mercoledì , 11 Dicembre 2019
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Continuità e rivolta: movimenti delle donne e sciopero femminista

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Il movimento delle donne si sta espandendo e si sta trasformando. Si sta espandendo perché la risonanza globale della lotta contro la violenza maschile ha acceso nuove insorgenze in Arabia Saudita, Marocco, Algeria, Palestina, Sudafrica. Si sta trasformando perché in ogni parte del mondo – dal Libano alla Bolivia, dall’Argentina all’Italia, dal Cile alla Siria del nord ‒ le donne si confrontano con le diverse condizioni sociali e politiche in cui quella violenza agisce e viene contestata: la guerra, l’imposizione armata delle misure di austerità, la precarizzazione intransigente e il razzismo istituzionale, cambi di governo che inevitabilmente modificano tanto le aspettative quanto gli spazi dell’iniziativa politica. Espansione e trasformazione sono il segno di un movimento sociale che è sempre un passo oltre le sue forme organizzate, che è segnato dalle contingenze con le quali si confronta e che contemporaneamente mette in tensione dall’interno tutti i movimenti di contestazione del programma neoliberale, che oggi devono necessariamente fare i conti con l’istanza femminista. Espansione e trasformazione sono i processi che ci avvicinano all’8 marzo del prossimo anno, quando lo sciopero femminista transnazionale si ripeterà per la quarta volta. Proprio perché lo sciopero si ripete, deve essere ripensato di nuovo affinché sia il momento in cui le donne che stanno combattendo le manifestazioni molteplici del dominio maschile possano tornare a prendere parola globalmente, per mettere in comunicazione insorgenze che altrimenti resterebbero isolate e frammentate, per dare loro uno sbocco potente e simultaneo capace di tenere aperto il processo della loro connessione.

La sfida è prima di tutto quella della continuità. In Italia Non Una di Meno deve affrontarla in condizioni diverse rispetto al passato, che impongono di rimettere in squadra l’iniziativa politica per rilanciarla. Alle spalle ci sono indiscutibili successi: tre scioperi politicamente dirompenti, che sono andati molto al di là di una dimensione puramente simbolica e militante, che hanno incrinato gli assetti consolidati delle politiche dei movimenti e dei sindacati e che, soprattutto, hanno dato a centinaia di migliaia di donne di generazioni diverse, lavoratrici, migranti la possibilità di  riconoscersi ed esprimere in massa e su scala globale il rifiuto di ogni manifestazione della violenza patriarcale. Il movimento dello sciopero femminista ha aperto lo spazio politico della grande manifestazione di Verona, dove Non Una di Meno ha guidato una moltitudine di donne e soggetti diversi contro il patriarcalismo reazionario del World Congress of Family, dando una spallata decisiva al governo degli orribili Fontana, Pillon e Salvini. Oggi però il quadro è cambiato. Questi personaggi sono passati dietro le quinte, pur essendo sempre una minaccia all’orizzonte. Il nuovo governo continua con altri mezzi le politiche di quello precedente, pur avendo messo da parte i suoi toni più violenti e grotteschi, e agita promesse di discontinuità che rendono meno nitido il fronte del conflitto. In secondo luogo, la radicalizzazione, la durata e la crescita del movimento femminista lo espongono al rischio di perdere la propria differenza. Perdere la propria differenza significa diventare una qualsiasi struttura militante intrappolata nel proprio gergo e quindi incapace di parlare alle donne che in questi anni sono scese in piazza, o che possono e vogliono farlo perché non accettano più di subire violenza, molestie sul lavoro, sfruttamento, razzismo. Cancellare quella differenza significa pensare che Non Una di Meno sia una sommatoria di identità – delle sue strutture di coordinamento, di organizzazioni politiche o sindacali, di collettivi, di generi ‒, anziché un processo collettivo di presa di parola, di protagonismo e iniziativa innescato dall’individuazione di una linea di conflitto irrinunciabile ‒ la lotta contro la violenza maschile sulle donne ‒ a partire dalla quale mettere radicalmente in discussione l’insieme dei rapporti sociali che si alimentano di quella violenza. Rinunciare a quella differenza significa, infine, perdere di vista la dimensione di massa e globale del movimento, trattandolo come un insieme di soggettività già libere che si comportano come la più antiquata delle avanguardie e quindi smettono di misurarsi con la lotta quotidiana che milioni di donne, in condizioni tra loro diversissime, ogni giorno combattono per la propria liberazione. Questa lotta quotidiana deve essere centrale nella manifestazione del 23 novembre e in direzione dello sciopero dell’8 marzo, perché secondo noi solo così Non Una di Meno può vincere la sfida della continuità, confermando la sua capacità di espandersi e trasformarsi sotto la spinta del movimento sociale globale di cui è parte.

