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Evadere, disobbedire, mobilitarsi. Riflessioni sull’esplosione sociale in Cile

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Dopo il primo dispaccio sulla rivolta sociale in Cile, pubblichiamo un nuovo contributo scritto da un gruppo di compagne e compagni cileni che vivono a Valparaiso e Santiago. Il testo discute le premesse e le prospettive della mobilitazione in questo momento di grande rivolgimento sociale. Emerge un quadro complesso, ricco di esperienze e sfide che riguardano tanto le pratiche di lotta, quanto le prospettive di organizzazione e strutturazione del movimento. Il testo mostra infatti l’intreccio tra le forme di mobilitazione tradizionali, i movimenti dell’ultimo decennio, come quello studentesco e quello femminista, e il ruolo svolto oggi da social network come Facebook e Twitter nella circolazione e organizzazione spontanea delle prime forme di rifiuto di pagamento del biglietto nelle metropolitane fino alla crescita esponenziale delle mobilitazioni. Si mette in rilievo l’assoluto protagonismo di studenti e studentesse dei diversi gradi del sistema educativo cileno, già attraversato da imponenti mobilitazioni di massa del 2006, e il ruolo di questo movimento nel rompere la narrazione di un modello neoliberale cileno di successo e pacificato. Ciò che è ormai chiaro è che, nonostante il tentativo di Piñera di presentare la rivolta come un problema di criminalità sociale, per poi tentare disperatamente di mostrarsi aperto ad ascoltare le richieste della piazza dopo aver inviato esercito e carabinieri a sparare, stuprare e torturare, la brutale repressione non ha scalfito la partecipazione di massa. Al contrario saccheggi e barricate, che continuano, lasciano sempre più il campo a una mobilitazione generale e crescente che punta non semplicemente ad un cambio di governo, ma alla trasformazione radicale dei rapporti sociali che la Costituzione ereditata dalla dittatura istituzionalizza e legittima. Contrariamente a quanto sembra emergere dai media globali, la grande marcia di sabato 25 ottobre non rappresenta una normalizzazione del conflitto, ma un momento di crescita di un movimento in cui le manifestazioni, le assemblee, le elaborazioni di programma e i tentativi di organizzazione proseguono diffusamente e a scadenza quotidiana in tutto il paese.

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Un’altra congiuntura storica. Tra disobbedienza e azione trasformatrice

Cento anni fa, interrogandosi sull’esito della guerra civile che avrebbe deciso il destino della repubblica sovietica in Russia, personaggi leggendari come Lenin, Kautsky e Trotsky diedero vita a un dibattito storico sul potere, la democrazia e la dittatura nel processo rivoluzionario. Durante questo scambio, Kautsky chiese a Trotsky se avrebbe «osato salire su una locomotiva e metterla in moto sperando di imparare a guidarla durante il viaggio». Con tale domanda retorica il primo voleva avvertire il secondo che «prima di iniziare a guidare una locomotiva bisogna sapere come farlo. Prima di occuparsi della produzione, il proletariato deve sapere come guidarla. La produzione economica non tollera alcuna paralisi, alcuna interruzione». Qualche mese dopo, Trotsky rispose: «Nessuno ha mai imparato a guidare una locomotiva senza spostarsi dal suo ufficio… nessuno permette al proletariato di scegliere se salire a cavallo o meno, se conquistare immediatamente il potere o prenderselo dopo».

Oggi, dall’altra parte del mondo, in un territorio ancora più lontano di quanto la Russia lo era dall’Europa, siamo in una congiuntura storica che costringe i proletari a farsi carico del loro destino per mettere in scacco il modello economico che li condanna e distrugge le loro vite. In Cile, emblema mondiale del neoliberismo e della cosiddetta «pace sociale», della democrazia e dei successi del mercato autoregolamentato, si è squarciato il velo di ottimismo che nascondeva le marcate disuguaglianze economiche, la frustrazione politica e l’indebitamento. Una popolazione che era bloccata nell’impotenza di fronte all’assenza di alternativa ha deciso di scendere in piazza, di unirsi e gridare con una sola voce che non ne può più: nelle attuali condizioni non è più possibile vivere in pace.

