giovedì , 19 Settembre 2019
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La natura patriarcale del debito e la sua critica femminista. Ordine neoliberale e crisi della riproduzione sociale in Argentina

di MATILDE CIOLLI

Nel novembre 2016 la Banca Centrale della Repubblica Argentina ha autorizzato la creazione di casse di risparmio e carte di debito vincolate per minorenni al fine di «agevolare le loro operazioni economiche quotidiane, stimolare l’educazione finanziaria dei giovani e promuovere la bancarizzazione attraverso l’uso di strumenti elettronici di pagamento». Nel marzo 2017 l’azienda Ciudad Microempresas ha aperto succursali in cinque quartieri periferici di Buenos Aires. A luglio 2017 l’esecutivo nazionale, attraverso un decreto d’urgenza, ha abilitato una linea di credito individuale ai pensionati con un tasso quasi usuraio del 24% annuale. Nell’ottobre 2018 il G20 tenutosi nella capitale argentina ha definito l’inclusione finanziaria delle donne povere attraverso il microcredito come strumento privilegiato di lotta alla povertà. Nel dicembre 2018 la Banca Centrale ha rimosso l’obbligo per le agenzie di cambio di presentare resoconti delle operazioni sospette, dando così il via libera al riciclo del denaro nel mercato dei cambi. Il debito estero argentino è aumentato di 56.665 milioni di dollari in un anno, raggiungendo 261.483 milioni nel secondo trimestre del 2018. L’85% della popolazione porteña povera e destinataria di sussidi vive attraverso il debito.

Questi pochi dati sono indicatori di un processo di finanziarizzazione della vita quotidiana che, attraverso la generalizzazione del debito, sta investendo l’Argentina e in particolare gli strati popolari e periferici delle sue città. Il folle indebitamento dello Stato, la conseguente sudditanza agli interventi predatori del FMI, sommati alla riduzione del potere d’acquisto dei salari e dei sussidi e all’aumento dei prezzi, hanno prodotto in Argentina un vero e proprio «terrore finanziario». Il soffocamento dell’autonomia e il consolidamento di rapporti di potere determinati dalla crescente pervasività della finanza hanno portato migliaia di donne a manifestare il 2 giugno 2017 di fronte alla Banca Centrale per rivendicare la loro libertà dal ricatto del debito e dalle varie forme di dipendenza da esso prodotte. Sulla scia delle mobilitazioni del movimento femminista, e come attiviste del collettivo Ni Una Menos, Verónica Gago e Luci Cavallero in Una lectura feminista de la deuda (Buenos Aires, Fundación Rosa Luxemburg, 2019) offrono una importante riflessione sulle implicazioni del capitalismo finanziario sulla vita delle donne, presentando il debito come uno dei problemi prioritari con cui il femminismo deve fare i conti. Il testo si compone di una prima parte analitica, una seconda parte di interviste a donne indebitate dei quartieri periferici di Buenos Aires e un’ultima che riporta due manifesti femministi contro il debito e l’ordine patriarcale con cui esso si articola.

Per Gago e Cavallero il debito è il «dispositivo privilegiato delle nuove forme di sfruttamento» e la sua interazione con la violenza patriarcale produce un’«economia dell’obbedienza» che cerca costantemente di ingabbiare ogni tentativo delle donne – madri, precarie, lavoratrici domestiche, disoccupate, migranti, abitanti delle villas – di sottrarsi alla miseria neoliberale. Prendendo le distanze dal paradigma universale dell’«uomo indebitato» proposto da Maurizio Lazzarato, le autrici sottolineano tanto il differenziale di sfruttamento che il debito produce agendo sulle donne, quanto l’estrema diffusione del problema, che quindi non può essere gestito come ricatto individuale da scontare tramite un’incessante corsa alla valorizzazione del proprio capitale umano, ma che deve invece essere politicizzato e affrontato collettivamente. Il debito è un meccanismo concreto di dipendenza e sottomissione a cui l’inflazione, la privatizzazione e la finanziarizzazione dei servizi primari costringono a ricorrere. Esso è ciò che «impedisce di dire di no quando si vuole dire no», ciò che mina l’autonomia, ciò che vincola le donne a relazioni violente, ciò che individualizza i costi della crisi e che ne privatizza la gestione, ciò che permette la mobilità ma a costo di un’ipoteca sulla vita, ciò che costringe ad accettare qualsiasi lavoro a qualsiasi condizione: è un incessante ricatto che pesa sul presente e un giogo che occlude il futuro. Il debito è infatti uno stringente incentivo a inventare sempre nuove forme di impresa e di reddito, un medium che consente di estrarre valore finanziario dalla cooperazione sociale. Esso predispone la forza lavoro indebitata alla continua disponibilità e la espone sistematicamente a precarietà e violenza.

