mercoledì , 11 Dicembre 2019
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Controstoria di un’oppressione: la lotta delle donne e la resistenza in Turchia e Kurdistan

di SEDA CAN

Pubblichiamo il contributo di Seda Can, militante femminista turca, che racconta le lotte in corso nelle piazze di Istanbul e nei territori di guerra curdi contro il brutale inasprimento della violenza armata e patriarcale del regime di Erdogan. Presentatosi all’inizio come partito democratico, l’AKP si è, a poco a poco, fatto portatore di politiche sempre più esplicitamente neoliberali, razziste, tradizionaliste e autoritarie. Il fallito colpo di Stato nel 2016, condotto da una parte delle forze armate turche, ha permesso di giustificare la proclamazione di uno stato di emergenza prolungato che ha dato al governo un potere sempre più dispotico. I membri del partito d’opposizione sono stati privati dei loro ruoli istituzionali e sostituiti da funzionari dell’AKP, le carceri sono state riempite di oppositori politici e i media sono totalmente passati nelle mani del governo. Come racconta Seda, oggi in Turchia l’intensificazione della repressione di ogni forma di dissenso e insubordinazione va di pari passo con l’intensificazione della violenza sulle donne, la cui pretesa di libertà rivendicata in massa nelle piazze costituisce una pericolosa minaccia per il regime autoritario turco. Per lo stesso motivo – con il sostegno dell’Unione Europea, degli Stati Uniti e della Russia – Erdogan ha dichiarato guerra alle combattenti e ai combattenti curdi. Nonostante i bombardamenti, le esecuzioni sommarie e gli abusi condotti dall’esercito di Ankara, le donne e gli uomini curdi stanno continuando strenuamente a lottare per difendere un progetto di liberazione dal dominio maschile e da quello del capitale. Alimentata dai fuochi delle insorgenze che dal Cile al Libano, dalla Bolivia all’Ecuador il movimento delle donne sta accendendo, la lotta delle turche e la resistenza curda alimenta a sua volta il globale rifiuto della violenza che il 23 novembre verrà urlato nelle piazze di tutto il mondo.

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Rompere l’isolamento

Quest’anno è stato segnato da un’intensificazione crescente degli scontri tra il regime turco e gli uomini e le donne in lotta per la libertà. Oltre alle battaglie per interrompere l’isolamento a cui è stato condannato Abdullah Ocalan, imprigionato da 8 anni nell’isola di Imrali senza la possibilità di contattare altre persone, ci sono stati diversi scontri in corrispondenza delle elezioni municipali. Il dittatore Erdogan ha continuato a non rispettare le decisioni del popolo e ad accentuare il carattere autoritario del suo regime. Il 9 Ottobre il regime fascista turco ha dato inizio alla guerra di conquista dei territori della rivoluzione democratica e delle donne, in Kurdistan e nella Siria Nord-Orientale. La strenua resistenza delle forze rivoluzionarie continua, nonostante l’atmosfera di terrore prodotta dalla brutale repressione del dittatore Erdogan renda difficile scendere in piazza, manifestare la propria rabbia e rompere l’isolamento in cui rischia di cadere la resistenza collettiva a causa della paura diffusa.

Alla fine, però, l’isolamento è stato rotto. La parlamentare del partito democratico (HDP) Leyla Güven, anche lei in prigione, nel novembre del 2018 ha iniziato uno sciopero della fame che, nei mesi successivi, è diventato uno strumento di resistenza per migliaia di prigionieri in Turchia e migliaia di persone solidali in Turchia, in Kurdistan e nel resto del mondo. Questo è stato il primo segnale che ha permesso alle persone di ritornare nelle piazze. L’8 marzo le donne si sono riprese le strade in massa, nonostante il divieto di manifestare, costruendo la più grande manifestazione da molti anni a questa parte.