L’esempio sovietico rimane un riferimento obbligato per pensare la trasformazione radicale della società, anche se il capitalismo attuale è molto diverso da quello di allora.  Siamo di fronte alla stessa società produttrice di merci di duecento anni fa, che si estende all’intera superficie mondiale, ma è proprio nel momento della rivolta che i cambiamenti del capitalismo si fanno sentire. Di certo, man mano che la protesta si diffonde, che i saccheggi aumentano, la contestazione degli effetti della repressione si fa sempre più massiccia e cresce la preoccupazione di assicurare la produzione e la distribuzione di beni di prima necessità (acqua, cibo, energia elettrica), i meno sprovveduti iniziano a interrogarsi sui problemi della delocalizzazione industriale, della terziarizzazione dei servizi, dell’automazione, della digitalizzazione e della logistica. A volte è facile immaginare di bloccare il corso della locomotiva, mentre pensare a ciò che serve a guidarla fa sorgere nuovi problemi.

Sia come sia, nonostante i militari per le strade, le notizie di torture, sparizioni e omicidi, il panico per le folle che saccheggiano ciò che trovano sulla loro strada e le subdole minacce di carestia, le manifestazioni nelle strade e nei viali diventano ogni giorno più imponenti, con un picco di più di un milione di persone lo scorso sabato 25 ottobre nel centro di Santiago. Le masse hanno disobbedito al coprifuoco e non si sono accontentate delle misure irrisorie annunciate dal presidente, del tutto incapaci di cogliere lo scontento nei confronti del sistema. Poveri delle periferie, studenti, professori, portuali, attivisti di diverse realtà e altri ancora hanno cominciato a incontrarsi e organizzarsi per pianificare le azioni successive e non lasciare che chi è morto lo abbia fatto invano. All’inizio, i social network hanno reso possibile far circolare informazioni, coordinare le proteste, convocare le piazze e annunciare che era giunto il momento di opporsi al modello e trasformare la disobbedienza in azione trasformativa. A partire da lì, la notizia si è diffusa in tutto il paese anche grazie all’ambivalenza della stampa che ha pubblicizzato la protesta mentre ha diffuso il terrore.

Dalla disobbedienza di alcuni alla mobilitazione di molti

Nonostante le manifestazioni siano iniziate in maniera spontanea e coinvolgano settori sempre più ampi della popolazione, non si può ignorare che, come avviene dal 2000 e ancora più dal 2006, sono stati gli adolescenti a richiamare l’attenzione sulle falle del sistema attuale. Infatti, come nel 2006 con la cosiddetta «rivoluzione dei pinguini» – che ha segnato in Cile l’inizio della contestazione pubblica del modello educativo – sono stati gli studenti delle scuole comunali (pubbliche)[1] a «invitare» alla disobbedienza civile. Questo invito è partito dai collettivi e dagli studenti del Coordinamento Nazionale degli Studenti Medi (CoNES)[2]. Nel 2006 la società cilena ha osservato con sorpresa l’irruzione nella scena politica di adolescenti e giovani, non aspettandosi che la loro azione pubblica e collettiva potesse canalizzare l’alto grado di disagio sociale. Anche se lo scontento sembrava limitarsi al sistema educativo ereditato dal periodo della dittatura militare, gradualmente si è arrivati alla messa in discussione del modello economico nel suo complesso, cosa che ha costituito un precedente cruciale nella serie di mobilitazioni che hanno portato all’attuale esplosione sociale. Quest’anno gli studenti medi hanno bloccato le attività delle scuole e a dato vita a manifestazioni che avevano al centro rivendicazioni che andavano dalla nazionalizzazione dell’istruzione all’attuazione dei protocolli sulla violenza di genere e alle riforme curriculari. Le loro proteste sono state criminalizzate e punite, il che ha senza dubbio aumentato la loro rabbia e il loro malcontento.

Anche ora continua a essere importante riflettere sul perché sono stati gli studenti delle scuole superiori comunali a catalizzare la protesta e la rabbia sociale. In questo senso, sono particolarmente significativi gli slogan che circolano dal 14 ottobre 2019, quando hanno iniziato a girare i primi appelli a non pagare la metropolitana: «Prendiamo in mano i bastoni perché non ti manchi il pane, mai più; oggi la metropolitana è gratuita». Ancora una volta, ostinatamente, gli studenti delle scuole superiori delle scuole comunali hanno mostrato ciò che tutti cercano di nascondere: questa vita non è vivibile. Si sono dedicati alla protesta anima e corpo, perché, come nessun altro, sanno guardare in maniera disillusa al futuro che viene loro offerto. Vivono questo momento vitale in cui sono chiamati a scegliere, ma le alternative non sono piacevoli.

