lunedì , 9 Dicembre 2019
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Un fiume tumultuoso in cui confluiscono molte insorgenze. Riflessioni sulla rivolta popolare in Ecuador

di MATEO MARTINEZ ABARCA e ALESSANDRA SPANO

Dopo quella con Alejandra Santillana Ortiz, pubblichiamo l’intervista a Mateo Martìnez Abarca, filosofo, scrittore e attivista di Quito. Dalle sue parole emergono i processi di lungo periodo che hanno portato all’approvazione del paquetazo e le tensioni sociali mai sopite che si sono incanalate nella rivolta. La «doppia guerra» condotta contro il popolo ecuadoriano ‒ da una parte, la violenza economica delle misure di aggiustamento; dall’altra la violenza simbolica e istituzionale della sospensione dello stato di diritto insieme a quella e bruta e materiale degli apparati repressivi di Stato ‒ continua ad attraversare il paese: lo stato di eccezione permane e nelle ultime settimane una vera e propria persecuzione giudiziaria ha investito le figure di spicco del movimento. Tutto questo, mentre i mass media, al servizio del governo e delle élite, svolgono un quotidiano lavoro di propaganda e gettano discredito sulla protesta e sui suoi protagonisti, accusati di aver tramato ai danni dello Stato e di essere collegati alle FARC colombiane. Il movimento risponde agli attacchi e ha incontrato la Commissione Interamericana per i diritti umani e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite. Nel contesto dell’avvio di un tavolo di dialogo in condizioni certamente non favorevoli per gli esponenti del movimento, che si trovano sotto processo o sono prigionieri politici, la probabilità che il governo Moreno ritiri effettivamente il pacchetto di riforme neoliberali è piuttosto esigua. La manifestazione indetta per il 30 ottobre dai sindacati e dalle organizzazioni dei lavoratori è stata cancellata per diverse ragioni. La prima è l’esplicita richiesta delle Nazioni Unite, che stanno cercando di mediare fra governo e movimento di protesta, di sospenderla per «favorire» il processo di dialogo. La seconda ancora più rilevante è che il governo ha negato l’autorizzazione a manifestare e, nello stato d’eccezione in cui si trova il paese, ciò significa che la repressione sarebbe stata sanguinaria. Proprio in questi giorni, tuttavia, è stata avviata un’altra forma di dialogo strategico fra le tante anime del movimento di insurrezione: un parlamento popolare, con una composizione ricca ed eterogenea, dai gruppi femministi e indigeni, a lavoratori e lavoratrici, contadine e contadini, studenti. Circa 400 persone si sono riunite, dividendosi in tavoli di lavoro e dibattito, al fine di riuscire a mettere insieme le rivendicazioni principali e le differenti aspettative. Potrebbe essere un esperimento interessante di organizzazione e di messa in comunicazione dei diversi soggetti che hanno animato la sollevazione di poche settimane fa, se riuscisse a diffondersi nel paese e dare forma, struttura e sostegno all’iniziativa politica dei prossimi mesi. La partita è infatti ancora tutta da giocare e il suo risultato dipenderà sia dalla capacità di mantenere alto il livello di mobilitazione contro le politiche neoliberali del governo, sia dalla capacità di organizzazione della resistenza contro la repressione delle forze armate. Mentre quello che succede in tutto il continente mostra la tendenza del neoliberalismo a imporsi manu militari, in Ecuador «la lotta è appena iniziata».

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Come si è arrivati al paquetazo? Su quali forze politiche e sociali ha basato la propria politica Moreno? Quali tensioni sociali si sono espresse nell’esplosione della rivolta?

