mercoledì , 1 Aprile 2020
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Dall’inferno di Lesbo. Il razzismo dei confini europei con e senza Coronavirus

intervista dall’isola di Lesbo a NAGEHAN USKAN (attivista e ricercatrice proveniente dalla Turchia)

L’emergenza Coronavirus occupa ormai il dibattito pubblico in tutto il mondo. A restare sullo sfondo o addirittura a scomparire è quello che nel contesto della pandemia accade a chi scappa dalle guerre e dalle violenze che il virus non ha certo sospeso. Situazioni drammatiche come quella delle e dei migranti e dei richiedenti asilo, che si scontrano oggi con una triplice violenza: quella delle guerre e dell’oppressione da cui scappano, quella dei confini europei, del permesso di soggiorno e dello sfruttamento e quella del virus, cui sono maggiormente esposti in quanto profughi e in quanto migranti. La recente decisione del governo della Turchia di «spedire» i richiedenti asilo siriani in Europa e il loro respingimento da parte di Grecia e Bulgaria ha peggiorato ulteriormente le condizioni disumane di chi si muove in cerca di un futuro migliore. Abbiamo intervistato Nagehan Uskan, attivista e ricercatrice proveniente dalla Turchia che vive sull’isola di Lesbo. Nagehan racconta l’emergenza con uno sguardo a entrambe le sponde del mar Egeo, descrivendo le condizioni di vita delle e dei migranti nel contesto socio-politico delle isole greche, sottolineando i cambiamenti avvenuti dal 2015 a oggi e mostrando come ‒ mentre a livello ormai globale si impongono misure per limitare il contagio, per difendere le vite di milioni di persone ‒ i migranti vengono abbandonati al loro destino, usati come capro espiatorio per alimentare tensioni prodotte dall’impoverimento generale delle politiche di austerity. Nonostante questo a Lesbo, dove le condizioni si fanno ogni giorno più disumane, la risposta delle migranti e dei migranti si concretizza in proteste organizzate autonomamente e in grado di coinvolgere anche altre associazioni locali. Il racconto di Naghan ci mostra che l’emergenza Covid19 agisce come una lente di ingrandimento dei problemi e delle gerarchie già esistenti, ma ne crea anche di nuove e impone perciò di riconoscere le lotte in atto contro una violenza razzista che diventa sempre più feroce. Come accade nei centri di accoglienza e nei CPR in Italia, la vita delle e dei migranti ai tempi della pandemia è messa in pericolo, salvo poi essere necessaria quando deve essere sfruttata. Il Coronavirus non discrimina, potrebbe colpire chiunque, ma la sua gestione politica fuori e dentro i confini è segnata dal razzismo istituzionale dell’Europa e dei suoi Stati.

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In questi giorni si assiste a un’esplosione di violenza contro i migranti a Lesbo e nel campo profughi Moria, dovuta a giochi di potere tra Turchia, Grecia e Unione Europea. Ci potresti raccontare la situazione attuale sull’isola? Che cos’è cambiato ultimamente?

Nagehan Uskan: Sono stati veramente dei giorni surreali. Da un lato vedevamo sulle televisioni mainstream turche che i migranti venivano mandati via con i gommoni, con i conduttori televisivi che fomentavano le emozioni degli spettatori chiedendosi se i migranti sarebbero riusciti a raggiungere sani e salvi la Grecia oppure no. La versione araba della televisione turca statale, TRT, spiegava nei dettagli le vie di migrazione da Idlib fino alla Grecia per i migranti. I trafficanti spiegavano in TV con grande orgoglio che facevano volentieri questo lavoro su ordine del presidente. Annunciavano il costo di un passaggio tra le coste egee di Turchia e Grecia, uno di loro parlava fiero di sé stesso: «ho portato io la metà dei migranti in Europa». Purtroppo, i migranti inviati con così con grande entusiasmo non sono stati accolti affatto bene sull’isola. La Guardia costiera ha aumentato i respingimenti e i pochi migranti (circa 500) che sono riusciti ad arrivare sull’isola hanno dovuto affrontare gli attacchi di alcuni abitanti del luogo che non volevano permettere loro di sbarcare. Gli stessi residenti attaccavano anche gli operatori delle ONG o gli attivisti che cercavano di supportare i migranti. Alla fine di tutto ciò, i nuovi arrivati sono stati prima trasferiti su una nave militare greca che li ha lasciati in porto per quasi 10 giorni, come se fossero in quarantena, poi, alla fine, qualche giorno fa li hanno trasferiti al campo Malakasa, vicino ad Atene. Infine, il governo greco ha annunciato che nessuna richiesta di asilo sarà accettata dopo il primo marzo.