L’indagine sul debito conduce le autrici nei meandri dell’economia popolare portando così alla luce il singolare rapporto esistente fra quelle che Gago aveva definito «economie barocche» popolari (La razon néoliberal, 2014) e il braccio della finanza. Nelle villas gli effetti devastanti della crisi e delle politiche di aggiustamento strutturale hanno stimolato la formazione di un’economia popolare informale che ha dato vita, al di fuori della dimensione istituzionale, a reti capaci di cooperare, fornire mutuo aiuto e servizi, e canalizzare flussi di denaro, prestiti, crediti, manodopera migrante. Questo sistema di «microfinanza dal basso» costituisce una branca produttiva non salariata e informale che le istituzioni finanziarie hanno cercato di sussumere promuovendo, attraverso il debito, una spinta generale al consumo. In La razon néoliberal Gago metteva chiaramente in luce la natura ibrida di queste economie popolari, in cui il «pragmatismo vitalista» alla radice delle tattiche popolari di sopravvivenza si configurava sia come tensione volta a ridefinire le possibilità materiali della libertà, sia come razionalità calcolatrice e imprenditoriale. Mentre lì il rapporto al contempo conflittuale e di sussunzione fra queste economie informali e le istituzioni neoliberali l’aveva spinta a parlare di «neoliberalismo dal basso», in questo testo Gago e Cavallero, riprendendo la riflessione di Rosa Luxemburg sull’espansionismo del capitale, tendono a fare delle economie popolari un «fuori», un ecosistema esterno al capitalismo che oggi l’estrattivismo finanziario catturerebbe mettendolo a valore. Attribuendo la presa e la pervasività del meccanismo debito-consumo all’esternità delle economie popolari – la quale alimenterebbe il desiderio di consumo delle merci di chi sta «fuori» e permetterebbe al capitale di espandere continuamente il suo raggio d’azione – Gago e Cavallero rischiano però di trascurare il nesso causale e cogente – tutto interno al regime neoliberale – fra le politiche di riduzione dei salari e di precarizzazione e il lavoro informale, il debito e il consumo che esse stesse producono.

La pervasività del debito è riconoscibile, spiegano le autrici, nella totale finanziarizzazione della sfera della riproduzione. Inviando specifici addetti di fronte alle scuole e ai mercati per promuovere offerte di credito, allegando alle bollette di luce e gas pubblicità con opzioni di debito e assicurando metodi per transazioni bancarie all’interno di farmacie, supermercati e alimentari dei quartieri più poveri, il debito viene presentato sempre di più come l’unico salvagente di fronte agli ormai insostenibili costi della riproduzione. L’accesso ai diritti sociali – casa, pensione, salute – viene mediato dall’immissione nel circuito finanziario, trasformando così i sussidi in suoi «fattori produttivi». In questo insaziabile piano estrattivista delle istituzioni finanziarie lo Stato svolge un ruolo di primo piano. Dal momento che la stabilità salariale non è più necessaria per accedere al credito, ma sono sufficienti i sussidi sociali, lo Stato si fa diretto, seppur precario (e, si deve aggiungere, molto probabilmente temporaneo), garante dell’indebitamento di massa, agevolando tanto i profitti derivanti dalle commissioni imposte sui sussidi, quanto quelli provenienti dal circuito di consumo, riattivato paradossalmente dal debito. Proprio il consumo, promosso dal debito e pagato con il proprio lavoro sfruttato a futuro, diventa per le autrici l’unico viatico per un’inclusione sociale che, conservando scrupolosamente le differenze materiali di chi vi accede, apre le porte a una nuova forma di cittadinanza: la cittadinanza «finanziaria».

Come sottolineano Gago e Cavallero, il debito ha un ruolo chiave in questa fase in cui «il fascismo a livello regionale» – ma potremmo piuttosto dire i governi populisti e reazionari a livello globale – si sta «alleando al capitale» per ingaggiare una guerra senza quartiere all’autonomia delle donne. Il debito infatti «educa all’obbedienza» e «organizza moralmente la vita» in particolare delle donne, le quali, essendo travolte con maggiore intensità da precarietà e povertà, si trovano più facilmente nelle condizioni di dover ricorrere a prestiti finanziari. Facendo leva sugli oneri che hanno rispetto alla riproduzione domestica e comunitaria, il debito interviene a responsabilizzarle e disciplinarle, rafforzando così l’ordine gerarchico in cui sono collocate. Presentandosi come ancora di salvataggio, esso incatena le donne entro rapporti di dipendenza, promettendone l’uscita per la sola via di una autoimprenditorialità che ha il più delle volte le forme e la sostanza dell’autosfruttamento. In questo modo il debito si dimostra una leva fondamentale della riproduzione sociale: non solo compromette l’autonomia economica delle donne impedendo loro, il più delle volte, di sottrarsi a relazioni violente che le inchiodano a una posizione subordinata, ma, anche quando riesce ad agevolarne la fuoriuscita, promuove il loro ingresso nel mercato del lavoro nell’esclusiva forma della precarietà. Non è un caso, sottolineano Gago e Cavallero, che la «contro-offensiva religiosa rivolta alla marea femminista sia simultanea alla contro-offensiva economica». In un momento in cui le donne in tutto il mondo stanno alzando la testa di fronte all’oppressione e allo sfruttamento, «finanza e religione» cercano di rimetterle a loro posto «strutturando economie dell’obbedienza complementari».

