giovedì , 19 Settembre 2019
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Educazione popolare e femminismo in Argentina

di CLAUDIA PAGANONI

Il 20 febbraio il gruppo scuola di Non Una Di Meno ha presentato per la prima volta a Bologna l’opuscolo Scuola De-genere. Per un’educazione libera da stereotipi, all’interno del percorso verso lo sciopero femminista globale dell’8 marzo. Il fascicolo è solo una delle iniziative promosse dal gruppo che, da ormai tre anni, porta avanti un intenso lavoro, riconoscendo l’importanza della scuola nella riproduzione dei ruoli e delle gerarchie di genere. L’ambito educativo è indubbiamente rilevante per il movimento femminista transnazionale, nella prospettiva di indagare e contrastare le modalità con cui, a livello globale ma nella specificità dei differenti contesti, la scuola sia un ingranaggio del sistema patriarcale. Inoltre, il fatto che l’educazione assuma tale rilievo per le lotte femministe è sicuramente specchio di un movimento che desidera essere popolare e non elitista, che non vuole essere confinato nelle accademie, bensì cimentarsi nelle urgenti battaglie politiche del nostro tempo. D’altro canto, conferire importanza all’istruzione può essere un deterrente – non il solo – nei confronti delle derive pop di un femminismo che, nel voler essere popolare, comunicando con quante più persone possibile, non può correre il rischio di cadere in semplificazioni e banalizzazioni. Questo è tanto più vero nel momento in cui si assume la pedagogia non come un campo confinato ai contesti educativi intesi in senso stretto ma, come vedremo, come una componente della politica. In relazione a ciò, non è casuale il fatto che un interessante approccio alla pedagogia femminista si stia sviluppando oggi in America Latina, nell’incontro con la tradizione dell’Educazione Popolare.

Relativamente poco conosciuta in Italia, quella dell’Educazione Popolare è una tradizione complessa e articolata, che nasce e si sviluppa in America Latina a partire dagli anni Sessanta seguendo traiettorie talvolta differenti nei vari paesi del subcontinente, ma con alcune fondamentali matrici comuni, fra cui prima di tutto l’anticolonialismo e la lotta di classe. Il punto di partenza dell’educazione popolare in America Latina è la pedagogia «liberatrice» del pedagogista brasiliano Paulo Freire, basata sul presupposto di una reciprocità del rapporto di apprendimento tra educatori ed educandi. «Bisogna saper partire dal livello dove stanno gli educandi, che è un livello culturale, ideologico, politico… L’attività educativa è sempre una teoria della conoscenza messa in pratica», afferma Freire, il quale ha il gran merito di aver evidenziato la presenza dell’elemento politico nell’educazione, sostenendo che questa non possa rifuggirlo e che si impongano quindi delle scelte consapevoli in questo senso. D’altra parte, la politica deve essere pedagogica o, per meglio dire, la politica reca sempre con sé questo elemento, ma può farsi portatrice di una pedagogia o depositaria ‒ che considera chi viene educato come un semplice destinatario passivo ‒ o liberatrice. Questo rapporto tra pedagogia e politica è stato recepito e approfondito dai nuovi movimenti sociali che, a partire dagli anni Novanta, animano la scena politica latino-americana. Il geografo brasiliano Bernardo Mançano Fernandes chiama socioterritoriali questi movimenti fortemente radicati in territori specifici, come aree rurali o urbane popolari, che spingono nuove forme di politica dal basso e autorganizzazione. Da un lato, il diritto all’educazione entra nell’agenda dei movimenti e da essi viene ripresa la lezione dell’Educazione Popolare. Dall’altro, quest’ultima contamina i movimenti sociali, i quali iniziano a pensarsi pedagogicamente nel loro complesso, al di là degli specifici momenti di formazione. Il movimento si converte in un soggetto educativo per cui tutti i suoi spazi, azioni e riflessioni assumono un’intenzionalità pedagogica. Il carattere prefigurativo dell’Educazione Popolare risiede nel fatto che essa si considera un atto rivoluzionario già nel momento in cui viene messa in pratica, prefigurando, per l’appunto, la realtà come si desidererebbe che fosse. Allo stesso tempo, viene però rifiutata una visione «ingenua» del ruolo dell’educazione, che la consideri come la chiave privilegiata per l’emancipazione e il cambiamento sociale, inquadrandola invece come il tassello in un mosaico complesso: non si potrebbe parlare di educazione popolare se non fosse per altre lotte politiche che vengono portate avanti in differenti ambiti, e questo è vero negli anni Sessanta del secolo scorso così come nel complesso scenario neoliberale.

