lunedì , 9 Dicembre 2019
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Dispaccio sulla rivolta sociale in Cile

di BRAULIO ROJAS CASTRO

Pubblichiamo una cronaca delle rivolte cilene scritta il 22 ottobre da Braulio Rojas Castro, docente di filosofia all’Universitad de Playa Ancha in Valparaiso e militante dei collettivi universitari della città. In Cile le agitazioni sono iniziate il 7 ottobre, quando gli studenti dell’Instituto Nacional, in risposta all’aumento delle tariffe della metropolitana, hanno saltato in massa i tornelli al grido di «¡Evadir, no pagar, otro modo de luchar!» [evadere, non pagare, un altro modo di lottare!]. Da allora migliaia di uomini e donne hanno invaso le strade di Santiago fino a trasformare l’«oasi cilena», come appena qualche giorno prima l’aveva definita il presidente Piñera, nel teatro di un feroce scontro di classe. Il governo ha risposto alle proteste opponendo un netto rifiuto a qualsiasi mediazione, criminalizzando i manifestanti, decretando lo stato d’emergenza in più della metà del Paese e imponendo il coprifuoco. L’esercito è tornato per le strade, con violenze e stupri che hanno ricordato i momenti più feroci della dittatura militare degli anni ‘70, e al momento si contano 19 morti e oltre 2000 feriti. Nonostante la brutalità della repressione i cileni hanno resistito diversi giorni sfidando il coprifuoco, intensificando i cacerolazos, i blocchi, gli incendi e i saccheggi. Lunedì 21 ottobre i movimenti femministi, tra cui la Coordinadora Feminista 8M, e le organizzazioni studentesche e dei servizi hanno convocato uno sciopero generale cui hanno partecipato in massa anche lavoratori portuali e lavoratori dei servizi. In oltre due settimane di mobilitazione la protesta si è politicizzata e ha allargato i suoi obiettivi e perciò a niente sono valsi i tentativi di Piñera di fare marcia indietro su quello che fino a pochi giorni fa lui stesso definiva «impensabile». Migliaia di uomini e donne continuano a manifestare e la posta in gioco è ormai la chiusura definitiva dei conti con un trentennio su cui hanno pesato ininterrottamente le ipoteche della dittatura: la sostanziale continuità nelle politiche neoliberali e l’intensificazione di  un modello di accumulazione basato sull’esportazione di materie prime, che ha portato il Cile ad essere uno dei paesi con il più alto livello di concentrazione di ricchezze e di disuguaglianze della regione sudamericana, e la disponibilità dello Stato cileno a difendere con l’esercito questo modello contro tutti coloro che quella ricchezza la producono effettivamente.

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Per il diritto di vivere in pace…
Víctor Jara

 

Il Cile si trova in un contesto di militarizzazione, imposto dalla sistematica e crescente espansione dello Stato di emergenza in sempre più città del paese. Nonostante vi siano proteste fortemente violente per le strade, le Forze Armate e la polizia non hanno fatto nulla al riguardo, concentrando invece tutte le forze di cui dispongono in quanto apparati statali repressivi per reprimere le proteste pacifiche, che stanno diventando maggioritarie. Sono persino circolati dei video sui social network che documentano come le Forze Armate stiano proteggendo i saccheggi e le violenze senza intervenire, anzi promuovendoli.

In questa situazione, il bilancio di solo 5 giorni di rivolta ha registrato 15 morti, 130 feriti e 1540 detenuti; tuttavia, non ci sono informazioni circa le circostanze in cui si sono verificati questi eventi. Inoltre, secondo i rapporti dell’Istituto Cileno per i Diritti Umani, della Corte Interamericana dei Diritti Umani e delle organizzazioni della società civile, queste cifre sono irrealistiche e assolutamente parziali. Dunque, non siamo ancora in possesso di cifre veritiere che rendano conto della reale portata della repressione.

