venerdì , 24 Maggio 2019
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Nello sciopero imminente e globale

di PAOLA RUDAN

La versione abbreviata di questa recensione è stata pubblicata su «Il Manifesto» del 22 febbraio 2019. Il 26 febbraio discuteremo Femminismo per il 99% a Bologna con Cinzia Arruzza e Beatrice Busi di Non Una Di Meno Bologna verso lo sciopero femminista globale (qui l’evento Facebook).

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Quando milioni di donne in tutto il mondo scioperano contro la violenza maschile al grido «non una di meno!», quando lo sciopero femminista trascina con sé chiunque aspiri a combattere lo sfruttamento, il razzismo, l’oppressione, il femminismo deve essere ripensato per essere all’altezza di questo processo senza precedenti. Femminismo per il 99% (Laterza, 2019, 85 pp. 14€), il Manifesto scritto da Cinzia Arruzza, Tithi Bhattacharya e Nancy Fraser, intellettuali e attiviste dell’International Women’s strike statunitense, cerca di rispondere a questa sfida. Le undici tesi che guidano questo lavoro, già pubblicato in diverse lingue e quindi contrassegnato da una precisa vocazione internazionalistica, possono essere efficacemente sintetizzate in una: oggi il femminismo è il movimento sociale globale che ha la forza per contestare radicalmente la società del capitale. A partire dal processo aperto dagli scioperi femministi iniziati in Polonia nell’ottobre 2016 e propagatisi come un contagio in ogni parte del mondo, il Manifesto si incarica di immaginare come il femminismo possa trasformarsi nel momento in cui le donne hanno trasformato lo sciopero.

La «nuova ondata femminista» ha «reinventato lo sciopero», perché si è appropriata di una pratica operaia di lotta spingendola oltre i confini del lavoro produttivo. Lo sciopero femminista ha posto al centro della battaglia politica la «riproduzione sociale», ovvero l’insieme di attività di «produzione di persone» che sono tanto l’indispensabile fondamento dell’accumulazione, quanto nascoste, svalorizzate, disconosciute economicamente. Esso ha portato alla luce il nesso indissolubile tra il dominio del capitale e la violenza maschile, la divisione sessuale del lavoro, la repressione e la disciplina della sessualità, gli attacchi all’aborto, il razzismo istituzionale, la devastazione ambientale. Lo sciopero femminista, perciò, «svela l’unità tra luogo di lavoro e vita sociale» e trasforma la lotta di classe, che non trova più espressione soltanto nelle battaglie per il salario ma in tutte quelle rivendicazioni – casa, istruzione, difesa delle risorse naturali ‒ che riguardano la riproduzione della vita e le sue condizioni politiche e sociali. Lo sciopero femminista porta alla luce una contraddizione strutturale della società capitalistica, che depreda le risorse umane e naturali necessarie alla propria riproduzione senza alcun risarcimento, e in questo modo esaurisce le energie necessarie al sostegno della vita e delle «comunità sociali». Il neoliberalismo – «una forma di capitalismo finanziario altamente predatorio» ‒ esaspera questa contraddizione attraverso i tagli alla spesa pubblica e ai servizi sociali, innescando una crisi senza precedenti. Da questa crisi, tuttavia, può risultare una ristrutturazione orientata al profitto, oppure una trasformazione radicale della società.

Di fronte a questo «bivio», le autrici indicano il sentiero di un «anticapitalismo femminista» che, attraverso il movimento globale dello sciopero, può trovare la forza sufficiente a «spezzare le alleanze esistenti». La prima alleanza da spezzare è quella che spinge molte donne – di ogni colore, provenienza e orientamento sessuale – verso un femminismo liberal impegnato a sfondare il soffitto di cristallo senza preoccuparsi di chi rimane «in cantina». Questo femminismo ambisce a occupare gli scranni dei consigli di amministrazione delle grandi aziende e a ottenere «pari opportunità di dominio», preoccupandosi nella migliore delle ipotesi delle disuguaglianze globali tra le donne attraverso interventi di microcredito che hanno come unico effetto quello di produrre il loro indebitamento e la loro dipendenza dagli operatori finanziari. Questo femminismo ‒ nella cui descrizione e critica traspare il peso degli Stati uniti quale specifico punto d’osservazione delle autrici ‒ è impersonato da figure come Sheryl Sandberg, direttrice operativa di Facebook, e Hillary Clinton, la cui sconfitta alla corsa presidenziale è considerata come il segno del necessario e inevitabile fallimento di un’ipotesi politica che insegue l’emancipazione al prezzo dell’oppressione e dello sfruttamento, un’ipotesi per la quale alcune donne possono «farsi avanti» [lean in] soltanto appoggiandosi [lean on] sulle spalle di altre.