In questi ultimi anni, in America Latina i movimenti femministi stanno dialogando con la tradizione dell’Educazione Popolare. La potenza dirompente della cuarta ola, che a partire dall’Argentina – con gli Encuentros Nacionales de Mujeres, Ni Una Menos, La Campaña Nacional por el Derecho al Aborto Legal, Seguro y Gratuito – si è diffusa in America Latina all’interno di un movimento transnazionale, sta coinvolgendo i più svariati ambiti della società, esprimendosi a differenti livelli e con diverse modalità. L’incontro con le lotte femministe sta facendo sì che, per la prima volta, fra le varie oppressioni contro cui l’Educazione Popolare è in lotta, venga compresa anche quella relativa al genere e alla sessualità. Si tratta di un cambiamento storico per la tradizione, che è spinta a riflettere su se stessa e ad entrare in una nuova fase: quella dell’Educazione Popolare femminista. D’altra parte, i movimenti femministi hanno la possibilità di avvalersi delle teorie e delle pratiche di questa ricca tradizione che, come si diceva, possono essere estremamente rilevanti per le riflessioni e le lotte del feminismo popular. Un’occasione di incontro molto interessante da questo punto di vista ha avuto luogo a Buenos Aires lo scorso settembre: presso una delle scuole popolari storiche della città, il bachillerato popular IMPA, si è tenuto l’Encuentro 2018 de redes de educadorxs populares. Hanno preso parte alla giornata, oltre alle scuole popolari della città, svariati movimenti sociali che svolgono lavoro territoriale e comunitario e una moltitudine di associazioni e collettivi attivi nell’ambito dell’Educazione Popolare e della lotta femminista, non solo argentini: erano presenti attiviste del Movimiento Sin Tierra brasiliano, dell’Organización de Mujeres Campesinas e Indígenas CONAMURI del Paraguay e compagne dalla Colombia, dall’Uruguay, dal Chile, dal Venezuela. Significativamente, il gruppo di lavoro più partecipato dell’assemblea è stato proprio quello dedicato a «Le conoscenze e le sfide dei femminismi popolari», articolato a sua volta in temi di carattere globale: dall’educazione sessuale nelle scuole pubbliche alla resistenza delle donne alle politiche neoliberali del FMI e del G20, passando per l’aborto, la lotta delle donne indigene e quella delle donne curde.

L’IMPA, dove si è tenuto l’incontro, è una delle scuole popolari storiche della capitale argentina. I bachilleratos populares – scuole superiori popolari – sono uno dei terreni in cui la confluenza fra l’Educazione Popolare e le lotte femministe ha maggiore impatto. Nati dall’incontro fra movimenti sociali ed Educazione Popolare di cui si parlava in precedenza, i bachis sono scuole serali per giovani e adulti autogestite, popolari e, nella maggior parte dei casi, autofinanziate; la maggior parte si trova a Buenos Aires, dove il fenomeno ha avuto inizio dopo la crisi del 2001. Oggi ci sono più di 120 bachilleratos in tutta l’Argentina, alcuni gestiti da grandi movimenti sociali, altri da organizzazioni territoriali, altri ancora autonomi. In epoca kirchnerista, in seguito a mobilitazioni, le scuole hanno ottenuto il riconoscimento dello Stato e possono emettere titoli di studio validi, senza al contempo aver perso l’autonomia didattico-politica: i bachis utilizzano pratiche di insegnamento orizzontale e attribuiscono all’educazione una forte pretesa liberatrice, con il fine di «costruire potere popolare e attuare così trasformazioni sociali dal basso». Oggi la ola feminista che imperversa in Argentina sta penetrando nei bachis, così come sta facendo in tutti gli ambiti della società. Il rapporto che intercorre fra i movimenti politici femministi e le differenti scuole può variare: alcune sono più esposte e «sensibili» a questo tipo di discorsi e di battaglie, altre meno, e non è facile tracciare un quadro complessivo delle cause, visto che ogni bachis ha una sua situazione peculiare che dipende delle caratteristiche del barrio in cui si trova, dell’organizzazione di cui fa o non fa parte, dalle militanti che di anno in anno la attraversano. In ogni caso, quando questo collegamento si crea, ciò avviene solitamente grazie a insegnati dei bachis: queste sono per la maggior parte donne, solitamente universitarie o lavoratrici laureate, magari non sono parte integrante delle assemblee e dei collettivi femministi, dal momento che si tratterebbe di una doppia militanza che si sommerebbe a quella nei bachilleratos, però partecipano regolarmente ai momenti di mobilitazione e fanno in modo di portarli all’interno delle classi. In questo modo, le studentesse entrano in contatto diretto con le manifestazioni organizzate da Ni Una Menos o dalla Campaña Nacional e in alcuni casi vi prendano parte: moltissimi bachilleratos hanno partecipato in gruppo alle due manifestazioni per l’aborto che si sono svolte lo scorso anno in occasione delle votazioni al Congresso. Allo stesso modo, molti bachis hanno preso parte agli Encuentros Nacionales de Mujeres degli ultimi anni, organizzando autofinanziamenti per provvedere alle spese di viaggio delle partecipanti.

