lunedì , 9 Dicembre 2019
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Lavoro migrante, lotte e sindacato nel regime razzista del salario

Della legge Salvini si è spesso – e a ragione – criticato l’impianto autoritario e antiumanitario, espressione della più generale linea politica di questo governo. Il sostanziale sbarramento all’accesso alla protezione internazionale e la criminalizzazione delle proteste e delle lotte che la legge stabilisce si collega effettivamente e coerentemente con la politica dei porti chiusi e della messa fuori legge delle ONG. Tuttavia: fare del razzismo un cerchio che si chiude sempre e solo su stesso rischia di occultare il modo in cui questa legge razzista agisce tra le pieghe dell’accoglienza per trasformare la richiesta di asilo in una disponibilità completa al lavoro. La legge Salvini è infatti qualcosa in più di un provvedimento antiumanitario, illiberale e repressivo: punta a normalizzare e a gestire la presenza di decine di migliaia di richiedenti asilo che devono ripiegare su un lavoro sempre più povero e informalizzato per continuare a sperare di ottenere un titolo di soggiorno in Europa. Poiché è la prosecuzione della Bossi-Fini con altri mezzi, la legge Salvini introduce un regime razzista del salario che colpisce i migranti di vecchio e di nuovo corso.

In questo senso, quanto sta succedendo nei magazzini della logistica, in cui la grande maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori è migrante, è un punto di osservazione privilegiato sulla dinamica di questo cambiamento. Dal 2008 in avanti la logistica è stata teatro di lotte che hanno contrastato il violento comando sul lavoro esercitato attraverso il sistema delle cooperative, non di rado con la connivenza dei grandi sindacati. Protagonisti di queste lotte sono stati lavoratori e lavoratrici migranti che con il loro attivismo hanno sfidato il ricatto politico del permesso di soggiorno, rinnovando gli strumenti e le tattiche di lotta, dai picchetti a oltranza ai blocchi stradali. Queste forme di lotta hanno saputo rispondere alle trasformazioni del processo lavorativo caratterizzato da una progressiva segmentazione della fabbrica, in cui produzione e circolazione si intrecciano strutturalmente, lasciando al palo i sindacati tradizionali. In molti casi queste lotte sono state efficaci e hanno prodotto un effettivo cambiamento delle condizioni di lavoro nei magazzini e soprattutto hanno prodotto un fronte di resistenza alle politiche di precarizzazione.

Su queste conquiste si abbattono ora la legge Salvini e la riorganizzazione del lavoro migrante attraverso l’impiego sempre più diffuso di richiedenti asilo in attesa della Commissione territoriale e perfino di diniegati in attesa dell’esito del ricorso. La legge Salvini rispolvera la logica della vecchia Bossi-Fini e la dota di nuovi strumenti di frammentazione della forza lavoro migrante, rendendola più vulnerabile alla controffensiva del capitale logistico, che da tempo cercava l’occasione per riguadagnare il terreno perduto. L’eliminazione del permesso umanitario, la differenziazione delle condizioni di soggiorno sulla base di varie tipologie di documenti, che favoriscono il lavoro nero o informale, la riorganizzazione del sistema di accoglienza e l’aumento esponenziale dei dinieghi delle richieste di asilo producono nuovi canali di sfruttamento che funzionano anche come attacco diretto alle lotte sindacali. Il reato penale di blocco stradale – una delle tattiche più utilizzate in queste lotte ‒ è stato introdotto proprio dalla legge sicurezza e prevede il rifiuto o la revoca del permesso di soggiorno. Il diniego delle residenze, i fogli di via e la minaccia di espulsione sono strumenti con cui il governo sta amministrando uno sfruttamento che si regge sulla differenziazione sempre più violenta delle condizioni di messa a lavoro. Ritiro dei permessi, aumento dei provvedimenti repressivi e intensificazione del comando sul lavoro sono gli ingredienti principali della ricetta che questo governo sta utilizzando per cercare di colpire l’insubordinazione operaia migrante e rafforzare un regime razzista del salario. Una politica che si sposa appieno con le pratiche punitive e sessiste delle imprese che hanno reagito prontamente contro le donne migranti che l’8 marzo hanno scelto di stare in prima fila contro la violenza razzista e patriarcale di questo sistema di sfruttamento e per ritorsione si sono ritrovate, come è successo e sta ancora succedendo a Italpizza a Modena, a pulire i bagni dell’azienda sotto il ricatto del licenziamento.