Lenin Moreno è salito al potere nel 2017 con una piattaforma politica completamente diversa da quella che attualmente determina le sue decisioni, soprattutto in materia economica. Una proposta che inizialmente assicurava la continuità di molti degli aspetti positivi del governo Correa, come le politiche sociali, lasciando dietro di sé quelli negativi, come l’autoritarismo e la corruzione. L’altro candidato era il banchiere Guillermo Lasso, uno degli uomini più ricchi del paese, la cui proposta politica affermava la necessità di maggiori benefici per il settore privato, quali agevolazioni fiscali, riforme del lavoro, riduzione della spesa pubblica e liberalizzazione generale dell’economia. Lenin Moreno ha vinto con un ristretto margine di vantaggio, il che significa che anche se la popolazione era stanca dopo dieci anni di governo di Correa, non voleva tornare a un modello neoliberale. Ciò nonostante ‒ e dopo la rottura politica interna che ha diviso il partito al potere (Alianza País) in due fazioni, una fedele a Correa e l’altra a Moreno ‒ la capacità politica del regime si è fortemente ridotta. Non solo ha perso quasi la metà dei rappresentanti del blocco nell’Assemblea Nazionale, ma anche la fazione di Correa è diventata una delle principali forze di opposizione. Questa debolezza del governo lo ha costretto a cercare alleanze politiche con altri attori, a destra e a sinistra. Dopo aver subito persecuzioni e repressioni per quasi tutto il periodo in cui Correa è stato presidente, la maggioranza dei partiti di sinistra e dei movimenti sociali come il movimento indigeno ha accettato l’apertura al dialogo con Moreno e ha sostenuto molte delle sue decisioni, volte a rompere l’egemonia istituzionale che Correa ha continuato a mantenere in tutte le istituzioni del paese. Allo stesso tempo, però, Moreno ha cercato il sostegno dei partiti di destra e delle élite economiche, che hanno chiesto una serie di riforme e benefici nel bel mezzo della crisi economica dovuta al crollo dei prezzi internazionali del petrolio e dei processi di sovraindebitamento estero innescati da Correa. Così, nei primi mesi del 2018, il presidente della Camera della produzione e delle industrie (una potente corporazione che rappresenta gli imprenditori e gli industriali) è stato nominato Ministro dell’Economia. E da lì il governo di Moreno ha cominciato a passare da una politica economica moderata e in una certa misura socialdemocratica, a una politica apertamente neoliberale di aggiustamenti strutturali.

Tra le conseguenze di questa decisione c’è un aumento della povertà: tra dicembre 2017 e giugno 2018 la povertà relativa è passata dal 21,5% al 24,5%, mentre la povertà estrema è salita dal 7,9% al 9%. Questa situazione non riguarda solo l’Ecuador: secondo la CEPAL (Commissione economica per l’America Latina), negli ultimi 5 anni, 17 milioni di persone in tutta l’America Latina rientrano nella categoria della povertà estrema (da 46 milioni nel 2014 a 63 milioni nel 2018). Secondo la CEPAL, ciò è dovuto al fatto che durante questo periodo diversi paesi hanno applicato aggiustamenti fiscali, il che implica tagli alla spesa sociale. Tuttavia, il problema profondo della maggior parte delle economie latinoamericane è la loro dipendenza dal mercato capitalistico globale, nel quale sono integrate principalmente attraverso l’estrazione di risorse naturali. Quando i prezzi delle materie prime calano, le economie capitalistiche dipendenti entrano in crisi e ci sono molti altri impatti a cascata che spezzano soprattutto il tessuto sociale: il lavoro precario, il taglio dei servizi pubblici e sociali e altre conseguenze tipiche di un programma di aggiustamento neoliberale. Tra le misure che hanno avuto il maggiore impatto sulla struttura sociale vi sono i licenziamenti dei lavoratori del pubblico impiego. Durante il governo di Correa, lo Stato si è accresciuto e ha permesso la mobilità e l’ascesa sociale di alcuni settori della popolazione. Allo stesso tempo, le politiche statali hanno dinamizzato l’economia attraverso investimenti sociali. Quando questa logica non ha più potuto essere sostenuta e la politica economica ha virato verso posizioni neoliberali, migliaia di famiglie dipendenti dal lavoro nel settore pubblico sono state colpite, aumentando la disoccupazione nelle aree urbane, in particolare nella capitale Quito. Questa è una delle ragioni che potrebbero aiutare a spiegare un malcontento preesistente che ha in qualche modo preso forma nella protesta. Con l’intensificarsi del ritmo del piano di aggiustamento a partire dall’annuncio pubblico della firma di un accordo con il Fondo Monetario Internazionale nell’aprile 2019, le principali organizzazioni sindacali del paese hanno iniziato a prendere le distanze dal governo e a proporre una mobilitazione di protesta. Il problema è che, dopo dieci anni di cooptazione, repressione e altre forme di intervento del governo nelle loro strutture, sono ancora in uno stato di debolezza da cui non sono riuscite a riprendersi. Tuttavia, durante questo periodo sono emersi altri attori che sono diventati leader nel campo delle lotte popolari, in particolare il movimento delle donne, la cui azione è stata fondamentale per mantenere viva la capacità della società di rispondere alla crescente violenza da parte dello Stato.