Il governo di Nea Dimokratia che è stato eletto lo scorso giugno recentemente ha dichiarato che costruirà un muro galleggiante nel mar Egeo. Cos’è cambiato con il governo di Nea Dimokratia rispetto al governo di Syriza?

Parlerò soprattutto delle mie impressioni dall’isola. Per tanto tempo il governo di Syriza è stato visto come il principale responsabile della mala gestione della situazione dei migranti. L’anno scorso, quando Tsipras era venuto sull’isola per un incontro con le autorità locali, è stato dichiarato lo sciopero generale e non ha ricevuto una buona accoglienza. Gli abitanti locali di Lesbo speravano tanto nel governo di Nea Dimokratia che aveva anche promesso loro che presto «avrebbe ripulito» l’isola dai migranti. Ma non è stato così. Quando sono saliti al potere c’erano 7.000 migranti sull’isola, invece adesso sono più di 20.000. Perché hanno fatto di tutto per rallentare il processo per l’asilo, così da non permettere i migranti di raggiungere la terra ferma. Hanno abbandonato le isole al loro destino, e hanno creato una situazione estremamente sproporzionata in cui 85.000 residenti vivono con più di 20.000 migranti. Sarebbe veramente bello e utopico pensare a un’isola in cui tutti vivono in pace, ma purtroppo, la condizione economica dei locali e le condizioni di vita inumane offerte ai migranti creano grandi tensioni. Di recente le centinaia di poliziotti mandati da Atene sull’isola per sorvegliare il nuovo campo chiuso di migranti che si voleva costruire vicino al villaggio Mandamados sono state rimandate indietro dagli isolani, che hanno reagito in modo molto aggressivo alla loro presenza. In poche parole, gli abitanti dell’isola non vogliono più affrontare i gravi problemi creati della mala gestione dell’immigrazione dell’Unione Europea e del governo greco. Naturalmente, dico questo non per giustificare, la violenza, il razzismo o la discriminazione, ma per far capire un po’ il punto di vista della gente del luogo.

Puoi raccontarci quali erano anche prima le condizioni all’interno dei campi? Hai assistito a dinamiche di razzismo, corruzione e sfruttamento da parte delle autorità?

Moria può contenere solo 3.000 residenti però ci vivono oltre 20.000 persone, in condizioni veramente disumane. Una parte della popolazione ha creato uno spazio indipendente e autonomo, Olive Groves che non ha servizi igienici, doccia o distribuzione di cibo. I servizi non sono ben organizzati neanche all’interno del campo Moria, soprattutto non sono sufficienti per tutti i residenti e questa situazione crea delle tensioni gravi tra le persone che ne hanno bisogno per sopravvivere. La qualità del cibo bassissima e la distribuzione non è equa. Ci sono lunghe file per tutte le esigenze di base e quest’attesa è pericolosa soprattutto in questi giorni, in cui c’è il grande rischio del Coronavirus.

Tutte queste dinamiche hanno creato una mafia all’interno del campo, una mafia che di solito usa i minori non accompagnati promettendo loro protezione. Tanti migranti fanno parte di queste organizzazioni sentendo semplicemente di non avere niente da perdere. Le comunità africane sono discriminate e sono le vittime principali della violenza dentro al campo, poiché sono la minoranza. Ma non solo… I migranti sono accoltellati, alcune volte uccisi solo perché non si vogliono far rubare i cellulari. Le carte d’identità dei migranti con lo stampo blu (che permette loro di raggiungere la terraferma) vengono rubate e rivendute a prezzi altissimi. E tante altre cose… In qualche modo, non si fa niente per impedire questa mafia e ho l’impressione che si preferisca che tutto rimanga così visto che si vuole creare un campo fatto di migranti «criminali». Tantissimi migranti in questo momento girano con i coltelli, molti lo fanno solo per proteggersi.

