lunedì , 9 Dicembre 2019
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La politica del dilemma. A proposito del recente congresso dei Democratic Socialists of America

di FELICE MOMETTI

Se fare una convention negli Stati Uniti è più o meno come fare un congresso in Europa, lo stesso non si può dire per le modalità di svolgimento della discussione politica e dei criteri per prendere delle decisioni. Nel primo weekend di agosto si è tenuta ad Atlanta la convention dei Democratic Socialists of America (DSA). Per due motivi, si è trattato di un appuntamento importante non solo per i DSA – la più grande organizzazione della sinistra americana da molti decenni a questa parte ‒ ma anche per gran parte di coloro che si collocano alla sinistra del partito Democratico. Il primo motivo era una verifica della tenuta politica di una formazione che in tre anni ha avuto una crescita esponenziale, passando da 5 mila a 56 mila iscritti. Il secondo riguardava la scelta di una forma organizzativa e le conseguenti modifiche dello Statuto. Fino a ora i DSA hanno funzionato in modo decentrato con un’ampia autonomia delle singole città e dei quartieri nelle grandi metropoli come New York, Los Angeles e Chicago. Il Comitato politico nazionale e le varie commissioni tematiche nazionali, nei fatti, erano riconosciuti più come ambiti di coordinamento che come organismi politici decisionali.

Raccogliere e contenere

La crescita dei DSA è avvenuta, da una parte, intercettando il processo di politicizzazione soprattutto di un settore giovanile, bianco e con un elevato grado di istruzione che aveva fatto la prima esperienza politica durante le scorse primarie sostenendo Bernie Sanders. Dall’altra parte, i DSA hanno raccolto le istanze di molti collettivi locali e gli attivisti di una serie di piccole organizzazioni della sinistra radicale che non avevano più reali prospettive di radicamento sociale. E, caso emblematico, nell’organizzazione si sono anche riversati molti e molte aderenti dell’International Socialist Organization, la principale formazione politica di matrice trotskista, dopo il crollo e l’autoscioglimento della stessa innescato dalle denunce di stupro e di molestie sessuali subite da alcune attiviste a opera di dirigenti nazionali. Un numero significativo di iscritti e iscritte, che però non si possono definire attivisti, ha aderito dopo l’elezione di Trump vedendo nei DSA uno strumento utile per arginare la deriva autoritaria della Casa Bianca. Lo spazio politico dei DSA è aumentato anche per il fallimento dei due progetti politici lanciati da Sanders e dal suo staff dopo le scorse primarie: Our Revolution e un indefinito, per non dire misterioso, fronte antifascista internazionale. Nel caso di Our Revolution, il fallimento è stato dovuto al carattere fortemente centralizzato e gerarchico di una proposta finalizzata esclusivamente alla conquista elettorale di incarichi istituzionali utilizzando il partito Democratico. In sostanza i DSA sono cresciuti in quanto contenitore che raccoglie e fotografa l’esistente. Finora non sono diventati un luogo che attiva processi stabili di soggettivazione politica e non si può dire che sia uno strumento che interpelli realmente la nuova composizione di classe negli Stati Uniti.

