giovedì , 19 Settembre 2019
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Il 4 giugno a Tiananmen: il passato inconcluso che vive nel presente

di ALESSANDRO ALBANA

Nel 1999 Peter Gries scriveva che «in Cina il passato vive nel presente» con un’intensità vista raramente altrove, fornendo una suggestione particolarmente precisa per comprendere la continuità storica di un Paese sempre più centrale per gli equilibri (e gli squilibri) globali. «Regno» o «Paese di mezzo» è del resto la formula con cui in mandarino ci si riferisce alla Cina, e anche in questo caso l’espressione non pare esagerata per descrivere una civiltà che è stata protagonista di primo piano dello sviluppo culturale, commerciale e tecnologico del pianeta, almeno fino a che la proiezione coloniale delle potenze occidentali, già altrove consolidata, non si è introdotta nel Celeste Impero con le Guerre dell’Oppio.

Culminata nel massacro di Tiananmen nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989, la storia della «Primavera di Pechino» è un passato che è stato possibile e che non deve rivivere. Esso rappresenta molto più di un evento da blindare ed eliminare dal discorso politico ufficiale, nonostante nessun segnale ne lasci presagire la reiterazione in un futuro prevedibile. Quel passato costituisce, infine, un episodio su cui trent’anni dopo è necessario riflettere e comprenderne la natura necessariamente complessa e certamente multiforme.

Anzitutto, la mobilitazione e chi l’ha attraversata, dunque. Si pone, spesso e comprensibilmente, grande enfasi sull’azione degli studenti universitari e sulla loro capacità di articolare la mobilitazione e portare avanti le proteste fino a che l’intervento della forza pubblica, preceduto dall’avvertimento ultimo della legge marziale, non ha travolto l’agitazione sociale con la superiorità materiale della forza militare. Nel corso della mobilitazione e in piazza Tiananmen erano però presenti anche molti lavoratori e non è un mistero che le autorità cinesi fecero il possibile per evitare che partecipassero, vietando ripetutamente e in numerose città la possibilità di congedo lavorativo. È vero che il rapporto tra studenti e lavoratori fu piuttosto travagliato, e dunque lo sforzo di problematizzare il movimento del 1989 si rivela una volta di più necessario, ma ancor più rilevante e storicamente urgente è comprendere che a Tiananmen non vi fu un corpo unico e uniforme di manifestanti, ma una pluralità di soggetti con istanze e biografie differenti. Non fu, esclusivamente, il prodotto storico della dialettica tra il Partito Comunista e i suoi oppositori, ma emerse più in generale come processo di abilitazione pubblica di critiche e rivendicazioni politiche più ampie e in parte interne e non alternative al Partito. E quindi non è vero che, come ha sostenuto un intellettuale italiano non molti anni fa, i manifestanti di Tiananmen «volevano solo la Coca Cola», anche se è lecito pensare che a molti la Coca Cola non dispiacesse. Al di là delle frequenti e strumentali semplificazioni, ciò implica che la matrice politica – o, più precisamente, le motivazioni sociali, politiche e personali – e l’eredità della mobilitazione risultano troppo complesse e numerose per essere incasellate nella riduttiva e distorta rappresentazione dello scontro campale tra comunisti cinesi e democrazia liberale.