L’ingresso della ola feminista nelle scuole sta producendo la creazione di «esperimenti» politico-pedagogici di vario tipo. Innanzitutto, vengono attivati progetti specifici quali Espacios Mujeres (gruppi di autocoscienza), consultori, asili nido – sempre autogestiti dai bachis o dalle organizzazioni sociali di cui fanno parte. Gli asili nido sono di fondamentale importanza per consentire a tutte di diplomarsi: infatti, se i bachis si sono sempre distinti dalle scuole dello Stato per il fatto di consentire alle madri di portare con loro i figli a scuola, si sta ora cercando di fare questo passo ulteriore, per permettere alle donne di non dover curare i bambini durante le lezioni. In secondo luogo, tematiche relative a genere, sessualità e femminismo entrano sempre più nella didattica quotidiana: come vorrebbe la normativa dello Stato argentino per l’Educazione Sessuale Integrale, del 2006, si cerca di integrare in maniera trasversale queste tematiche nelle varie materie/aree di studio. I movimenti femministi guardano positivamente alla ESI e ai materiali didattici per la formazione dei docenti prodotti dal ministero, considerandoli come una conquista e una buona base da cui partire: non a caso, si dice, la legge non è mai stata applicata e, dall’inizio della presidenza Macri, sono stati operati forti tagli ai finanziamenti e il licenziamento di funzionari ministeriali che lavoravano al programma. È altrettanto diffusa l’opinione che il programma andrebbe comunque migliorato: ad esempio, non esiste formazione ai docenti che insegnino nelle scuole serali con gli adulti, quali sono i bachis, che in Argentina sono frequentate da moltissime persone. Anche per via di questo «vuoto» relativo l’educazione sessuale con adulti, nei bachis sta iniziando a circolare l’idea dell’importanza di costruire conoscenza sul tema attraverso la sistematizzazione delle proprie pratiche, per ora disarticolate.

A causa di questa disarticolazione, non è facile tracciare un quadro generale delle pedagogie femministe nei bachilleratos populares. Tuttavia, alcuni temi emergono in maniera preponderante: l’educazione alla salute sessuale e la critica ai ruoli, alle gerarchie di genere e alla violenza. L’educazione alla salute sessuale è femminista, non limitata alla sessualità eterosessuale, inquadrata nella prospettiva del piacere e dei diritti; si svolge solitamente nell’ambito di workshops o durante le ore di scienze e salute. Gli argomenti affrontati sono chiaramente molteplici – gli apparati sessuali, la costruzione culturale del genere, l’aborto, gli ormoni sessuali, le mestruazioni, i metodi contraccettivi, il parto e la violenza ostetrica, le malattie sessualmente trasmissibili – e il tentativo è quello di approcciarli partendo dal quotidiano delle persone e in maniera orizzontale, il che non esclude momenti di insegnamento frontale, integrati però con attività ludiche che incentivino l’apprendimento attivo e il dialogo. I discorsi sulla salute sessuale spesso si intersecano con quelli sulla violenza e sui ruoli di genere, che tuttavia trovano spazio anche in altri momenti. Così, nelle lezioni di storia, parte del programma è dedicato alla storia del femminismo e, in generale, si tenta di raccontare dei ruoli dalle donne nella storia, mentre nelle lezioni di antropologia si possono analizzare le forme patriarcali nelle comunità indigene o le questioni della tratta e della prostituzione. In statistica, l’argomento dei problemi può essere il tasso di femminicidi nel paese o la difficoltà di accesso per le donne al mondo del lavoro. Un workshop con sole donne sul tema del «tempo libero» può portare a riflettere sul «senso di colpa», sul lavoro di cura considerato come naturalmente femminile, sulle gerarchie patriarcali.

