venerdì , 24 Maggio 2019
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Trent’anni dopo Tian’anmen. Donne e studenti sfidano la repressione

di ALESSANDRO ALBANA

Il 2019 sarà per la Cina un anno di anniversari estremamente significativi. Quest’anno, Pechino festeggia i settant’anni dalla vittoria comunista sui nazionalisti che ha portato alla fondazione della Repubblica Popolare; esattamente un secolo fa, inoltre, il Paese è stato attraversato da uno dei maggiori movimenti sociali della sua storia, il «Movimento del 4 Maggio», che ha visto una massa enorme di cinesi mobilitarsi contro l’umiliazione nazionale prodotta dai trattati ineguali con cui si era concluso il primo conflitto mondiale, e che per la Cina avrebbero comportato l’alienazione di parti consistenti di territorio a favore delle potenze europee. Il «Movimento del 4 Maggio» 1919 viene ricordato con orgoglio come una reazione collettiva ampia e decisa all’espansionismo colonialista in un momento di grande inquietudine per il popolo cinese, che pure attraverso quel movimento è stato protagonista di un risveglio politico e culturale e nel cui contesto è emerso con forza il ruolo cruciale degli studenti. L’amara ironia della storia ha voluto che proprio gli studenti si rendessero protagonisti della contemporaneità cinese esattamente settant’anni dopo, con le proteste conclusesi nel sangue di piazza Tian’anmen. Per il 1989 non ci sarà tuttavia alcun anniversario da celebrare o di cui fare menzione.

Gli studenti sono però tornati a ritagliarsi un certo protagonismo politico nell’ultimo anno, con una mobilitazione che in pochi mesi ha portato a decine di arresti e diverse campagne internazionali di supporto. Tutto ha avuto inizio a luglio nello stabilimento Jasic di Shenzhen, nel cuore pulsante della produzione manifatturiera «made in China», dove la mobilitazione di 89 lavoratori intenzionati a dar vita a un sindacato autonomo (in Cina è riconosciuta un’unica unione sindacale) ha raccolto il supporto di alcuni studenti universitari della zona, assicurandosi in seguito il sostegno di una rete più vasta di studenti, lavoratori e attivisti di altre zone del Paese. L’espansione di tale rete si è però presto scontrata con la risposta repressiva delle autorità cinesi, che si è tradotta nell’arresto di decine di attivisti, studenti, lavoratori e persino dell’operatore di una ONG. Alcuni degli arrestati sono stati rilasciati, altri sono ancora in custodia e di alcuni si sono perse le tracce. Una capillare opera di repressione è tutt’ora in corso, come si apprende dai ripetuti prelievi forzati di studenti e studentesse all’interno dei campus universitari, per mano di non meglio identificato personale delle forze di sicurezza. Si tratta, naturalmente, di simpatizzanti, attivisti e attiviste impegnati a sostegno della mobilitazione dei lavoratori e delle lavoratrici Jasic, e per capire quanto la questione abbia trovato diffusione è sufficiente considerare che la risposta repressiva delle autorità cinesi è arrivata fino alla capitale, dove si segnalano prelievi di studenti persino all’Università di Pechino, tra le più prestigiose istituzioni accademiche del Paese.

Intanto, gli organi dirigenti di numerose università hanno vietato l’attività di associazioni studentesche e in particolare dei gruppi della gioventù marxista. La mobilitazione a sostegno delle lavoratrici e dei lavoratori Jasic si è infatti sviluppata nel solco di rivendicazioni politiche contraddistinte dalla richiesta di una maggiore attinenza al marxismo per l’organizzazione sociale e le relazioni del lavoro, in un contesto di forti e crescenti disuguaglianze. Le immagini dei manifestanti che presidiano lo stabilimento Jasic mentre espongono il ritratto di Mao sono forse un richiamo semplicistico, ma contribuiscono a fare chiarezza rispetto alla cornice politica in cui la mobilitazione si inscrive. Più significativamente, va ricordato come i solleciti a perseguire e sostenere i principi marxisti come forza trainante della società cinese siano arrivati a più riprese dal presidente Xi Jinping in persona, il quale negli ultimi due anni ha invitato organizzazioni, politici, ufficiali e istituzioni universitarie ad approfondire lo studio del marxismo per una più fedele applicazione dei suoi principi.

Emblematicamente, gli attivisti impegnati nella mobilitazione non hanno mai messo in dubbio la legittimità del partito comunista cinese, né chiesto una riforma del sistema politico del Paese, ma hanno piuttosto fatto emergere un’istanza politica «a sinistra» che, sul piano della retorica politica, si sovrappone in gran parte con le istanze del governo centrale. La piattaforma marxista su cui poggia la mobilitazione attorno alla Jasic risulta inaccettabile perché capace di sviluppare pratiche indipendenti e svincolate dagli input governativi. La risposta delle autorità, quindi, non ha lasciato spazio a possibili confronti o trattative, e la repressione degli attivisti – e tra loro soprattutto studenti e studentesse – si è affermata come una delle più sistematiche degli ultimi anni.