La legge sicurezza è in effetti una legge che tiene al sicuro le logiche dell’impresa e punta ad ostacolare in ogni modo l’autonomia dei migranti.  Un asse poco visibile di questo sistema di comando sono cooperative e agenzie interinali, alle quali viene demandato il compito di selezionare, gestire e distribuire la forza lavoro migrante impiegata nei magazzini. Sebbene in modo caotico, esse funzionano come infrastruttura, cinghia di trasmissione tra il razzismo di governo che produce condizioni politiche e sociali fortemente differenziate, che trovano il loro punto più alto nella «clandestinizzazione» della forza lavoro, e la messa a valore di queste differenze e di questa ricattabilità. Nei magazzini il sistema di cooperative e agenzie di reclutamento aumenta la frammentazione delle condizioni e dei tempi di lavoro della forza lavoro migrante, spesso costretta ad accettare ore e ore di straordinari non pagati sotto il ricatto del licenziamento. Un ricatto ancora più pressante di fronte alla minaccia di sostituire lavoratori e lavoratrici con maggiore anzianità e condizioni contrattuali migliori con gruppi di richiedenti in attesa dei documenti e dunque ancora più ricattabili. L’abolizione nel contratto nazionale della logistica del divieto di utilizzo del lavoro a chiamata si presta d’altronde bene al reclutamento di una forza lavoro priva di documenti e costretta a inseguirli con ogni mezzo. La chiusura dei CARA e il taglio sostanziale dei fondi per l’accoglienza, che vuole trasformare i CAS in puri e semplici dormitori ed eliminare tutti i progetti di inserimento, fanno sì che il lavoro nei magazzini sia spesso l’unico modo per sopravvivere dopo aver presentato la domanda di asilo. In molti magazzini si sono già verificati episodi in cui allo sciopero organizzato la cooperativa, in accordo con l’agenzia interinale, risponde portando decine di richiedenti asilo prelevati direttamente dai CAS e in alcuni casi mettendoli a lavoro senza contratto (vedi l’inchiesta del Coordinamento Migranti). La messa a lavoro dei richiedenti asilo sta diventando, non solo nel settore della logistica, una tendenza che incide sulle condizioni di vita delle e dei migranti e sugli spazi di sindacalizzazione e di lotta contro lo sfruttamento. La forza lavoro migrante più ricattabile viene così utilizzata contro la parte organizzata e sindacalizzata, che mostra di avere pretese sui salari o sui tempi di lavoro, mentre la legge Bossi-Fini viene fatta valere con più violenza su tutti. Il suo ricatto si estende sugli infiniti tempi di attesa delle commissioni – che infiniti sono rimasti, nonostante le dichiarazioni di Salvini – facendo sì che il regime razzista del salario funzioni anche fuori dal rapporto di lavoro e anche quando le e i migranti richiedenti asilo non lavorano.

L’attacco sferrato dal governo alle lotte di chi rifiuta e si oppone a razzismo e sfruttamento finisce evidentemente per colpire oltre ai migranti quei sindacati non conniventi con cooperative e imprese e che in questi anni hanno sostenuto invece gli interessi di parte di lavoratrici e lavoratori. Così, dopo anni di attacchi da parte della magistratura e del mondo politico-sindacale all’operato del Si Cobas, in Emilia-Romagna sono anche comparse improbabili interrogazioni mosse dalla Lega Nord, costruite su illazioni di vario genere, che accusano il sindacato di fare il sindacato e considerano la sua capacità di organizzare il lavoro migrante sfruttato come legittima ragione per metterlo direttamente fuori legge.

Questo attacco – di cui le ultime violente manifestazioni le abbiamo viste in questi giorni a Italpizza, dove allo sciopero si risponde con manganelli, calci e lacrimogeni per salvaguardare gli interessi dell’azienda – è una reazione di fronte alla forza organizzativa delle e dei migranti e alla loro capacità di fare sindacato. Questo attacco reagisce all’insubordinazione delle donne migranti che sfidano, dentro e fuori i luoghi di lavoro, un triplice sistema di oppressione – che passa per il razzismo istituzionale, la divisione sessuale del lavoro e la violenza patriarcale, e lo sfruttamento. Ma questo attacco ci pone anche di fronte a nuove difficoltà nel portare avanti le lotte. Infatti, se da un lato la messa a lavoro dei richiedenti asilo apre uno spazio di sindacalizzazione, dall’altro lato emerge il limite di espansività proprio delle lotte vertenziali e dello stesso sindacato, costretto a fare fronte a un aumento degli esuberi in tutti i magazzini, alla divisione strategica della forza lavoro e all’intensificazione tanto dello sfruttamento quanto della repressione. Il problema che torna a galla è che queste lotte sono riuscite solo parzialmente a rompere l’isolamento delle e dei migranti e a superare le divisioni tra lavoratori prodotte dal razzismo istituzionale, anche perché non hanno intaccato la segmentazione della fabbrica e sono rimaste confinate nei magazzini. Ora queste divisioni si fanno sentire anche all’interno degli stessi magazzini e impongono un ripensamento dell’iniziativa politica e sindacale.

Le misure di questo governo e l’imporsi di un regime razzista del salario che fa del permesso di soggiorno la sua più affilata arma di ricatto si rivolgono direttamente contro quel processo di radicalizzazione e di allargamento di iscritti e solidali reso possibile dall’organizzazione sindacale. La risposta a questo attacco non può soltanto fronteggiare la repressione, né può essere la semplice intransigenza della lotta. Occorre fare tesoro delle conquiste ottenute in questi anni per rovesciare quelle condizioni che tali conquiste non sono riuscite, ancora, a intaccare. Non ci sono soluzione date e immediate, ma bisogna chiedersi come muoversi dentro e contro il regime razzista del salario, sapendo che la lotta contro lo sfruttamento non può essere slegata dalla presa di parola contro il ricatto del permesso di soggiorno, dentro e fuori i magazzini, le fabbriche e le case.

Come superare la frammentazione e la separazione tra migranti di vecchio corso, sindacalizzati e formalmente contrattualizzati ma sottoposti alla continua pressione della Bossi-Fini, richiedenti asilo, per i quali più è remota la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno più si fa stringente l’obbligo di sottoporsi al comando del lavoro, e una forza-lavoro cittadina e precaria su cui si riversa l’onda lunga del ricatto esercitato sul lavoro migrante? La risposta a questa domanda è quanto mai urgente nel momento in cui emerge chiaramente il programma di questo governo: sfruttare tutti e punire chi alza la testa contro l’intensificazione del comando sulla forza lavoro.

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