«Non pagare!» sembra essere la continuazione con altri mezzi del «non mi importa niente» delle generazioni precedenti, ovvero di molti dei genitori degli studenti medi di oggi, quella generazione cresciuta in una dittatura rimasta relativamente paralizzata in uno malessere senza via di fuga, nel conformismo e nella frustrazione di non poter fare altro che accettare la routine. «Non pagare!» è un appello che viene dalla pratica quotidiana di ribellione contro le coercizioni economiche simbolizzate dalla metropolitana o dagli autobus Transantiago. Saltare il tornello in gruppo, in metropolitana o sugli autobus, non pagare più per un servizio che non basta più, vuol dire anche bloccare i circuiti vitali di una routine quotidiana che non ci permette nemmeno di intravedere un futuro degno di essere vissuto, tanto più quando il suo costo mensile supera il 10% del salario minimo. Non è stato l’aumento del prezzo della metropolitana a scatenare l’«esplosione sociale», ma tutti quei malumori che trovano espressione nel gesto di non pagare il biglietto: lavorare in condizioni di miseria in attesa di una pensione di povertà, riconoscere l’esistenza di discriminazioni di genere, razza e classe che dividono e penalizzano la maggioranza della popolazione, non essere più disposti a tollerare un ordine politico governato dai capricci dal mercato e dalle sue caste.

Per comprendere la genesi dell’esplosione sociale di ottobre, è importante considerare il contributo di iniziative come quella del coordinamento «Mai più AFP» (Fondi pensionistici privati), lo sciopero dei lavoratori portuali alla fine del 2018, le massicce mobilitazioni indette dal coordinamento femminista 8M e il movimento di opposizione al trattato transpacifico, meglio conosciuto come TPP-11. Va nominato anche l’allargamento delle lotte contro la privatizzazione dell’acqua e della terra, contro l’arroganza e l’insensibilità delle autorità governative per quanto riguarda l’alto costo della vita e altri problemi strutturali come quelli che riguardano le carenze del sistema sanitario pubblico. Ancor più rilevante è la convergenza di queste mobilitazioni, la diffusione unitaria dell’appello a occupare le strade e il grande seguito ottenuto. È stato un momento eccezionale in cui persone di età, professioni e città diverse hanno iniziato a riconoscersi nella protesta e nelle manifestazioni che dilagano nelle piazze.

Scale di malcontento ed escalation

Parlando con diverse persone che hanno partecipato alle recenti manifestazioni in città come Santiago e Valparaíso si può dedurre che la maggior parte attribuiscono all’uso dei social network come Twitter, Facebook, Instagram o Whatsapp la diffusione, la propagazione e il coordinamento delle mobilitazioni in tutto il paese. In più, è rilevante il fatto che la definizione di molti degli slogan, degli appelli, delle denunce, delle dichiarazioni e delle campagne promosse in questi giorni sia stata influenzata delle registrazioni audiovideo trasmesse attraverso i social network, che hanno operato come canali alternativi di informazione su ciò che sta accadendo: notifiche di arresti, abusi, informazioni sulla situazione nei quartieri e nelle città, annunci di attività, assemblee, cortei e altro. In generale, queste reti hanno operato su diverse scale, sia come reti informali di amici, colleghi o studenti, sia come reti di comunicazione pubblica, come i profili di Twitter e Facebook associati a collettivi o media.

Senza dubbio queste piattaforme digitali sono diventate il mezzo fondamentale di diffusione della protesta e dell’agitazione sociale. Tuttavia, non è questo è il nocciolo della questione. Come è stato sottolineato, le giornate di ottobre possono essere intese come l’apice di un processo di «accumulazione di mobilitazioni», forse separate nelle loro motivazioni ma legate alla multidimensionalità del malcontento. Non è un caso che la maggior parte degli slogan nelle manifestazioni chiamino a rovesciare il sistema nel suo complesso, mostrando che ci sono così tante ragioni per protestare che è difficile decidere da dove cominciare.

Le organizzazioni sociali hanno convocato assemblee con l’obiettivo di coordinare le azioni su diverse scale territoriali: nazionale, comunale e di quartiere. I comunicati non hanno sempre lo stesso tono – si va dalla richiesta di riforme specifiche alla constatazione del collasso del sistema politico ed economico – ma c’è stata una convergenza strategica nell’avanzare rivendicazioni immediate come la richiesta della fine dello stato di eccezione, la denuncia degli abusi perpetrati dalle forze dell’ordine e l’appello alla popolazione a diffidare dei mezzi di comunicazione ufficiali e unirsi ai propri vicini. Ci sono vari esempi di coordinamento territoriale su tutto il territorio nazionale. Tra queste vi sono i Cordones Comunitarios del Valparaiso (CCV), un’iniziativa in cui convergono squadre sportive, consigli di quartiere, cooperative, spazi comunitari ecc.  I CCV hanno diffuso un comunicato che chiede la convocazione di un’assemblea costituente e hanno organizzato e coordinato varie attività nei diversi quartieri della città, non limitandosi quindi alla partecipazione ai cortei.