Il testo delle attiviste di Ni Una Menos permette di leggere il debito come una feroce risposta neoliberale alla crisi del neoliberalismo stesso. Di fronte all’immiserimento generalizzato, il debito si offre come unico medium per garantirsi la riproduzione al prezzo della totale messa a disposizione della propria forza-lavoro, della rinuncia a ogni possibilità di autodeterminazione e del pignoramento del proprio futuro. Utilizzando in maniera spregiudicata lo Stato per sostenere economicamente il processo di finanziarizzazione, il debito si traduce in un patto d’ordine che sancisce «obblighi e obbedienza nel futuro», ovvero sfruttamento a tempo indeterminato e rinuncia allo spazio e al tempo dell’organizzazione e dell’insubordinazione. Stupisce, per questo, leggere nelle ultime pagine che «la novità dell’indebitamento contemporaneo è che non abbia bisogno di lavoratori salariati», poiché è proprio il nesso che il libro fa emergere fra il debito e lo sfruttamento che permette di riconoscere nel primo una leva della riproduzione sociale, capace di consolidare non solo le condizioni politiche del dominio del capitale, ma anche il suo comando sul lavoro vivo. In questo senso il debito è un vero e proprio strumento di coazione al lavoro e di governo dei poveri che, costretti a sottostare ai ritmi e alle esigenze del capitale finanziario, vengono ingabbiati nel regno della necessità. Definendo questa «economia dell’obbedienza» come un’«economia specifica della violenza» le autrici permettono, inoltre, di cogliere con chiarezza le molte forme della violenza contro cui il femminismo deve organizzarsi: la violenza del debito, la violenza dello sfruttamento, la violenza della precarietà, ma anche la violenza patriarcale, alla quale proprio la dipendenza delle donne (dal marito o dal mercato) rende più difficile sottrarsi.

Sulla scia di queste riflessioni, Gago e Cavallero si chiedono come il movimento femminista possa contestare produttivamente il dispositivo del debito. Alla luce dei processi organizzativi già in atto, le autrici delineano diverse risposte, che vanno dalla socializzazione del lavoro domestico a soluzioni mutualistiche di prestito allo sciopero femminista, rischiando talvolta di allinearle senza rendere chiara la diversa portata di queste risposte. Sebbene vi sia una lucida lettura del modo in cui il debito rafforza i rapporti di dominio e i ruoli tradizionali all’interno della famiglia e della comunità, l’invito a «politicizzare la crisi della riproduzione» a cui il debito si aggrappa scendendo in piazza con le pentole e rivendicando la «difesa della vita come politica delle donne» rischia di limitarsi a rendere visibile e a socializzare nello spazio pubblico il lavoro riproduttivo, senza mettere davvero in discussione la sua “naturale” attribuzione alle donne. In questo senso, la politicizzazione della crisi della riproduzione sociale non può limitarsi alla sola rottura della «forma chiusa di questi oneri riproduttivi, portandoli fuori dal modello famigliare eteronormato», perché ciò impedirebbe di fare i conti fino in fondo con la divisione sessuale del lavoro e con i diversi modi in cui essa è messa a valore dal capitale.

L’enfasi posta sulle «tattiche concrete» messe in campo per far fronte al ricatto del debito – come forme di prestito e finanziamento provenienti da organizzazioni di carattere sociale, o il pasanaku, cioè il «risparmio comunitario» organizzato da gruppi di migranti boliviane che mettono insieme mensilmente parte del proprio denaro e di volta in volta ne utilizzano una quota per aiutare le indebitate – lascia aperta la domanda di come sia possibile scalfire le condizioni strutturali del comando finanziario e la conseguente dimensione sociale, globale e di massa del problema del debito. Il focus specifico sulle dinamiche finanziarie nelle periferie di Buenos Aires sembra talvolta perdere di vista – di fronte alla valorizzazione delle pratiche di resistenza raccontate dalle intervistate – la complessa articolazione del sistema su cui il capitale finanziario si regge e la molteplicità di piani su cui agisce la «logistica finanziaria» connettendo le interazioni quotidiane con il mercato globale. Lo sciopero femminista, in questo senso, non è semplicemente una «tattica di resistenza» tra le altre, ma un processo che cerca di superarle indicando l’aspirazione collettiva a qualcosa di più della riproduzione della propria vita in condizioni di povertà. Come le stesse autrici sottolineano, esso ha permesso di mostrare la «connessione fra vita, femminilizzazione del lavoro e sfruttamento finanziario» e ha consentito di organizzare una «forma di lotta all’altezza della composizione attuale del lavoro, includendo il lavoro migrante, precario, domestico, comunitario». Proprio perché sta ostinatamente cercando di impattare i punti di articolazione dell’economia neoliberale dell’obbedienza – la precarietà, il debito, lo sfruttamento, la religione e la morale tradizionale – lo sciopero femminista rappresenta una possibilità di superare i limiti delle risposte comunitarie, localiste o nazionali alle politiche neoliberali, di conquistare globalmente e in massa il potere sociale necessario alle donne non solo per smettere di «finanziare il patriarcato», ma anche per pretendere di godere della ricchezza socialmente prodotta ed essere così davvero vivas, libres y desendeudas.

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