Negli ultimi mesi le violenze sulle donne si sono moltiplicate, ma il movimento delle donne non ha mai smesso di scendere in piazza. Ad agosto il video divenuto virale di un ex marito che uccide la ex moglie, Emine Bulut, davanti alla figlia che la supplica di non morire, ha portato in piazza centinaia di donne che hanno urlato il loro dolore e la loro rabbia. Così pure il caso di una studentessa violentata e uccisa dai padroni per cui lavorava ‒ che i media hanno poi raccontato come un suicidio ‒ ha scatenato il movimento delle donne, che chiedono verità e denunciano il carattere patriarcale dei tribunali. La stessa cosa è avvenuta a una domestica uzbeka, Nadira Kadirova, che lavorava per il deputato dell’AKP Sirin Ünal e che, dopo essere stata stuprata e uccisa, è stata fatta passare per suicida. I femminicidi sono sempre più frequenti in Turchia, ma le donne stanno facendo del rifiuto della violenza patriarcale il loro più importante campo di lotta.

Amministrazioni forzate

Il regime autoritario e patriarcale di Erdogan ha negli anni intensificato il carattere dittatoriale del proprio potere. Già a partire dal 2016 esso ha costretto 102 membri eletti del partito democratico a lasciare i propri seggi per sostituirli con persone scelte d’autorità dal regime. Circa 5000 lavoratori e lavoratrici sono stati licenziati dai municipi con l’accusa di simpatizzare per il partito democratico. Quest’anno, le elezioni municipali del 31 Marzo hanno visto il partito fascista AKP perdere la maggior parte delle proprie posizioni a vantaggio del partito d’opposizione. L’AKP ha perso anche il controllo di Istanbul, una posizione particolarmente rilevante per Erdogan che nella capitale ha sempre avuto un sostegno importante. Dopo aver annullato le elezioni riconvocandole per il 23 Giugno, l’AKP ha perso nuovamente, questa volta a vantaggio dell’ex alleato CHP. Non potendo accettare alcuna forma di libertà che metta in discussione il suo potere autoritario e unitario (Uno Stato, Una religione, Una ideologia), il 19 Agosto è ricominciato il processo di sostituzione forzata dei sindaci eletti affiliati all’HDP. A oggi, sono 16 i comuni sottoposti a un’amministrazione ‘forzata’. Questo tipo di attacco va di pari passo con centinaia di arresti. Proprio come nel 2016, queste azioni forzate avvengono per lo più nel Kurdistan del nord, dove Erdogan intende costruire un vero e proprio regime coloniale ai danni del popolo curdo. Allo stesso tempo, quello di Erdogan è evidentemente un attacco alle conquiste delle lotte delle donne curde e non solo. Qualsiasi espressione di dissenso viene messa a tacere, qualsiasi commento di protesta contro il fascismo colonialista di Erdogan e i massacri di cui è responsabile viene perseguitato. Per esempio, l’utilizzo della parola ‘occupazione’ su Twitter o altri social media è divenuto motivo sufficiente per essere arrestati. Nonostante questo, ovunque gli attacchi contro la volontà di chi ha votato per l’HDP trovano la loro risposta nelle piazze. Anche se il regime cerca di impedire persino le riunioni del partito con l’appoggio della polizia, l’HDP e i suoi sostenitori non arretrano e continuano a manifestare. Le proteste contro le sostituzioni forzate dei sindaci eletti nei municipi non cessano di aver luogo in diverse città turche. Ebru Günai, parlamentare del partito democratico, ha sostenuto che «loro cercano di mettere a tacere la verità. Ma per quanti attacchi provino a sferrare al nostro partito, noi rimarremo saldi nella nostra posizione. Non abbiamo paura e continueremo a lottare».