Le masse in sciopero hanno chiesto da subito il ritiro senza condizioni del paquetazo. In che modo questa rivendicazione si articola a partire dall’eterogeneità delle condizioni specifiche di uomini e donne, operaie, contadini, pensionate, gruppi indigeni, giovani e anziani? Che ruolo hanno avuto i sindacati? Quali pratiche di lotta sono state sperimentate e in che modo lo sciopero ha innescato processi di organizzazione? In che relazione sta questa insurrezione con la «furia triste» che ha attraversato il movimento femminista all’indomani del voto sulla depenalizzazione dell’aborto in caso di stupro?

I settori popolari ecuadoriani hanno una grande esperienza nell’uso di diverse tattiche di lotta. Lo sciopero è uno di questi ed è stato di grande importanza soprattutto negli anni Ottanta. Tuttavia, con il progressivo indebolimento delle organizzazioni dei lavoratori, con l’applicazione delle riforme neoliberali negli ultimi 20 anni del XX secolo e la repressione subita dai lavoratori nell’esercizio di questo diritto, lo sciopero aveva perso il suo ruolo guida. Altre forme di protesta e lotta si sono affermate, in particolare la «rivolta popolare», una forma di mobilitazione e protesta adottata soprattutto dagli indigeni, che arriva dai tempi del dominio coloniale spagnolo. La rivolta è una sorta di insurrezione che cerca di occupare i centri del potere amministrativo e simbolico, bloccarli e interrompere i flussi di produzione. Più recentemente è stata adottata dai settori urbani, in particolare dagli studenti, che bloccano le strade delle città e costruiscono picchetti di protesta in aree strategiche.

Nella protesta sociale che si è scatenata all’inizio di ottobre, molteplici settori si sono avvicendati. Mentre la miccia della protesta è stata accesa dai trasportatori (che sono riusciti a bloccare l’intero paese per i primi due giorni), tutti sapevano che era questione di ore prima che si ritirassero dalla protesta, esercitando pressioni sul governo per ottenere benefici sindacali. Il movimento popolare non si fida dei sindacati principali perché hanno tradito le piattaforme di lotta collettiva molte volte nella storia. Gli studenti universitari, tra i più colpiti dall’aumento delle tariffe di trasporto a causa del ritiro dei sussidi, hanno marciato in modo organizzato e hanno cominciato ad essere brutalmente repressi dalla polizia. È stato allora che gli indigeni sono entrati in scena, prima bloccando le città vicine alle loro comunità, poi le autostrade nazionali e infine marciando verso la città di Quito, sede del potere politico, dove hanno già maturato una grande esperienza di lotta urbana e di solidarietà da parte di gran parte della popolazione.

Il movimento delle donne era presente alla protesta, perché qualche settimana prima era sceso in piazza a esprimere la sua rabbia per la mancata approvazione da parte dell’Assemblea Nazionale della depenalizzazione dell’aborto in caso di stupro. Come affermato in precedenza, le donne hanno mantenuto attiva la protesta urbana negli ultimi mesi e sono intervenute in vari modi. Col passare dei giorni, la maggior parte delle organizzazioni sono confluite in una protesta unitaria, perché hanno compreso che il «pacchetto» neoliberale colpisce indistintamente l’intera popolazione, attaccando direttamente i settori popolari. Questa aggressione neoliberale ha fatto sì che la lotta diventasse una sola, a partire dalla contestazione del decreto 883 che eliminava i sussidi statali per il carburante, ma in cui si è espresso anche il malcontento di diversi pezzi di società, tra cui le donne. È stata un’esplosione collettiva a cui si sono uniti anche gli abitanti dei quartieri urbani popolari, soprattutto a Quito e Guayaquil, attori che non hanno forme di rappresentanza e che in questa occasione sono stati determinanti nella protesta. Tutti questi soggetti si sono uniti hanno confluito in una sorta di grande fiume tumultuoso in cui scorrono molti canali, molte rivendicazioni che a causa della situazione sono diventate invisibili, ma la cui presenza è reale.