Secondo le autrici siamo di fronte a un «neoliberalismo progressista» che cerca di occupare il «vuoto di leadership e di organizzazione» determinato dalla crisi della società capitalistica, un vuoto che ha generato una presa di distanza di massa dai partiti che – a destra e a sinistra – hanno sostenuto le politiche neoliberali. È in questo vuoto che si produce la seconda alleanza che il femminismo del 99% è chiamato a spezzare: l’alleanza tra chi quelle politiche le ha subite e il «populismo reazionario», che spaccia soluzioni razziste, «etnonazionaliste», patriarcali e omofobiche alla crisi e in questo modo non fa che legittimare i rapporti di subordinazione di cui il capitale si serve per la sua riproduzione. Il femminismo per il 99% ha invece il compito di mostrare che la crisi è «nel Dna» della società capitalistica, e che quindi essa può essere «risolta» soltanto attraverso una trasformazione radicale di questa società.

Per essere all’altezza della crisi presente, il femminismo deve quindi essere per il 99%, dando espressione alle molteplici differenze che sono messe al lavoro e che lottano all’interno della riproduzione sociale: le donne – bianche, «razzializzate» e migranti ‒ che sostengono il lavoro riproduttivo in modo gratuito o salariato; quelle che nel sud globale sono in prima fila contro i processi di espropriazione di terra e risorse naturali; donne e uomini neri che lottano contro la violenza istituzionale, poliziesca e carceraria; i soggetti queer che non si limitano a rivendicare un’uguaglianza giuridica, ma reclamano le condizioni materiali necessarie a praticare la libertà sessuale. Mentre opera per frantumare le alleanze esistenti, il femminismo deve perciò favorire l’«alleanza» di «tutti quei movimenti che sostengono il 99%»: ambientalisti, antirazzisti, antimperialisti, per i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori.

Benché le autrici non lo esplicitino, il 99% in questione richiama la maggioranza vessata dalla crisi alla quale, dopo il 2008, il movimento Occupy ha tentato di dar voce contro l’1% dei rapaci di Wall Street. Il 99% diventa così per Aruzza, Bhattacharya e Fraser il nome della maggioranza depredata e oppressa, ovvero di una «classe lavoratrice globale», una «classe universale», in cui non sono cancellate le differenze prodotte e riprodotte dal capitale ‒ come è storicamente accaduto quando è stata identificata con la figura del lavoratore salariato maschio e bianco – ma al contrario dà loro espressione. L’universalismo che il Manifesto invoca acquisisce forma e contenuto dalla molteplicità delle lotte, è «sempre aperto alla trasformazione e alla contestazione e capace di rinnovarsi grazie alla solidarietà». Le politiche sociali che esso propone dovrebbero superare i limiti del modello socialdemocratico, del quale soltanto una porzione della classe operaia occidentale ha potuto beneficiare, per «riorganizzare il rapporto sociale con accordi che diano la priorità alle vite delle persone e non al profitto».

Le autrici non chiariscono chi dovrebbe gestire queste politiche sociali realmente universali. In più passaggi l’agente di questa redistribuzione sembra essere lo Stato, che tuttavia per metterle in pratica dovrebbe essere sottratto alla ‘strumentalizzazione’ da parte del neoliberalismo. Questo, infatti, si è servito dello Stato per imporre gli interessi aziendali, impoverire il lavoro, reprimere e disciplinare la libertà sessuale, controllare i confini, imporre il debito e le politiche razziste. Se certamente sono necessarie misure di redistribuzione e sostegno alla riproduzione, come pure porsi il problema di «chi decide» sulla redistribuzione del prodotto sociale, risulta però complicato invertire la tendenza di questa trasformazione globale dello Stato ‒ che, come le stesse autrici osservano, lo ha privato di qualsiasi autonomia‒, soprattutto se si registra la distanza che il femminismo dello sciopero ha mantenuto da ogni ipotesi elettorale. Questa distanza non è semplicemente determinata dalla diffidenza verso il sistema dei partiti, ma proprio dalla dimensione transnazionale del movimento dello sciopero, con cui l’internazionalismo proposto dalle autrici è chiamato a confrontarsi. La centralità che il Manifesto riconosce al lavoro migrante ‒ fondamentale nell’articolazione delle catene globali della cura e nelle trasformazioni contemporanee del lavoro ‒ impone di considerare le donne e gli uomini migranti non solo come gli oggetti delle politiche razziste degli Stati, ma come soggetti di una libertà di movimento che impedisce la chiusura dello Stato all’interno dei suoi confini nazionali. Come lo sciopero femminista, che porta alla luce la dimensione globale della violenza patriarcale, i movimenti delle e dei migranti sono la quotidiana evidenza del piano transnazionale su cui si articolano tanto i processi di produzione e riproduzione sociale, quanto la loro contestazione.