Guerra di occupazione nella Siria del Nord

Il 9 Ottobre il regime di Erdogan ha mosso guerra al Rojava e all’esperienza di governo autonomo della Siria Nord-Orientale bombardando le città di confine Serêkaniyê e Girê Spî e attaccandole via terra. L’esercito turco ha utilizzato anche le armi chimiche contro i civili, violando qualsiasi norma internazionale. Dopo l’attacco ad Afrin, questa è la seconda volta che le forze rivoluzionarie del Rojava e della Siria Nord-Orientale devono fronteggiare l’attacco di un esercito regolare. Il Consiglio delle donne di Ezidian si è così espresso:

Con la scusa di voler creare le cosiddette zone sicure vengono prese di mira città, abitazioni, scuole e ospedali. Saccheggi, espulsioni ed esecuzioni; tagli all’elettricità e ai rifornimenti d’acqua. Non a caso Sinjar viene bombardata contemporaneamente al Rojava. Centinaia di migliaia di persone che negli ultimi sette anni, nonostante la guerra, hanno costruito insieme una società democratica, sono di nuovo costrette a fuggire dalle loro case.

Da quando è iniziata la guerra, più di 300.000 persone sono dovute fuggire. I bombardamenti sono utilizzati anche come strategia per liberare i leader dello Stato islamico imprigionati in quei territori. Le forze dello Stato islamico sono confluite sotto il nome di «Esercito regolare siriano» e vengono appoggiate dall’esercito turco come parte della strategia di attacco di Erdogan. Questa guerra, portata avanti sotto la bandiera dell’operazione di pace, è in realtà un tentativo di prendere possesso dei territori della rivoluzione siriana, di cacciare il popolo curdo sotto la minaccia del genocidio, di interrompere le comunicazioni tra Kurdistan del nord e Kurdistan occidentale. Questa guerra di occupazione è stata preparata nel tempo attraverso il processo di accentramento del potere autoritario di Erdogan, la stretta di alleanze con gli Usa, la Russia e l’Unione Europea e la disposizione dell’esercito turco sul confine e sotto gli occhi di tutto il mondo.

Gli attacchi contro la rivoluzione del Rojava/Siria Nord-Orientale mostrano l’odio delle truppe fasciste e islamiche contro la rivoluzione delle donne. Hevrin Xelef, una donna curda che ha avuto un ruolo di avanguardia durante la rivoluzione, è stata uccisa da uno squadrone della morte durante i primi giorni dell’occupazione; il regime di Erdogan ha parlato di un’operazione portata a termine con successo. La mutilazione dei corpi delle donne combattenti e i video girati dalle gang islamiche per registrare e vantarsi dell’omicidio delle donne rivoluzionarie sono un altro segno evidente del loro disprezzo nei confronti delle donne e delle loro battaglie. Le forze rivoluzionarie in Rojava/Siria Nord-Orientale sanno bene che la guerra in corso è una questione di vita o di morte. È una battaglia per la sopravvivenza dei risultati ottenuti dalla rivoluzione democratica, dal governo autonomo democratico e dalle donne siriane. È una battaglia per l’esistenza del popolo curdo e di altri (come i Suryoye) per difendere la loro vita contro le minacce di genocidio. Le rivoluzionarie in Siria Nord-Orientale sanno che l’unico modo per conquistarsi un futuro e non perdere ciò che hanno è resistere con le loro forze e la solidarietà che ricevono da tutto il mondo.

Fin dall’inizio di questa operazione militare ci sono state proteste in tutto il mondo contro l’invasione turca. Il 2 Novembre centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza contro la violenza di Erdogan e per difendere la rivoluzione e le sue conquiste; tutt’ora ci sono ovunque blocchi e boicottaggi contro il governo turco, come quelli contro la Turkish Airlines. In tutto il mondo tantissime persone sanno che ciò che è stato ottenuto da questa rivoluzione è qualcosa che riguarda tutte e tutti; sanno che difendere questa rivoluzione significa difendere una speranza per il futuro che riguarda milioni di persone ovunque nel mondo. Contrastare il governo turco fascista e gli attacchi al popolo siriano con ogni mezzo significa sostenere la battaglia di chi in prima linea si scontra con il volto più brutale della reazione capitalista alla rivoluzione in Siria. Qualsiasi azione di solidarietà raggiunge gli uomini e le donne che stanno combattendo nei territori della rivoluzione in Kurdistan e nella Siria Nord-Orientale mostrando a tutti che la loro lotta è la lotta di tutte e tutti.

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