L’Educazione Popolare ha insegnato a generazioni di educatrici ed educatori i vantaggi di pedagogie che abbiano come punto di partenza il vissuto quotidiano delle persone, la valorizzazione dei saperi pregressi non in una prospettiva folkloristica e romantica nei confronti del «popolare» acriticamente inteso, ma come base da cui partire per decostruire credenze e sviluppare nuove conoscenze. Partire dal quotidiano, per l’educazione popolare femminista dei bachis, significa riflettere prima di tutto sulle molte forme della violenza patriarcale, sul ruolo del (secondo) lavoro domestico e di cura, sull’accessibilità e la presenza delle donne a scuola, spesso resa difficile proprio dalla divisione sessuale del lavoro. La riflessione critica sullo «stare a scuola» e le sue modalità coinvolge studentesse ed insegnanti assieme, che si trovano a decostruire i ruoli di genere imposti dalla «divisione sessuale della militanza», per cui il lavoro di base e comunitario su cui si reggono i movimenti sociali – guardaroba comunitari, mense, ollas populares (pasti in strada), laboratori educativi, asili, spazi culturali, salute – tende a essere preposto alle donne, mentre la direzioni dei movimenti, la gestione degli aspetti finanziari, la parola pubblica, sono in mano agli uomini. C’è chi afferma che il lavoro comunitario consente alle donne di non essere relegate allo spazio privato, tessendo legami e condividendo spazi di aggregazione e confronto; è però da notare che esse, spesso, continuano ad essere collocate in certi ruoli, svolgendo i suddetti compiti. L’ondata di femminismo sta producendo importanti cambiamenti in questo senso, in quanto le donne stanno generando una serie di domande all’interno dei movimenti, lottando affinché essi siano antipatriarcali, nella teoria e nella pratica, il che spesso si concretizza nella pretesa che anche gli uomini si occupino del lavoro di base e comunitario. Alla luce di tutto ciò, la «messa in comune dei mezzi di riproduzione», di cui si sente molto parlare di questi tempi da parte del cosiddetto feminismo comunitario – da non confondere con il feminismo popular, di cui è una possibile declinazione ma di certo non l’unica – non apre necessariamente le porte a una messa in discussione dei ruoli imposti dall’organizzazione patriarcale della società, ma può anzi portare ad una crtistallizzazione dei ruoli di genere ed all’invisibilizzazione della violenza – senza contare il fatto che risulta in ogni caso limitante, per non dire essenzializzante, pensare che le donne abbiano un «significato», un «ruolo» politico privilegiato da sfruttare, dato dal presunto  «storico controllo dei mezzi di riproduzione».

Uno dei grandi meriti dell’Educazione Popolare è quello di aver sempre criticato i meccanismi di ideologizzazione politica di una certa sinistra, considerati depositari e colonizzatori: l’Educazione Popolare femminista può essere uno strumento potente per le donne per prendere parola, a partire da una profonda riflessione sulla natura delle proprie oppressioni e sulle rivendicazioni che si desidera portare avanti, senza che queste vengano decise aprioristicamente da altri. Chiaramente, le esperienze di Educazione Popolare (femminista) perdono il loro senso politico e rischiano di diventare pratiche di retroguardia, configurandosi come esperienze di mutualismo incapaci di porsi in antagonismo con le dinamiche del capitalismo transnazionale, se non si collocano in collegamento con altre battaglie. Da questo punto di vista, i bachilleratos populares sono un caso molto rilevante, poiché avanzano le proprie rivendicazioni su più piani e con differenti modalità e sono un punto di confluenza per molte lotte politiche. Volendo riempire, in tempo di crisi, un vuoto lasciato dallo Stato, i bachis non lo hanno fatto emulando le scuole dello Stato e le loro dinamiche di potere, incluse quelle patriarcali, ma creando qualcosa di nuovo e diverso; anche durante la ristrutturazione kirchnerista, i bachis (con l’eccezione di quelli kirchneristi) sono stati determinati a non farsi inglobare dallo Stato. Per quanto l’esperienza mutualistica sia ovviamente radicata in territori specifici, l’azione prefigurativa locale delle scuole si pone in collegamento con varie lotte, come quella transnazionale del movimento Ni Una Menos, trovando qui possibilità politiche finora inedite. D’altra parte, un movimento femminista che è sempre più popolare non può che trarre benefici dall’esistenza di esperienze di questo tipo, che si configurano come veri e propri cantieri per importanti riflessioni e urgenti battaglie: la ola feminista entra al loro interno, per poi fuoriuscirne arricchita e potenziata.

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