Ripensare lo sciopero femminista significa dunque radicarlo nel presente, e lo sguardo sul presente deve essere transnazionale. Negli ultimi anni l’America Latina è stata il teatro dell’accelerazione globale verso l’8 marzo e oggi è travolta da eventi che avranno effetti profondi sul processo dello sciopero. In Cile, Ecuador e Bolivia le donne che lo hanno tenuto aperto con la loro lotta contro i femminicidi e per l’aborto libero, sicuro e gratuito oggi sono protagoniste delle sollevazioni contro il neoliberalismo autoritario e si stanno scontrando con forme sempre più violente di repressione. Gli stupri con cui la polizia sta punendo pubblicamente le donne in rivolta indicano il carattere patriarcale della violenza esercitata dallo Stato, il cui scopo è di imporre un’obbedienza indiscutibile a tutti quelli che stanno insorgendo perché non vogliono più essere oppressi, sfruttati e impoveriti. In Argentina, il movimento femminista ha contribuito in modo determinante alla caduta del governo Macri, ma ora si deve confrontare con le promesse di discontinuità della compagine kirchnerista che ha alimentato il suo sostegno elettorale facendo propria la battaglia per la libertà di aborto, ma che non intende rispondere alle rivendicazioni avanzate dalle donne contro l’indebitamento che impone loro di riprodurre la vita in condizioni di miseria. Sul fronte siriano, Erdogan ha dovuto scatenare una guerra per schiacciare la lotta delle donne curde contro il dominio maschile e del capitale, e per governare su commissione dell’Unione Europea i movimenti di milioni di persone attraverso i confini, i movimenti di donne che stanno sovvertendo praticamente l’ordine patriarcale e che a ogni passo corrono il rischio di essere stuprate e uccise pur di conquistare la propria libertà. Una miriade di insorgenze alimenta il movimento globale delle donne, molte si richiamano l’una all’altra per consolidare la propria forza, nessuna può superare i limiti della situazione particolare da cui scaturisce in assenza di un piano di comunicazione e organizzazione transnazionale capace di mettere al centro dell’iniziativa le condizioni materiali in cui la violenza patriarcale si produce e riproduce. Non esiste ancora una rete operativa transnazionale del movimento femminista, ma la sua costruzione deve essere una delle poste in gioco del prossimo sciopero dell’8 marzo.

Noi pensiamo che l’assemblea organizzata da Non Una di Meno il 24 novembre possa essere il momento per questo scatto in avanti, l’occasione per creare lo spazio in cui possano prendere parola collettivamente tutte le donne che ogni giorno combattono contro la violenza dei loro mariti e compagni e contro quella dello sfruttamento e del razzismo. Rinvigorire il rapporto con i Centri antiviolenza è una delle condizioni che può dare visibilità alle migliaia di storie di rifiuto della violenza che non vengono nemmeno raccontate sulla stampa – correttamente o scorrettamente che sia – ma sono il tessuto su cui si innesta la battaglia femminista globale. Rivendicare un permesso di soggiorno europeo senza condizioni significa schierarsi dalla parte delle donne migranti e riconoscere la loro quotidiana guerra contro un permesso di soggiorno che le vuole incatenare a mariti violenti o a condizioni di lavoro inaccettabili. Rimettere al centro la battaglia contro la precarietà significa rendere evidenti le condizioni materiali in cui la violenza domestica si produce e riproduce, in cui la libertà sessuale praticata da donne, lesbiche e trans è schiacciata e umiliata, perché espressione di un processo collettivo che critica alla radice le condizioni di riproduzione della vita di milioni di persone. Vuol dire riconoscere che l’oppressione sessuale e le sue manifestazioni razziste sono un mezzo di ricatto e precarizzazione, che obbliga le donne ad accettare condizioni salariali e di lavoro intollerabili o che le spinge a lasciare il lavoro e a tornare nelle case, perché il «bonus asilo» rende più conveniente essere indigenti che avere un salario da fame. Nessuna di queste condizioni può trovare spazio se si impone una prospettiva unica e totalitaria, un universalismo astratto che ‒ in nome di un generico soggetto femminile identificato solo come vittima di violenza, o in nome dell’infinita proliferazione delle identità di genere ‒ si sostituisce a quello maschile mettendo a tacere la moltitudine di donne che in tutto il mondo e in condizioni diverse stanno lottando contro la violenza della società. Con la loro lotta, queste donne hanno reso possibile la presa di posizione e di parola di chiunque, in ogni parte del mondo, non accetta più di vivere in condizioni di miseria, di oppressione e di sfruttamento. Con la loro lotta, queste donne hanno nuovamente fatto dello sciopero la possibilità di una manifestazione di potere che milioni di precarie, operai e migranti invocano e praticano fuori da ogni dinamica di concertazione e compromesso, e di cui un’intera generazione si è appropriata per combattere la devastazione ambientale che le ruba il futuro. L’iniziativa politica femminista deve tenere aperto il processo dello sciopero per essere all’altezza dell’espansione e della trasformazione del movimento delle donne.

Per questo noi pensiamo che vada messo al centro di quell’iniziativa il processo sociale di produzione dell’oppressione sessuale, il rapporto fondamentale tra la violenza patriarcale, il dispotismo del capitale e il razzismo che le conferisce gradi diversi di intensità sui fronti di guerra, nei contesti post-coloniali, sui confini, nelle metropoli d’Europa. Noi continuiamo a scommettere che lo sciopero femminista sia la risposta per non essere schiacciate tra alternative ugualmente insostenibili, tra colpi di Stato e democrazie riconquistate con le armi, tra la libertà di abortire e l’obbligo di essere sfruttate e impoverite, tra la riproduzione ecologicamente sostenibile della povertà e la miseria imposta dal capitale insieme alla distruzione ambientale, tra il razzismo urlato e quello silenziosamente riprodotto attraverso lo sfruttamento, tra la violenza maschile praticata pubblicamente per reprimere ogni insubordinazione e quella che si consuma silenziosamente nelle case e sui posti di lavoro. Dobbiamo rendere ostinatamente evidente il nesso tra ogni singolo stupro che ha luogo in ogni parte del mondo e l’imposizione violenta dei piani di aggiustamento strutturale, tra la restrizione della libertà di movimento e la guerra che le donne curde combattono nella Siria del nord, tra la distruzione ambientale e i rapporti sociali che cercano di obbligare le donne a essere strumenti docili della riproduzione di questa società. Diventare rivolta facendo dello sciopero femminista dell’8 marzo il momento in cui si accende in ogni luogo e simultaneamente la lotta di coloro che in ogni parte del mondo stanno insorgendo contro lo stato di cose presente.

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