Anche il tema della rimozione, onnipresente e iperdibattuto per aver segnato la narrazione dei fatti di Tiananmen senza soluzione di continuità, rivela elementi importanti e forse più significativi della mera constatazione che, dentro i confini cinesi, il costante e puntuale sforzo censorio abbia prodotto i risultati sperati dalle autorità. Dietro quello sforzo non c’è appena la volontà di tenere nascosta la risolutezza dell’intervento pubblico. I fatti di Tiananmen non sono oggetto di dibattito, ma trovano una loro precisa collocazione nella narrazione politica ufficiale come disordini alimentati da agenti stranieri con la connivenza di cittadini corrotti e conniventi, impiegati con l’obiettivo della destabilizzazione politica del Paese. La linea ufficiale è stata ribadita in questi giorni dal ministro della difesa cinese durante lo Shangri-La Dialogue a Singapore: l’intervento dell’esercito la notte tra il 3 e il 4 giugno è stata una mossa «corretta» per sedare la «turbolenza» e preservare la «stabilità» del Paese. Nella sua essenzialità, la dichiarazione ripropone gli elementi chiave per comprendere la narrazione ufficiale dei fatti di Tiananmen. Non una mobilitazione sociale, ma una serie di disordini inscenati al fine di destabilizzare il Paese, a salvaguardia del quale si è reso necessario l’intervento dell’autorità manu militari.

Ma già all’indomani di quei fatti, in Cina si dava avvio a una campagna di riforma degli insegnamenti scolastici imperniata sulla revisione dei testi di studio e l’adozione di nuovi libri di storia, la cui realizzazione si è articolata nel corso degli anni Novanta. Parallelamente, nel discorso politico cinese si assisteva all’emergere di posizioni più nazionaliste e a toni più critici nei confronti delle mire destabilizzatrici di forze straniere, non certo un’invenzione bella e buona dalla prospettiva di Pechino, ora più isolata sul piano internazionale, sottoposta a embargo del commercio di armi da Stati Uniti e Paesi europei e al centro dell’attenzione di diversi servizi di intelligence. Più significativamente, la riforma, emblematicamente nota come «campagna di educazione patriottica», puntava dritto a quei soggetti che qualche anno prima avevano animato la «Primavera di Pechino» e che meritavano dunque una normalizzazione politica. Tale normalizzazione, a cui viene da pensare come una storia in gran parte di successo, ha poi tratto linfa vitale da altre e altrettanto contraddittorie esperienze della Cina contemporanea: l’impressionante ritmo di sviluppo della sua economia, l’espansione dei suoi mercati, la sua ascesa globale. È anche alla luce di questa storia, e delle migliori prospettive di vita che ne derivano, se oggi, per molti giovani cinesi, la contestazione dello status quo presenta più rischi che opportunità. Ed è anche da questa prospettiva che è possibile comprendere come le giovani generazioni non siano più solo oggetto, ma soggetto proattivo del «Sogno Cinese» di rinnovamento nazionale.

Tre decenni dopo le mobilitazioni cinesi del 1989 alla commemorazione avrebbe dovuto accompagnarsi un approfondito tentativo di comprensione storica e politica dei processi che si articolarono nella primavera di quell’anno, delle loro cause, e forse ancor più significativamente, delle conseguenze che produssero. In questo tentativo, un supporto importante arriva, paradossalmente, da un recente editoriale in inglese pubblicato qualche giorno fa sul «Global Times», e quindi prodotto della versione ufficiale delle autorità cinesi rivolto agli osservatori stranieri. Vi si sostiene che sedare l’«incidente» di Tiananmen abbia «immunizzato» la Cina nel suo percorso di sviluppo economico e ascesa globale. Il 4 giugno a Tiananmen non si realizza dunque una rottura dell’ordine politico costituito, ma si sigilla la continuità della contemporaneità cinese divenuta da poco, ma incisivamente, protagonista dello sviluppo capitalistico mondiale. Rileggere quella storia, dunque, è anche esercizio fondamentale per comprendere lo sviluppo successivo del capitalismo e le sue declinazioni presenti.

«Tiananmen» è parola che, da sola, evoca i passaggi più importanti della storia cinese contemporanea. Se ciò di per sé spiega la militarizzazione della piazza e il controllo capillare dei flussi che la attraversano, restano aperti tanti e cruciali interrogativi sui cui sarebbe bene continuare a riflettere. Tiananmen 1989 alimenta questi interrogativi e conferma le parole di Gries, ma più di tutto indica che in Cina il passato «vive nel presente» in modo mai concluso né definito, e per questo passibile di continua risignificazione.

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