venerdì , 15 Novembre 2019
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La lotta per la depenalizzazione dell’aborto in Ecuador: organizzare la rabbia, politicizzare la tristezza

di ALEJANDRA SANTILLANA ORTIZ da Zur – Pueblo del Voces*

Pubblichiamo il pezzo scritto da Alejandra Santillana Ortiz ‒ militante femminista, attivista della Marea verde Ecuador, dottoranda in Studi Latinoamericani presso l’Università Autonoma di Città del Messico ‒ all’indomani del voto negativo dato dal parlamento ecuadoriano alla proposta di legge per depenalizzare l’aborto in caso di stupro. Il contributo di Alejandra è importante per due ordini di ragioni. In primo luogo, esso mostra con grande chiarezza il rapporto che esiste tra l’intensificazione del dominio e della violenza maschile sul corpo, la vita e il lavoro delle donne e l’insieme delle trasformazioni neoliberali che stanno investendo il paese ormai da anni. In secondo luogo, le parole di Alejandra rendono evidente che la posta in gioco della battaglia femminista globale contro la violenza patriarcale definisce la continuità tra le diverse aree del sistema politico, anche quando queste agiscono in nome della discontinuità. Il voto contrario alla proposta di legge espresso dai partiti che dichiarano l’opposizione alle politiche neoliberali del governo Moreno e persino da Pachakutik, la compagine indigenista e socialista, dal punto di vista femminista è semplicemente inaccettabile. La risposta organizzata in Ecuador come in Marocco, dove nei giorni scorsi le donne si sono sollevate in sostegno della giornalista Hajar Roaissouni, imprigionata il 31 agosto con l’accusa di aver praticato un aborto clandestino, è il chiaro segno del rifiuto globale della violenza sociale e dell’ingiustizia, un rifiuto che permette di trasformare la tristezza in rabbia e in organizzazione.

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«Il mondo torna indietro, noi no» scrive Cristina Burneo Salazar su twitter, in seguito al voto contrario in Parlamento.
«Chiesa e Stato, questioni separate»,
«Le bambine son bambine, le bambine non sono madri»
gridano le mie sorelle femministe per le strade dell’Ecuador.

 

Guayaquil, Ambato, Loja, Portoviejo, Ibarra, Santo Domingo, Riobamba, Lago Agrio, Cuenca, Quito. Ci stiamo mobilitando, tutte insieme. Cosa ci spinge ad autoconvocarci a partire dalla grande diversità delle nostre esperienze per esigere dallo Stato e dalla società ecuadoriana che la depenalizzazione dell’aborto in caso di stupro sia approvata in quanto questione minima di giustizia? Cosa ci spinge a mobilitarci di fronte all’odio ripetuto di chi decide sulle nostre vite? Siamo mosse dal desiderio di rimanere libere e vive, di rendere il mondo più giusto e di poter tutte, e non solo alcune, realizzare pienamente i nostri progetti di vita. E inondiamo le piazze, nonostante il disprezzo che mostrano nei nostri confronti. Contro di noi. Noi che siamo esseri umani. Noi che siamo persone. Noi che sosteniamo il mondo e la vita con il nostro lavoro non retribuito. Noi che ci prendiamo cura della natura e difendiamo i territori dalle miniere e dall’avanzata petrolifera. Noi, quelle di cui lo Stato non si prende cura. Noi, che siamo parte di quel che resta della dignità di questo paese.

Siamo quelle che in questi anni– sostenendo reti affettive, collettive, di mutuo sostegno, assemblee, laboratori, campagne e ricerche – non hanno dimenticato che lo scenario definito da crudeltà e misoginia in cui ci troviamo è stato prodotto dal governo di Correa con il Codice Organico Penale Integrale (COIP). Gli stessi che oggi vorrebbero criticare il neoliberismo dell’attuale governo di Moreno sono i responsabili dell’inasprimento della penalizzazione dell’aborto in Ecuador: ora ci criminalizzano dopo che abbiamo subito uno stupro. Sappiamo che nelle elezioni del 2013 Alianza País ha ottenuto 100 seggi su 137 seggi[1], e questi deputati hanno imposto la loro logica basata sulla sottomissione politica per far approvare una legge che non solamente viola i principi costituzionali di laicismo e garantismo, ma che legifera in maniera ingiusta rispetto ad una realtà che non vuole vedere: in Ecuador ogni giorno undici donne vengono violentate, così come ogni giorno sette bambine sono costrette a partorire dopo aver portato avanti una gravidanza causata da uno stupro; tra il 2009 e il 2016, 17.448 bambine minori di 14 anni hanno dato alla luce un figlio a causa di uno stupro.