A livello nazionale, l’iniziativa che ha cercato di incanalare la protesta e i disordini sociali è il «Tavolo di Unità Sociale», che riunisce organizzazioni come la Central Unitaria de Trabajadores, il Coordinamento Basta AFP, l’Associazione Nazionale dei Dipendenti Pubblici, la Confederazione Coordinatrice dei Sindacati e dei Servizi Finanziari, il Collegio dei Professori e altre federazioni di lavoratori, e a cui aderiscono organizzazioni studentesche come CONES e CONFECH, oltre ad avere il sostegno di rappresentanti e parlamentari del Frente Amplio e del Partito Comunista del Cile. Il tavolo sociale ha convocato uno «sciopero generale» e ha presentato richieste concrete, come: la fine dello stato di emergenza, un nuovo sistema pensionistico che garantisce piena dignità, salari dignitosi che superano la soglia di povertà, 40 ore settimanali, una nuova costituzione politica, ottenuta attraverso un’assemblea costituente, il congelamento delle leggi che favoriscono solo i più ricchi, e altro ancora.

Il «Tavolo di Unità Sociale» ha proclamato il carattere civico delle sue proposte e invita a prendere parte a manifestazioni pacifiche, a non cedere ai tentativi del governo di porre fine alle mobilitazioni, a coordinare la protesta su scala nazionale, ad allargare le mobilitazioni e puntare all’ottenimento delle richieste emerse dalle varie realtà. Nei prossimi giorni sono state convocati cortei che hanno come parole d’ordine: sanità, AFP, accise, niente più TAG (pedaggi), educazione dignitosa, dimissioni di Piñera. Si tratta di chiamate diffuse attraverso Twitter o Facebook, fatte da diverse realtà, che talvolta invitano a mobilitarsi su altre attività, come la creazione di consigli di quartiere e territoriali.

Le dinamiche di piazza sono dipese in larga misura da fattori quali il giorno e l’ora della convocazione, nonché dal livello delle provocazioni da parte delle forze militari e di polizia. Tuttavia, ciò che colpisce è la partecipazione di persone di età diverse, che hanno occupato le strade per gridare le ragioni del loro malcontento e trovare i propri modi per esprimerlo. Carri, concerti, performance, cucine popolari, assemblee o il semplice e timido incontro con gli altri: tutti pezzi di una mobilitazione che, al di là dei saccheggi e delle barricate, rivela l’emozione di scendere insieme in piazza per disobbedire a un destino che una volta sembrava ineluttabile.

 

[1] Vale la pena ricordare che in Cile, per vari motivi, è stata introdotta la distinzione tra le scuole superiori comunali chiamate «di eccellenza» [liceos emblemáticos] e quelle che semplicemente non lo sono. La categoria di «liceo di eccellenza» è usata per quegli istituti scolastici con una lunga tradizione e, in molti casi, noti per aver formato i maggiori quadri politici. Allo stesso modo, tra le scuole comunali, queste scuole superiori forniscono un’istruzione di qualità superiore, il che fa sì che siano molto richieste. Questa distinzione si esprime anche in termini spaziali e socioeconomici. Queste scuole superiori si trovano nei comuni centrali della regione metropolitana e la maggior parte degli studenti che vi hanno accesso appartengono alla classe media. La maggior parte delle scuole comunali sono invece situate nei comuni alla periferia della capitale, generalmente più poveri. Poiché le scuole dipendono dai fondi comunali, le scuole superiori situate in comuni poveri dispongono di risorse limitate. Questa distinzione tra scuole superiori di eccellenza e il resto si riflette nelle forme organizzative degli studenti medi. In generale, i «licei di eccellenza» sono più vicini ai partiti, tendono a organizzarsi in maniera gerarchica e sono più inclini a negoziare con le autorità. Al contrario, nelle scuole superiori comunali frequentate dai settori popolari le organizzazioni studentesche hanno privilegiato forme organizzative non gerarchiche e hanno favorito l’«azione diretta» e le «manifestazioni di piazza».

[2] Nel corso del 2006, questo coordinamento si è separato dall’Assemblea di Coordinamento degli Studenti Medi (Asamblea Coordinadora de Estudiantes Secundarios, ACES) e ha convocato gli studenti di scuole comunali (pubbliche) situate nelle regioni e nelle città periferiche. A differenza dell’ACES, i leader e le voci del CoNES si sono dissociati dai partiti della Concertazione dei Partiti per la Democrazia (Concertación de Partidos por la Democracia) e hanno pratiche di azione politica più radicali, associate all’azione diretta.

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