Vi sono segnalazioni di coercizione illegittima, torture, donne spogliate nelle stazioni di polizia, due delle quali stuprate, detenzioni illegali, sparizioni di persone, perquisizioni domiciliari e detenzioni selettive di leader sociali e politici di base. La situazione è grave e i media, in flagrante complicità con il potere politico della destra imprenditoriale che ne possiede la maggior parte, enfatizzano il discorso sulla violenza senza contestualizzarla o spiegarne le sue cause: essi non tengono conto delle molteplici manifestazioni che in tutto il paese, da nord a sud, dalla catena montuosa al mare, sono organizzate sfidando lo Stato di emergenza. I media legittimano così la brutale repressione e l’assassinio delle persone, che avviene soprattutto a discapito delle classi più basse.

Attraverso la retorica di Piñera e della destra liberal-fascista, stiamo assistendo a un rinnovamento del discorso della Dottrina di Sicurezza Interna dello Stato che ha organizzato l’Operazione Condor negli anni ’70, ’80 e ’90. La sua attuale riconfigurazione si articola appellandosi a un «loro» (il popolo in rivolta) come nemico interno da annientare: «vogliono distruggere il paese, sono malvagi…». Quel «loro» che sembra ambiguo in prima lettura, in realtà non lo è, perché ha una determinazione di classe: «loro» indica non tanto i poveri, quanto piuttosto le classi sociali basse, i «lumpen», i «vandali». Ha anche un’impronta razzista: sono mulatti, con lineamenti indigeni e capelli ricci, insomma con un viso da delinquente. Quando verrà eseguito il conteggio dei morti questa composizione etnica e sociale verrà alla luce e ci scandalizzeremo. Per ora sono solo statistiche. Accadrebbe la stessa cosa se potessimo guardare i volti dei detenuti: lavoratori, poveri, «pezzi di merda». Tuttavia, sono «loro» giustamente che escono per le strade, sfidando il coprifuoco, loro che non hanno nulla da perdere. Sanno che l’uniforme militare è il loro nemico, sanno che questa è l’unica possibilità di essere riconosciuti dal sistema sociale. Lo sanno grazie a quella conoscenza del popolo che sopravvive a tutti gli attacchi, sia a quelli dello Stato dispotico che a quelli del mercato selvaggio. Un politico dell’ultra-destra ha parlato di due Cile, di cui uno deve essere contenuto, persino annientato.

In ogni caso, c’è una moltitudine in lotta, che utilizza «l’intelligenza dello sciame» e che a poco a poco inizia ad articolarsi, a politicizzarsi, a diventare un popolo. Perciò, si può dire che questo è un punto di non ritorno. Tutto questo non si risolverà con falsi proclami, come quello fatto ieri sera dal #MalGobiernodExcremencias di Piñera. Proclami che approfondiscono soltanto il ruolo sussidiario dello Stato, senza stabilire un livello minimo di diritti sociali, misure che mirano soltanto a salvaguardare i profitti sulle esigenze delle persone più povere del paese. Non è difficile provarlo: lo stipendio lordo minimo è aumentato da 300.000 pesos cileni, equivalenti a € 371, a $ 350.000 pesos cileni, cioè € 433, ma attraverso un sussidio statale, e non attraverso un reale aumento delle entrate proveniente dagli utili dell’oligarchia. Misure che pensano ai profitti dei grandi uomini d’affari e non a una più equa distribuzione della ricchezza.

Siamo a una svolta, è necessario continuare a mantenere la pressione sociale, ed è necessario che i gruppi politici e i partiti di sinistra siano all’altezza degli eventi. Per ora ancora si limitano a gesti timidi e poco coraggiosi. È necessario sostenere le richieste che arrivano dalla strada e dalle barricate: la fine delle AFP1 [il nuovo sistema pensionistico] e il passaggio a un sistema pensionistico basato su una logica tripartita e solidale, un aumento dei finanziamenti su salute ed educazione pubblica, un miglioramento sostanziale e reale dei salari e, soprattutto, un nuovo processo costituente assembleare, territorializzato e vincolante, per generare una nuova costituzione politica che ci porti fuori dal disastro del neoliberismo selvaggio e che ci permetta di recuperare la sovranità economica, ignorando i le condizioni del FMI e della Banca mondiale. A partire dal potere istituente del popolo bisogna attivare un processo costituente dal basso.

Non so per quanto ancora sarà possibile sostenere la mobilitazione sociale, ma la verità è che la potenza politica del popolo cileno è in uno stato di insurrezione, e dobbiamo impegnarci con il corpo e le idee in questa lotta per una vita più dignitosa.

 

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