Sono passati cinque anni dall’entrata in vigore del COIP, Rafael Correa non è più presidente dell’Ecuador, la coalizione Alianza País ha attraversato fasi di ricomposizione e rotture interne, e Lenin Moreno, ex vicepresidente durante il governo Correa, è il nuovo presidente. Sono stati firmati accordi con il Fondo Monetario Internazionale e sembra che siano più le differenze che le continuità rispetto al governo precedente. Eppure, lo scorso 17 settembre, quando 59 legislatori di diversi movimenti politici hanno votato contro la riforma del Codice Penale che tra le varie questioni avrebbe comportato la depenalizzazione dell’aborto in caso di stupro, siamo tornate a sentire nella gola, negli occhi e nel corpo una furia triste e profonda. Complessivamente, ci sono stati 65 voti a favore e 7 astenuti. Per l’approvazione della riforma sarebbero stati necessari 70 voti a favore. L’aborto, anche in caso di stupro, continua ad essere un reato in Ecuador. Proprio come abbiamo fatto quando fu approvato il Codice Penale dopo il secondo dibattito, quando la maggioranza era del presidente Correa, anche oggi non dimenticheremo i responsabili di questo rinnovato atto di crudeltà estrema. Non dimenticheremo per esempio, quelli che se ne sono andati dal paese e si sono astenuti, quelli che non si sono messi in gioco completamente per le nostre vite, quelli che hanno votato contro la riforma. Rimarranno nella memoria del femminismo che farà la storia.

Che fine faranno i quattro deputati di Pachakutik che hanno votato contro? Rimarranno per sempre nel posto dedicato a chi ha tradito i principi ideologici ed etici sulla base dei quali era stato creato il loro movimento. Rimarranno nella nostra memoria e nella nostra rabbia. Questo vale ancora di più per chi, come noi, quasi trent’anni fa ha partecipato alla nascita di un attore politico potente e radicale, che metteva in tensione le basi dello Stato nazione, mostrando la persistenza del razzismo e del colonialismo nella società ecuadoriana, immaginando orizzonti plurinazionali di trasformazione sociale. Un movimento che mentre vinceva le elezioni locali per democratizzare le istituzioni, bloccava i trattati di libero commercio, si univa attivamente alla campagna per la depenalizzazione dell’omosessualità nel paese, costituendosi come un movimento-processo capace di accogliere e sostenere un gran numero di lotte per la giustizia sociale e la vita degna. È per questo che il voto dei deputati di Pachakutik, in sintonia con i valori e gli interessi dell’élite dell’Opus Dei e dei progressisti-conservatori, dei padroni e dei proprietari terrieri, ci mostra come la vita delle donne, ed in particolare delle più giovani, delle più povere, delle donne afro e indigene non ha per loro alcun valore. Il loro voto contro la depenalizzazione dell’aborto si iscrive in una cultura dello stupro inaugurata con la Conquista coloniale spagnola e successivamente naturalizzata nel sistema delle haciendas attraverso la femminilizzazione e razzializzazione del lavoro domestico, in particolare con la huasicamía[2]. Proprio per questo votare contro il diritto delle donne di poter decidere sull’interruzione della gravidanza dopo uno stupro vuol dire votare a favore di una nefasta eredità coloniale. Questa è la misura del loro tradimento. Ciò che questi deputati mettono al centro è il calcolo elettorale che stabilisce la politica del possibile, quella che non dà spazio alla speranza come motore dell’energia collettiva, né permette di immaginare orizzonti utopici che non siano determinati dallo Stato, dalla sua riforma e da indicazioni tecnocratiche. E se c’è qualcosa che potrebbe potenziare un dialogo politico fra i femminismi e il movimento indigeno è la configurazione di comunità politiche che non mettono al centro, come prioritarie, le forme politiche statali.

Ciononostante, limitarsi a denunciare – utile per riaccendere l’ira, ma sterile per comprendere quello che sta succedendo – significa, in fin dei conti, non rendere conto dei profondi cambiamenti che stanno coinvolgendo la società ecuadoriana e le sue forze sociali. Bisogna tenere presente, per esempio, che l’agire dei membri dell’assemblea del PK è espressione della crisi politica del movimento indigeno, ma anche di quello popolare; dell’assenza di direzione politica del Pachakutik nazionale, ma anche dei movimenti sociali in grado di comandare obbedendo; della separazione organica fra Pachakutik e la Conaie [Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador], così come della distanza fra i movimenti sociali e le loro basi; della trasformazione ideologica  e materiale della sua popolazione, ma anche del progetto neoliberale e di modernizzazione capitalista che struttura l’Ecuador. Quindi la rottura con questi deputati indica la rottura con una società che ci dice costantemente che le nostre richieste sono secondarie, rinviabili, non storiche; e con uno Stato che ci usa come incubatrici di forza lavoro per mantenere un governo che controllando i nostri corpi controlla la nostra vita.