Bernie & Alexandria

Bernie Sanders non è iscritto ai DSA, non si riconosce nelle loro iniziative politiche. E il suo modello politico è la socialdemocrazia del nord Europa di qualche decennio fa. La decisione della sua candidatura alle prossime primarie del partito Democratico non è stata certo il risultato di un percorso politico allargato, ma è stata presa nelle stanze chiuse del suo staff. L’idea è quella di ripetere negli stessi modi e con quasi le stesse proposte politiche, questa volta sperando in un maggior successo rispetto al 2016, la scalata verso la sfida presidenziale del novembre 2020. La forma è quella già utilizzata nelle scorse primarie: comizi e dibattiti televisivi. I temi sui quali insistere sono un servizio sanitario pubblico di qualità accettabile accessibile a tutti, la limitazione del potere di Wall Street e l’evocazione di un Green New Deal tutto da definire. Gli argomenti possibilmente da evitare sono la questione palestinese e la politica estera in generale, i confini aperti e il pluralismo sindacale sui luoghi di lavoro. Nel marzo di quest’anno i DSA hanno deciso a grande maggioranza (76%), con una votazione online alla quale però ha partecipato solo il 24% degli iscritti, di sostenere la candidatura di Bernie Sanders. Una votazione contestata da una parte del partito perché vista come una forzatura a pochi mesi dalla convention nazionale, per di più con uno scarso dibattito. Nei DSA non si tratta solo di vedere Bernie Sanders come il meglio, o il meno peggio, degli attuali 24 candidati alle primarie del partito Democratico in grado di battere Trump alle prossime elezioni. C’è la convinzione che una mobilitazione elettorale a favore di Sanders possa trasformarsi in mobilitazione sociale, spostando a sinistra il candidato e il partito Democratico. Una sorta di automatismo che prescinde dai rapporti sociali, dai reali percorsi di lotta e dalle forme di una possibile politicizzazione dei soggetti sociali. Alle elezioni di medio termine del novembre scorso i DSA hanno eletto due deputate – Alexandria Ocasio-Cortez e Rashida Tlaib – alla Camera dei Rappresentanti e alcune decine di rappresentanti in vari Consigli comunali e parlamenti dei singoli Stati. Il tipo di rapporto che questi eletti dovrebbero avere con gli iscritti al partito e con le lotte sociali è tuttora argomento controverso: avere il partito come riferimento o essere completamente autonomi? Sta di fatto che in questi mesi Ocasio-Cortez è diventata un personaggio mediatico con una popolarità in crescita e le sue dichiarazioni e le sue scelte costruiscono l’immagine pubblica dei DSA. Compresa la scelta, non discussa, di votare insieme a Tlaib a favore del progetto di bilancio delle spese militari sostenuto anche da Trump.

Correnti alternate

Nei tre scorsi anni di forte crescita dei DSA la geografia politica interna è mutata più volte. Correnti politiche ‒ caucus, secondo la definizione in vigore ‒ si sono formate, alleate e sciolte a seconda della discussione politica interna e delle proposte avanzate a livello locale e centrale. Alcune correnti hanno cambiato più volte nome pur rimanendo le stesse. Attualmente se ne possono individuare quattro di una certa consistenza, sempre però nell’ordine di alcune centinaia di aderenti. Il caucus di «Bread & Roses», politicamente il più strutturato, fa capo alla rivista «Jacobin» e propone un percorso strategico di una linearità politica a dir poco astratta. Prima si agisce nel partito Democratico come «partito nel partito» conquistando posizioni ed eletti nelle istituzioni e al tempo stesso ci si inserisce nelle strutture sindacali per democratizzarle. Una volta costituita una «massa critica» sufficiente si esce dal Partito Democratico per costruire il partito della classe operaia e Kautsky è il riferimento teorico esplicito di una possibile presa del potere necessariamente preceduta da una vittoria elettorale. «Build» è il «caucus non caucus». Una corrente politica che vede l’organizzazione dei DSA basata sull’azione dei caucus come il principale problema della proiezione politica esterna e del dibattito interno. Build ha una visione decentrata dell’attività sociale ed è contrario ad ambiti decisionali nazionali con troppo peso politico. Il caucus «Socialist Majority» è composto in gran parte da responsabili locali delle singole città e delle commissioni nazionali, vuole migliorare l’attuale assetto organizzativo del partito senza però stravolgerlo e non condivide la prospettiva di una rottura completa con il Partito Democratico. Il «Libertarian Socialist Caucus» raggruppa soprattutto iscritti di ispirazione anarchica e consiliarista. È contrario ad avere un Comitato Politico nazionale e propende per organismi nazionali solo amministrativi. Le strutture locali devono avere la massima autonomia politica, finanziaria e decisionale. Il panorama interno non si esaurisce con questi quattro caucus. Ce ne sono di altri più piccoli che in certe occasioni politiche e in alcuni dibattiti nazionali vengono «ospitati», il termine è proprio questo, nei caucus più grandi.