A partire dal ruolo giocato dal FMI e dagli Stati Uniti di Trump, e considerando sul piano globale la reazione brutale dello Stato di fronte a chi lo contesta radicalmente, dall’America Latina al Rojava, è possibile affermare che questo sciopero valica i confini della nazione e impatta su un piano transnazionale?

Ciò che sta accadendo non solo in Ecuador, ma anche in altri luoghi dell’America Latina come il Cile, fa parte di un’ondata di profondo malcontento sociale per le promesse non mantenute di benessere e prosperità non solo del discorso neoliberale, ma anche delle «democrazie» capitaliste nel loro insieme. Mentre le cause specifiche delle proteste variano da paese a paese, è evidente che la crisi è globale, sta scoppiando ovunque. E le proteste stanno diventando sempre più radicali e gli Stati sempre più repressivi. In qualche modo le proteste locali hanno un impatto sulla dimensione globale e c’è qualcosa che le collega tutte. Ad esempio, sarebbe un’ipotesi interessante esplorare il rapporto tra la protesta dell’Ecuador e le proteste in Catalogna e Cile che sono immediatamente seguite. Penso che le persone si stiano rendendo conto che l’ordine costituito non è invincibile. Stanno smettendo di avere paura e cominciano a prendere ispirazione dalle lotte di altre parti del mondo per sfidare le strutture di potere locali. C’è ancora molto da costruire per cercare di canalizzare le lotte sociali a livello transnazionale, un ruolo che è stato svolto prima dai partiti dei lavoratori, poi dai movimenti anti-globalizzazione.

La storia recente dell’Ecuador ci racconta dell’opposizione e tensione che vediamo attraversare e dividere il CONAIE dal Pachakutik, il movimento indigeno dal partito: in che modo ciò che è accaduto ha a che fare con la distanza maturata fra i due? Quali sono le cause che l’hanno generata? A partire dall’offensiva neoliberale che attraversa il continente dal Brasile al Cile, dalla Bolivia all’Ecuador, è possibile pensare la mobilitazione indigena ormai come non più contenibile solo sul piano nazionale?

Il divario tra CONAIE e Pachakutik è lo stesso divario tra il politico e la politica. CONAIE è un movimento sociale, ma soprattutto rappresenta un soggetto storico: i popoli e le nazionalità indigene. Pachakutik è un braccio che agisce in spazi politici formali e permette al movimento di intervenire in questioni strategiche e rispondere alle esigenze dei popoli e delle nazionalità in una dimensione locale. Nelle elezioni tenutesi all’inizio del 2019, Pachakutik ha ottenuto buoni risultati elettorali, vincendo la prefettura di diverse province strategiche e molti sindaci. Sulla base di questi risultati, sarebbe tra le prime quattro forze elettorali a livello nazionale. Ma le loro logiche sono diverse da quelle del movimento: un esempio recente è che quattro dei membri dell’Assemblea (compresa una donna) hanno votato contro la depenalizzazione dell’aborto per stupro, anche se la posizione organica di CONAIE era favorevole. E questa è una delle tante contraddizioni tra i due spazi, all’interno dei quali ci sono anche altre tensioni interne, come le tensioni generazionali. Durante la protesta, queste tensioni si sono mostrate pubblicamente e dimostrano che il movimento indigeno è un’entità viva che non è esente da grandi controversie interne. Se questo è produttivo o distruttivo lo vedremo più avanti. Per quanto riguarda una mobilitazione indigena oltre i confini dei paesi, mi sembra che al momento sia difficile. Soprattutto perché lo sviluppo delle organizzazioni indigene varia da paese a paese. Naturalmente, ci sono organizzazioni sovranazionali come la COICA (Coordinadora de las Organizaciones Indígenas de la Cuenca Amazónica), ma non c’è ancora abbastanza capacità politica per articolare i diversi movimenti in una piattaforma comune. Inoltre, è necessario riflettere sul perché in altri paesi come il Messico, che ha un’immensa popolazione indigena, non riesca ancora a diventare una forza sufficientemente determinante per produrre cambiamenti sostanziali nelle attuali strutture di dominio. In ogni caso, le popolazioni indigene e le nazionalità dell’America Latina stanno cooperando strettamente tra loro. Si conoscono e si sostengono a vicenda e da tempo costruiscono reti.