Non denunciare senza assumere autocriticamente ciò che è successo con le organizzazioni non significa in alcun modo stare zitte. Significa pensare a noi e contemporaneamente esigere giustizia e riparazione. Quindi, dopo la votazione dell’assemblea il 17 settembre, il movimento femminista in diverse città del paese è entrato in un’intensa fase di significazione collettiva, di presa di spazio pubblico e di articolazione interna. In tutte le riunioni che sono state convocate nei giorni successivi ciò che si è percepito è la diversità delle forme non solo di agire e pensare questo momento, ma anche di concepire il femminismo. Questa specifica fase rende visibili i diversi femminismi che, in una congiuntura come questa, vogliono di nuovo convivere, coordinare gli elementi comuni e cercare strade congiunte, anche temporaneamente. Insieme all’appello al veto presidenziale e alla strategia che investe l’esecutivo, alla richiesta di dimissioni di Maria Encarnacion Duchi ‒ parte dell’assemblea di Pachakutik, che ha votato contro e presiede la Commissione Specializzata Occasionale per affrontare questioni e norme sull’infanzia e l’adolescenza dell’Assemblea Nazionale –, ci sono le proposte di azione diretta, le mobilitazioni del 28 settembre, la volontà di fare dei laboratori e di coordinarsi con altri, le interviste e i programmi radio, gli articoli che stanno uscendo scritti dalle compagne.

Osservare che, oltre ad Aborto Libre o Vivas Nos Queremos, è in atto in questi giorni una ricerca di articolazioni e altre forme di agire è utile per avere un’idea della potenza nascente: il Blocco Femminista o gli appelli per la manifestazione di venerdì 20 settembre sono un esempio di tutto questo. Ciò che unisce queste donne «sfidate dal rifiuto dell’Assemblea di depenalizzare l’aborto in caso di stupro» è «la lotta affinché l’aborto sicuro sia legge, è il desiderio di agire insieme, poco a poco». Così si stanno incontrando «quelle che ci sono sin dall’inizio e quelle che si sono unite lungo il percorso», ci dice la nostra compagna Vanessa Bonilla che partecipa attivamente alla Marea Verde: «siamo donne con storie diverse, alcune sono giovani, altre non molto, ci sono quelle che fanno parte di collettivi e anche quelle ne sono fuori, molte non si conoscono, tutte abbiamo subito violenze… questo è il momento in cui ci ritroviamo».

Questa fase è contraddistinta dall’articolazione, entro un patto patriarcale, dello storico e continuo condizionamento politico delle Chiese Cattoliche ed Evangeliche per definire la politica pubblica in uno Stato laico, dell’intervento neoliberale e dell’indebitamento, dei tagli e dei licenziamenti, della radicalizzazione a destra e del conservatorismo di attori che un tempo erano stati parte della trasformazione strutturale dell’Ecuador. Come indicava la nostra compagna di Ruda Collectiva Femminista, Kruskaya Hidalgo, in un’intervista per la CNN il 20 settembre, «stiamo chiedendo il veto presidenziale perché Lenin Moreno, la Assemblea e qualsiasi dipendente pubblico lo devono alle donne». Ciò che viene espresso è la rivendicazione del movimento di fronte a «un debito storico e attuale che rivela la sua responsabilità storica rispetto al libero intervento sui nostri corpi, ma anche rispetto ad accordi internazionali adottati alle spalle del popolo ecuadoriano, che perpetuano la nostra attuale precarizzazione».

Di fronte a tutto ciò, noi che siamo le figure da sempre scomode della storia, con il cuore spezzato da tanta ingiustizia, politicizziamo insieme la tristezza e organizziamo la rabbia fra tutte noi. E forse ciò che ha scatenato questo 17 settembre e ciò che il 20 settembre è stato provato nelle mobilitazioni convocate autonomamente, è la nostra possibilità di rielaborare il collettivo, senza vittimismi o superiorità morale, senza monopolizzare la rappresentazione della lotta, senza riprodurre la politica maschile, né quella definita dalla forma statale borghese. Forse questo è un momento che illumina altre forme di politica femminista ed espande la composizione di classe e le esigenze del movimento, in cui proviamo a camminare insieme in pluralità senza gerarchie, senza schemi a priori, né esperti e voci autorizzate, né tracce già esistenti che uniscono l’esperienza di coloro hanno aperto il cammino e le nuove lingue e i modi di abitare la politica delle più giovani. Non lo so, ma forse potremmo trovarci, sorelle, e trasformare questa tristezza e questa rabbia in un potente incantesimo contro il patriarcato.

#SeràLey

#MareaVerde

[1] Gli altri 37 sono stati assegnati alle destre (CREO, Partido Social Cristiano, Partido Sociedad Patriótica, Suma) al centro (Avanza) al movimento indigeno con Pachakutik e a diversi movimenti regionali.

[2] Le huasicamas erano donne indigene in condizione di schiavitù che svolgevano lavoro domestico nelle haciendas ecuadoriane prima della Riforma Agraria del 1964, senza essere pagate o ricevendo un salario misero, 6 o 7 giorni a settimana, 12 ore al giorno, molto spesso stuprate dal padrone o dai suoi figli, come parte del servizio sessuale e dell’iniziazione maschile.

*Traduzione in italiano a cura di Matilde Ciolli (∫connessioni precarie) e Alioscia Castronovo (DINAMOpress).

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