La politica come aritmetica

Alla convention nazionale di Atlanta hanno partecipato 1056 delegati eletti con vari sistemi di voto. Dal voto palese per alzata di mano nelle città con pochi iscritti all’uso del metodo Bordo, una sorta di voto ponderato su tutti candidati, nelle città con molti iscritti. Non c’era un testo politico o più testi politici da discutere ma 89 risoluzioni politiche e 38 modifiche dello Statuto da approvare o respingere, presentate entro il 9 luglio e contenute nelle 300 pagine messe a disposizione dei delegati. Quasi la metà delle risoluzioni e delle modifiche statutarie sono state presentate dai caucus, le rimanenti sottoscritte da almeno 50 iscritti. Tutte le risoluzioni dovevano essere redatte secondo un modello standard: titolo, autori, costo finanziario stimato, la parte da discutere e le informazioni di supporto. Il grosso delle risoluzioni (47) riguardava le scelte organizzative, elettorali e la gestione finanziaria del partito. I tre giorni della convention sono stati occupati da votazioni continue e dalle schermaglie procedurali tra i vari caucus che hanno raggiunto vette surreali nelle sei ore di discussione sull’ordine del giorno della convention. Tanto da sollevare critiche da parte di vari delegati per la mancanza di analisi e discussione politica. Alla fine, sono state votate solo la metà delle risoluzioni delegando al nuovo Comitato Politico nazionale il compito di discutere le rimanenti. Ciò che emerge è una concezione della politica come sommatoria di singoli temi disposti in un mosaico dai molteplici colori. L’organizzazione politica, il partito se si vuole, non deve far altro che contenerli stabilendo man mano un ordine gerarchico che il più delle volte si rivela non rispondente ai processi di politicizzazione potenziali o in atto.

Risoluzioni che non risolvono

I DSA, secondo alcune fonti interne, hanno una percentuale di attivisti politici e sociali che si aggira attorno al 15% degli iscritti. La partecipazione alle convention locali è stata piuttosto bassa e in larga parte egemonizzata dai caucus. I quali hanno un potere di decisione e orientamento che non si basa tanto sul numero degli aderenti, piuttosto scarso rispetto al numero degli iscritti, ma sul posizionamento negli organismi nazionali e sulla scelta dei luoghi e dei tempi dove fare battaglia politica. Infatti, nel nuovo Comitato Politico nazionale, una specie di imbuto capovolto, su 16 componenti solo 3 non si riconoscono nei caucus nazionali. Come spesso accade in queste occasioni lo scontro politico si è concentrato su poche risoluzioni, tre di quelle presentate da «Bread & Roses» e una modifica statutaria proposta da «Build». Le tre risoluzioni, che nel loro insieme danno una visione politica e organizzativa di cosa dovrebbero essere i DSA, sono state approvate con maggioranze piuttosto contenute e a composizione variabile dopo discussioni dai toni piuttosto aspri. La modifica statutaria, che invertiva il flusso finanziario del partito dalla periferia al centro, è stata respinta per pochi voti. Nella prima risoluzione, intitolata Class Struggle Elections, si è deciso che i DSA utilizzeranno le elezioni, le istituzioni e le leggi come veicoli della lotta di classe per incoraggiare l’organizzazione della classe operaia, promuovere una legislazione progressista e costruire un sostegno alle idee socialiste democratiche. La seconda e la terza risoluzione sono improntate a una pedagogia politica spicciola, diffusa dal centro alla periferia, mediante una commissione nazionale che si occupa di lavoro e lavoratori e l’attuazione di «un programma di educazione socialista». Il tutto gestito dai proponenti di «Bread & Roses» e quindi dalla rivista «Jacobin». Ed è qui che sono arrivate le maggiori critiche verso il rischio di un inquadramento rigido che guarda solo a un filone del pensiero politico e teorico della sinistra. Insomma, una forzatura non necessaria che avrà come effetto il rinchiudersi ancor più nelle questioni locali. I DSA hanno un bilancio di 4,4 milioni di dollari di cui la metà sono spesi negli stipendi dei funzionari tecnici e politici, circa una trentina. La modifica statutaria promossa dal caucus «Build» prevedeva che i soldi entrati con le iscrizioni dovessero in parte essere ridistribuiti alle singole città per favorire l’attività politica e sociale, anziché fermarsi al centro. Il significato di questa modifica statutaria era evidente: limitare la centralizzazione in atto sostenuta soprattutto da «Bread & Roses». La convention si è spaccata a metà e la modifica è stata respinta per una manciata di voti con strascichi e accuse reciproche non facilmente superabili. Si sono scontrate due visioni contrapposte di come dovrebbero essere organizzati i DSA, dove nessuna delle due è prevalsa nettamente. Al termine della convention rimanevano in sospeso molti interrogativi. Che cosa ci unisce se non la lotta contro Trump e il sostegno ai vari conflitti sociali che nascono? Ma questo è sufficiente per una sinistra che deve essere all’altezza delle sfide che pone il capitalismo contemporaneo negli Stati Uniti? Le risposte a queste domande saranno il futuro dei DSA.

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