Di fronte alla molteplicità e alle differenze delle soggettività che attraversano il movimento femminista il problema della loro alleanza ‒ o, potremmo dire, della loro connessione ‒ è in ogni caso un problema reale. È evidente che l’incontro non è necessariamente pacifico, perché il femminismo non può rinunciare alla radicalità della propria pretesa e non può quindi considerare come «indifferenti» gli altri movimenti. Esso deve cioè sapere che l’alleanza non può essere semplicemente la registrazione di una comune oppressione, ma deve produrre una dinamica che modifica radicalmente i soggetti in campo e le loro rivendicazioni. Il femminismo dello sciopero ha travolto le forme organizzative esistenti, al punto da essere considerato da alcuni potenziali alleati come una ‘minaccia’. Lo dimostra la reazione dei principali sindacati al progetto dello sciopero femminista: in Italia e in molti altri paesi, essi hanno rivendicato il monopolio dello sciopero negando il proprio appoggio al movimento delle donne. Quest’ultimo, tuttavia, ha portato la frattura anche al loro interno, perché dalla Spagna all’Italia all’Argentina lavoratrici e attiviste sindacali hanno lottato e stanno lottando per lo sciopero contro la direzione politica delle loro strutture. Il femminismo dello sciopero, perciò, riesce a stabilire delle connessioni nel momento in cui indica una politica della rottura dello stato di cose presente. Rifiutando di essere violentate e oppresse, le protagoniste dello sciopero sono partite dalla propria condizione particolare mostrando la sua rilevanza globale, hanno portato alla luce il conflitto sessuale che divide la società del capitale e reclamato uno schieramento. Al grido di Non una di meno, esse hanno dato voce alla maggioranza perché hanno trasformato la lotta contro la violenza maschile nell’occasione per prendere posizione e affermare una pretesa di libertà contro tutte le forme di oppressione e sfruttamento. Proprio praticando una rottura le donne hanno fatto della loro lotta un’«opportunità» e una «scuola» che, come suggeriscono le autrici, trasforma coloro che la praticano.

Come il più celebre Manifesto di Marx ed Engels dal quale trae ispirazione, quello scritto da Arruzza, Bhattacharya e Fraser prende le mosse da un movimento reale e a partire da qui indica l’urgenza di trovare le parole e le pratiche capaci di esprimere la sua differenza politica. Per rispondere a questa urgenza e raccogliere questa indicazione è necessario lasciarsi alle spalle il linguaggio del passato e la sua ipoteca. Anche se ha radici profonde nella storia del movimento delle donne, lo sciopero femminista è una radicale novità politica che proprio per il suo carattere globale si discosta dalla tradizione. Lo sciopero femminista non è soltanto una risposta alla crisi innescata dalle oggettive e catastrofiche contraddizioni del capitale, ma è esso stesso una causa della sua crisi e la approfondisce. Esso è un movimento di massa che, pur in assenza di esplicite «affiliazioni» ‒ come giustamente notano le autrici parlando degli scioperi delle insegnanti negli USA, o contro la privatizzazione dell’acqua in Irlanda, o delle lavoratrici domestiche in India ‒, esprime il rifiuto delle condizioni politiche e sociali in cui la società del capitale obbliga la riproduzione della vita. Per questo lo sciopero femminista continua ad alimentare un processo espansivo di politicizzazione e schieramento, un movimento di accumulazione di forza che il prossimo 8 marzo troverà il suo picco di massima visibilità in tutto il mondo. Per questo, esso davvero «nutre il nostro spirito con l’euforia della rivolta».

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