Moreno, forte del supporto dei militari, del blocco conservatore e padronale e di Trump, ha gridato al colpo di Stato e tentato di intestare la mobilitazione all’avversario Correa. Ma i manifestanti hanno negato qualsiasi legame con l’ex presidente. È possibile leggere le due esperienze di governo in continuità, nonostante gli aspri conflitti che hanno contraddistinto il rapporto fra i due presidenti?

Credo che non solo sia possibile, ma assolutamente necessario stabilire delle continuità tra i governi di Correa e Moreno. Per cominciare, anche se il confronto attuale è radicale e Correa accusa Moreno di ‘tradimento’, non dobbiamo dimenticare che entrambi condividono lo stesso processo politico. Sono arrivati al potere dopo anni di lotte sociali antiliberali. Correa ha portato a un tipo di populismo autoritario e repressivo con alcune sfumature redistributive e una politica estera contraria alla linea imposta da Washington. Moreno ha iniziato in questo modo, ma a metà del suo percorso ha fatto un giro di 180 gradi verso il Fondo Monetario Internazionale e il piano di sggiustamento neoliberale, la repressione interna e una politica estera completamente allineata con gli interessi della borghesia locale e degli Stati Uniti. Dal 2014 al 2017 e all’apice della crisi economica, anche Correa aveva iniziato a orientarsi verso alcune politiche neoliberali, anche se non con l’intensità che le decisioni di Moreno hanno avuto ora. Soprattutto, Correa ha costruito l’apparato repressivo e giudiziario volto a controllare la protesta sociale attualmente utilizzato nella repressione da Moreno. Correa è anche storicamente responsabile dell’indebolimento del settore popolare, in particolare dei movimenti sociali e di sinistra, che sono riemersi nella recente protesta dopo molti anni di debolezza politica. Ci sono molti settori popolari che simpatizzano con Correa, ma data la storia di repressione e persecuzione delle organizzazioni di sinistra e dei movimenti sociali, una confluenza tra queste e la base di Correa è formalmente impossibile. E questa divisione, prodotto del narcisismo caudillista (leaderista e autoritario) di Correa, è un’altra delle sue responsabilità storiche, che indebolisce il dispiegamento di un ampio fronte contro le misure neoliberali.

Cos’è successo nel paese in termini di repressione di Stato?