Siamo a conoscenza di bande armate che attaccano i migranti e le strutture di solidarietà nelle isole greche, così come lungo il fiume Evros. Quanto si sente il peso di questi gruppi e in che rapporto sono con il razzismo istituzionale?

Nel 2015 c’era un gran supporto spontaneo dell’accoglienza ai migranti da parte degli isolani. Tuttavia, la situazione è poi diventata permanente e sempre più grave e al momento posso dire che siamo all’estremo opposto della reazione del 2015. Il pericolo per un migrante non è solo dentro il campo, ma anche quando esce fuori, proviene dell’estrema destra che, ultimamente, è ben organizzata sull’isola. C’è un gruppo di fascisti, circa trenta-quaranta persone in maschere nere, con delle catene e bastoni che cercano di attaccare i migranti vicino a Moria. Sono gli stessi che attaccavano gli operatori delle ONG. Tuttavia, non penso che sia questo il vero problema e che se smettessero di farlo la situazione cambierebbe. C’è un «no» alla continuazione e normalizzazione di questa situazione, a diversi livelli e con diverse espressioni, da parte della maggioranza dell’isola. A parte questa violenza, gli abitanti di Moria hanno costruito check-point auto-organizzati dove controllano chi deve passare dal villaggio. Come già dicevo prima, i nuovi arrivati non sono ben accolti. Più in generale, nell’isola il messaggio aperto ed evidente a tutte le ONG è di lasciare l’isola. Si crede che quando andranno via loro andranno via anche i migranti. Bisogna ovviamente parlare anche di tanti gruppi antifascisti che hanno dato una bella risposta in questi giorni, con grande partecipazione di attivisti da tutte le parti della Grecia che si sono uniti sull’isola per diverse manifestazioni. Anche alcuni membri delle organizzazioni di estrema destra tedeschi, austriaci, belgi, francesi e irlandesi erano venuti sull’isola, ma alcuni di questi sono stati rimandati indietro con messaggi precisi da parte di gruppi antifascisti.

Contro l’immagine creata dai media mainstream e dalle istituzioni, i migranti a Lesbo non sono vittime inermi ma stanno rivendicando libertà e autonomia. Sappiamo che soprattutto le donne profughe e richiedenti asilo sono molto attive dentro e fuori dal campo Moria. Ci potresti raccontare alcune di queste pratiche di lotta e organizzazione autonoma delle e dei migranti?

All’inizio dell’anno c’è stata una grande manifestazione organizzata dalle donne di Moria. Erano giorni di tensione perché solo 10 giorni prima c’era stata una manifestazione degli isolani chiamata dal governo locale, di circa 7.000 persone. Sul Municipio era ancora appeso lo striscione con su scritto: «Vogliamo le nostre isole indietro, vogliamo le nostre vite indietro». In un’atmosfera del genere le donne di Moria, con dei cartelli con su scritto «Moria, l’inferno delle donne», hanno fatto una grande marcia e hanno urlato slogan e rivendicato i loro diritti di fronte al municipio, in modo da far uscire fuori gli impiegati e farli affacciare. In questa manifestazione la polizia ha arrestato tante partecipanti non migranti, soprattutto europee. Per loro era inimmaginabile che le donne migranti avessero organizzato da sole una manifestazione, doveva esserci necessariamente una forza «bianca» a provocarle e organizzarle. In seguito a questa manifestazione sono state organizzate altre due mobilitazioni, con un’ampia partecipazione ma con l’esclusione delle comunità africane. Queste altre due manifestazioni, a cui partecipavano anche i bambini, sono state attaccate dalla polizia che ha usato contro i manifestanti una gran quantità di gas lacrimogeni. Anche dopo queste manifestazioni si è cercato il grande organizzatore «bianco»: hanno arrestato tantissimi di quelli che avevano dimostrato solidarietà ai migranti, tuttavia sembra che il grande organizzatore bianco non si trovi. I migranti sono visti come passivi e apolitici e non si riesce a concepire che possano organizzare una manifestazione autonoma. Questo tipo di proteste continuano anche oggi su piccola o media scala, hanno una partecipazione più omogenea e comprendono anche i residenti di Moria e le comunità africane.

