sabato , 15 Agosto 2020
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Fare schei: lavoro e profitto durante la pandemia

di CAPRIMULGUS

Dopo alcune settimane di emergenza e una decina di giorni di limitazione feroce di alcune forme della mobilità e della socialità, vale forse la pena qualche riflessione. Vorremmo partire dal Protocollo sottoscritto da governo, sindacati confederali e imprese perché evidenzia a nostro parere un paio di questioni cruciali: la prima è che il metodo inglese di affrontare il virus sta facendo scuola e il sacrificio di qualche migliaio di persone comincia a essere considerato sostenibile; la seconda è che il virus che sta impestando l’Italia è molto più radicato e diffuso del Covid-19 e non passerà certo con le misure messe in campo dal governo. Si chiama virus del fare schei ed è diffuso in tutto il territorio nazionale. Mentre si irride al Boris Johnson d’oltremanica, in realtà chi ha messo in campo un feroce darwinismo sociale sono le imprese italiane. I governatori di Veneto e Lombardia hanno un bel dire sulla necessità che le persone rimangano a casa, mentre quotidianamente lavoratrici e lavoratori sono costretti a varcare i cancelli delle fabbriche dove le probabilità di ammalarsi continuano ad aumentare.

Abbiamo già capito chi sta pagando il conto e a chi si vorrebbe far pagare anche i conti futuri. Perché dopo aver massacrato la sanità, i proletari sono quelli che sopportano maggiormente i costi sia dell’incapacità di curare le persone sia dei danni economici che questa devastazione comporta e comporterà nel prossimo futuro. Gente messa in ferie, altri in cassa integrazione, altri in sospensione. Neppure in una pandemia i padroni pensano di dover sborsare più della miseria salariale che sono soliti pagare. Quando pagano. Sono pure disposti a fare un po’ di elemosina, come ha fatto la famiglia Rana donando 400 mila euro a due ospedali privati per l’acquisto di apparecchiature per la ventilazione assistita, basta che si continui a produrre tortellini.

Devono scioperare e quindi perdere giornate di lavoro gli operai per cercare di salvarsi prima di tutto dalla spietatezza di un sistema produttivo che deve continuare a soddisfare le commesse just-in-time producendo merci di qualsiasi tipo. Altro che produzioni e servizi essenziali. Se a fatica nel settore pubblico si è riusciti a imporre la chiusura di molti uffici, ma non tutti, nel settore privato manifatturiero ognuno fa da sé. Il lavoro vivo pare sia trattato alla stregua di lavoro quasi morto. Forse perché altro lavoro vivo può immediatamente sostituirlo o perché una bombola di ossigeno può rianimarlo per un altro po’. Ma anche il volontarismo dei professionisti sanitari rimane palesemente insufficiente rispetto all’inettitudine complessiva del sistema sanitario italiano.

Mentre qualcuno si attacca all’inno nazionale o alla bandiera italiana, nelle fabbriche il lavoro vivo viene letteralmente consumato. L’unità nazionale va sempre bene per i padroni. Ma qualcuno comincia a ricredersi rispetto al fatto che il Covid-19 sia democratico dopo aver visto sfrecciare qualche jet privato verso lontane residenze fortificate, mentre ai proletari quando va bene toccano i 50 metri quadrati di un appartamento. O un posto letto in uno dei ghetti del sud e del nord Italia dove lavoratrici e lavoratori migranti vivono ammassati. No, non andrà tutto bene per tutti.

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