Come raramente nella storia dell’Ecuador, la situazione si è evoluta in uno scontro aperto tra classi sociali. Le élite rappresentate dal governo, insieme agli apparati repressivi, hanno dichiarato una doppia guerra alla popolazione. Da un lato abbiamo visto la violenza implicita nelle misure di aggiustamento neoliberale, attaccando le condizioni generali di vita della popolazione a vantaggio dei ricchi. Dall’altro lato, abbiamo assistito a una guerra repressiva sia in termini materiali che simbolici. Non solo ci sono stati 9 morti, migliaia di feriti e più di mille detenuti (80% di detenzioni illegali secondo l’istituzione nazionale per i diritti umani, la Defensoría del Pueblo). Una volta abrogato il decreto 883 e istituiti i tavoli di dialogo, il governo, invece di favorire un ambiente propizio al dialogo, ha scatenato una feroce persecuzione giudiziaria contro coloro che hanno partecipato alla protesta. È iniziata una «caccia alle streghe» per i rappresentanti fedeli a Correa che hanno avuto qualche ruolo durante i giorni di protesta. Il governo voleva esporre un trofeo di guerra dopo essere stato costretto ad abrogare il decreto. Ma ora non sono più solo i correisti a subire persecuzioni, ma anche i leader sociali, gli studenti detenuti, gli accademici che hanno sostenuto la protesta, i mezzi di comunicazione comunitari. In questo senso, stiamo parlando di una «repressione estesa», alla quale partecipano anche i mezzi di comunicazione, cercando di intervenire sul comune sentire successivo alla protesta, manipolandone l’interpretazione e facendosi arma di propaganda per il governo e le élite. Non esistono responsabilità politiche per le violazioni dei diritti umani e il discorso ufficiale si concentra sulla violenza della protesta, cercando di screditarla. Tuttavia, tutto questo non è che la prova della paura del governo e delle élite di fronte al potere di mobilitazione sociale, in una situazione che si è data chiaramente come lotta di classe. La paura in politica porta fare a sciocchezze, che si concludono nell’inasprirsi della repressione. Il conflitto in Ecuador è lungi dall’essersi risolto: il Fronte unito dei lavoratori aveva chiamato una mobilitazione per il 30 ottobre e il governo ha risposto escludendolo dal dialogo e negando l’autorizzazione per la manifestazione, mentre continua a vigere lo stato di eccezione. Ha inoltre deciso di non porre il veto alla riforma del codice penale inviata dall’Assemblea nazionale che non depenalizza l’aborto per stupro, quando ha potuto farlo. Questa è una provocazione al movimento femminista e la prova che tutto è stato giocato con l’appoggio dei partiti di destra. Al contempo, il governo ha inviato all’Assemblea un disegno di legge sulla riforma economica che dimostra che non ha alcuna intenzione di fare marcia indietro rispetto alle misure neoliberali. Pertanto, in Ecuador la lotta è appena iniziata.

La Corte Costituzionale, dopo la richiesta di invalidare lo stato di eccezione anche a seguito delle gravi violazioni di diritti umani consumatisi, si è pronunciata affermandone il carattere perfettamente compatibile con la costituzione. Lo stato di eccezione è stato invocato anche dai governi precedenti per fronteggiare proteste e mobilitazione popolare. È possibile pensare nella storia ecuadoriana lo stato di eccezione come complementare e fondamentale meccanismo di funzionamento dello Stato in quanto tale? In che modo la sfida all’autorità statuale ha intessuto le lotte in Ecuador negli ultimi decenni?

Non solo i governi ecuadoriani, ma anche quelli di molti paesi dell’America Latina, hanno usato lo stato di eccezione come strumento di governo. In questo senso, citando Benjamin, viviamo in una sorta di «stato di eccezione permanente» imposto dalla dittatura invisibile del capitale. Per parafrasare anche Agamben, lo stato di eccezione è la norma in questo senso. Ma la cosa interessante delle ultime proteste non solo in Ecuador, ma anche in Cile, è che la popolazione, che ha vissuto l’esperienza della dittatura militare, non ha più paura. Ora sfidano apertamente i militari per le strade, danno fuoco ai veicoli blindati e irridono la debolezza del governo. Perché lo stato di eccezione è una misura che dimostra una profonda incapacità politica. E questo il popolo lo riconosce, mentre la sua rabbia cresce. A partire da ciò, se gli Stati nazionali stanno perdendo la capacità di imporre le loro decisioni ponendosi al servizio della riproduzione capitalista, cosa rimane? L’assassinio selettivo delle persone che si oppongono all’imposizione? Il paramilitarismo organizzato dalle élite come in Colombia? Le proteste in Ecuador e Cile chiariscono che il capitalismo non è più praticabile attraverso mezzi «democratici», «liberali», e che richiede interventi ricorrenti manu militari. Il mondo può evolvere, all’interno di questa guerra civile globale, verso il ritorno alle dittature fasciste ‒ come è accaduto con Bolsonaro in Brasile ‒ o verso un momento rivoluzionario su scala mondiale. In ogni caso, ciò che sta accadendo in Sud America solleva molte altre questioni ancora da risolvere e da cui dipende una più ampia comprensione del futuro possibile non solo per le lotte sociali del continente, ma anche in Europa e nel resto del mondo.

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