Il sistema di Dublino incatena i migranti al primo paese di arrivo in Europa, costringendo in uno stato di prigionia chi non vuole rimanere in Grecia ma deve aspettare i tempi lunghissimi della decisione sul loro status legale, e favorendo reazioni violente e razziste da parte di chi vorrebbe cacciare i profughi. Per sfuggire al ricatto di Dublino e dei confini molti migranti in Europa iniziano a rivendicare un permesso di soggiorno europeo senza condizioni. Come viene discusso il problema dei documenti all’interno dei campi?

Non penso che questo tipo di problema sia tanto discusso, in particolare in questi ultimi giorni, ma per i migranti di Lesbo in generale non ha nessun senso aspettare così a lungo bloccati su quest’isola, e in generale in Grecia. L’antropologo iraniano Shahram Khosravi spiega in modo molto chiaro le dinamiche con cui l’Occidente impone ai migranti di aspettare. Far aspettare e controllare il tempo degli altri nutre il potere, ovvero subordinare il tempo dell’altro e fargli sentire che il suo tempo è meno importante di quello degli occidentali. Mentre in Occidente il tempo significa correre, produrre e non perdere neanche un istante per la massima efficienza, per i migranti il tempo è fermo, chissà per quanto, per un tempo non definito, non si sa quando finirà, non si sa se finirà, è ambiguo, non toglie la speranza, ma ricorda in continuazione «l’incubo di essere deportati all’inferno da cui vengono». Penso che questo sia di fatto una tortura psicologica, che si aggiunge alle condizioni inumane del luogo dove si aspetta, Moria. Vedo in modo evidente gli effetti su amici che si trovano in questa attesa. Quasi nessuno vuole rimanere qui dopo aver ricevuto il permesso, vista la situazione economica del paese. L’isola per loro significa prigione. E poiché ultimamente non sono ben accolti, né loro vogliono rimanere qui, sarebbe logico non tenerli in prigione e lasciarli andare.

Sappiamo che c’è un caso confermato di Coronavirus sull’isola di Lesbo. Com’è la situazione riguardo all’emergenza? Sappiamo anche che donne e uomini richiedenti asilo vivono in condizioni disumane nel campo di Moria. Se il virus dovesse arrivare nel campo potrebbe essere letale. Sono stati presi provvedimenti sanitari dalle autorità?

Mentre tutti guardavano con terrore i migranti e gli europei arrivati in solidarietà come portatori di virus, il 9 Marzo il primo caso positivo che ha raggiunto l’isola è stata una signora greca che tornava dalla Terrasanta. Per adesso, per fortuna, è limitato solo a questo caso e credo che sia anche guarita. Sull’isola sono aperti solo i supermercati e le farmacie e c’è il divieto di assembrarsi in più di 10 persone. Purtroppo non si sono prese precauzioni e non si è annunciato un piano di emergenza nel caso il virus si diffondesse nel campo, dove le condizioni di igiene sono terribili. Prima di tutto ci vorrebbe una distribuzione organizzata di materiali igienici, ma parliamo di una situazione dove è difficile pure trovare l’acqua. Invece, l’unica precauzione presa consiste nel restringere il più possibile la libertà delle persone che vivono al campo. Le porte sono aperte solo dalle 7.00 alle 19.00. Tra le 7.00 e le 19.00, ogni ora, un massimo di 100 persone possono uscire dal campo e tra questi solo una persona per famiglia. Questa regola serve piuttosto a «proteggere» tutti i non migranti dai migranti, ma abbandona i migranti al loro destino e rinchiusi. Spero, e voglio credere, che presto si faccia un piano serio riguardo a questo.

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