fatte vedere di fronte alle proprie abitazioni, nonostante il coprifuoco, con il pugno chiuso e il desiderio di fare più rumore possibile. Un’ambulanza si è fermata in mezzo alla strada e la paramedico al suo interno, una donna nera, ha usato gli altoparlanti del veicolo per omaggiare la folla e cantare con lei. Un artista si è presentato con la sua automobile per distribuire cartelli in bianco e nero e poi se ne è andato. Poi, ancora, in un momento alquanto bizzarro e inaspettato, un agente del traffico nella sua piccola volante ha suonato il clacson e alzato in aria il pugno chiuso incoraggiando i protestanti a proseguire. Con il corteo che avanzava a prendersi le strade, ora dopo ora, l’intera città sembrava volerlo abbracciare, omaggiare, dargli forza, dire ai manifestanti che anche loro sarebbero scesi in piazza se non fosse stato per la pandemia o per i figli da accudire a casa, o perché avevano appena partecipato a un’altra delle molteplici manifestazioni quotidiane di New York. E poi ci sono state la comicità, il situazionismo, la creatività (dai costumi più stravaganti fino ai cartelli dal contenuto ironico) che si esprimono con tanta forza solo in momenti di liberazione collettiva, quando la normalità capitalista viene sospesa e le persone assaggiano una forma nuova di libertà. La bellezza si è ripresa le strade.

Questi dieci giorni che hanno scosso il paese con una forza che non ha precedenti negli ultimi cinquant’anni hanno vissuto in un tempo condensato e accelerato: sono passati solo dieci giorni, ma sembrano dieci mesi. Lo stato di tensione sospesa dei lunghi mesi di lockdown ha aperto la strada per un’euforia collettiva, rabbia combinata con bellezza e amore: per i propri compagni, per i più di 100.000 morti durante la pandemia, per George Floyd, Breanna Taylor, Jamal Floyd e le innumerevoli vite nere spezzate da uno Stato militarizzato e razzista, e per il nostro futuro, che pensavamo ci fosse stato sottratto e di cui invece ci siamo riappropriati con la lotta.

Eppure, le sfide a venire sono tante, e difficili da fronteggiare. Barclays ha visto l’emergere spontaneo delle condizioni di possibilità di un processo collettivo di auto-organizzazione e soggettivazione. Ma queste, appunto, sono solo condizioni di possibilità, potenzialità che vanno realizzate. L’auto-organizzazione, comunque, è la chiave per la durata di questa rivolta sociale, per la sua espansione ad altri settori sociali (a iniziare dai lavoratori organizzati e dai luoghi di lavoro in generale), per la sua capacità di difendersi dalla repressione brutale e per la sua forza di mantenersi politicamente autonoma rispetto alle spinte a cooptarla e assorbirla che cercheranno, come sempre, di sedare le rivolte e incanalare quella rabbia verso il voto. Se un’altra presidenza Trump sarebbe un disastro, se non altro per l’effetto galvanizzante che avrebbe sulle destre estreme di tutto il mondo, dall’India al Brasile, è anche vero che dieci giorni di rivolta sociale per smantellare il razzismo istituzionale hanno fatto di più che otto anni di presidenza Obama. È questo potere collettivo a essere riscoperto durante questi giorni di rivolta. Ed è l’autonomia politica di questo potere collettivo che dobbiamo difendere strenuamente.

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