Parallelamente, l’anno che si è appena concluso ha visto emergere nel dibattito pubblico cinese un discorso politico apertamente femminista. Sull’onda del più celebre #MeToo statunitense, si sono moltiplicate a ritmo vertiginoso le denunce di molestie e discriminazioni da parte delle donne cinesi. Se pure è vero che il fenomeno non è il primo del suo genere, la grande rottura che le istanze femministe hanno prodotto nel Paese ha portato alla denuncia frontale di personalità afferenti alle nomenklature politiche locali e alla classe dirigente nel suo complesso. Anche qui niente di nuovo, ma il potere è pur sempre il potere e all’ombra della Grande muraglia si è fatto presto a riportare la questione sotto controllo. Non abbastanza, tuttavia, da prevenire l’affermazione di alcuni dati importanti.

Il primo ha a che fare con la rapidità con cui il web cinese, tradizionalmente sottoposto a un’attenta opera di filtraggio da parte delle autorità, è stato invaso da messaggi di denuncia e sostegno alla causa del #我也是 (#WoYeShi), versione cinese del #MeToo. Più ancora rileva come l’emersione di una voce femminista all’interno di una dimensione pubblica sia stata oggetto di censura solo dopo aver ottenuto una certa diffusione. Detto in altre parole, e seguendo un meccanismo ben corroborato, l’emersione di un tale dibattito si è affermata come un processo inatteso e totalmente nuovo, e il «ritardo» con cui la macchina della censura è stata messa in moto mette in luce come il sistema cinese di controllo dell’informazione e delle comunicazioni fosse in qualche modo impreparato ad affrontare una tale circostanza. Nel frattempo, il dibattito è andato avanti e ha fatto in tempo a ottenere una diffusione capillare in un paese in cui circa 800 milioni di persone utilizzano internet.

Anche a seguito dell’intervento della censura, che ha praticamente fatto piazza pulita di un dibattito che in poche settimane è stato capace di accendere i riflettori su un fenomeno strutturale come la violenza maschile sulle donne, l’attivismo femminista in Cina è tutt’altro che scomparso. In questo quadro, va sottolineato che la semplice emersione del discorso femminista ha con ogni probabilità contribuito al rafforzamento di relazioni sociali non veicolate e non veicolabili dalle autorità statuali, e che per questo dovevano essere sterilizzate al più presto a prescindere dal loro potenziale di rischio per la stabilità politica interna. Il fatto stesso che tale potenziale iniziasse a prendere forma si è rivelato sufficientemente preoccupante da determinare un massiccio sforzo repressivo da parte delle autorità.

Il terzo e forse più importante elemento ha a che fare con i meccanismi a catena che l’emersione di tale dibattito ha scatenato. Lungi dal confinarsi a mero esercizio rivendicativo della libertà di espressione in rete, tale dibattito è stato capace di preparare il terreno per un discorso politico che, seppure ancora marginale e assolutamente inaccettabile per le autorità ufficiali, punta dritto al cuore della questione, ovvero i rapporti di potere all’interno della società cinese e la volontà di rompere il meccanismo patriarcale che ne costituisce uno dei pilastri, partendo dalla denuncia di molestie e discriminazioni per una riformulazione politica e sociale più ampia.

Quelli che solo a prima vista sembrano emergere come soggetti di mobilitazioni indipendenti, manifestano sinergie interessanti, soprattutto alla luce di un contesto sociale e politico qual è quello cinese, in cui l’innesco stesso di una mobilitazione risulta di per sé rilevante. Un primo fattore riguarda una certa connessione tra i due soggetti, come dimostra il caso di Yue Xin, la studentessa arrestata a causa della sua partecipazione alle proteste Jasic e tra le principali protagoniste del #WoYeShi. Nonostante casi simili risultino certamente non numerosi, è importante riconoscere come punti di contatto e attività di mobilitazione comune abbiano trovato un certo spazio nel discorso politico dei due soggetti, circostanza resa più significativa dalla difficoltà che la creazione di una rete tra attivisti e attiviste deve necessariamente affrontare nel contesto cinese. Un secondo elemento di capitale importanza fa riferimento alla capacità delle due mobilitazioni di ottenere una certa risonanza oltre i confini nazionali e per un tempo sufficiente a guadagnarsi una certa diffusione. Siamo di fronte, ancora una volta, a uno scenario tutt’altro che banale se applicato alla Cina, dove la repressione di voci di critica e dissenso capaci di andare oltre la dimensione strettamente locale si è dimostrata estremamente rapida ed efficiente. La sovrapposizione temporale delle due mobilitazioni ha certo aiutato, come pure la capacità delle attiviste femministe di aggirare la censura ricorrendo a formule comunicative e azioni politiche originali e difficilmente controllabili. Un caso su tutti è rappresentato dalla sostituzione dell’ormai inutilizzabile #WoYeShi con emoji raffigurati una ciotola di riso e un coniglio – che si pronunciano «Mi Tu» – con cui si è trovato un escamotage semplice ma efficace per aggirare la censura e mantenere uno spazio di confronto sui social network cinesi. Si tratta, comunque, del caso più noto e certamente non il primo del suo genere.  Per quanto riguarda la mobilitazione studentesca a sostegno dei lavoratori Jasic, si segnalano invece metodi d’azione più tradizionali, tra cui la convergenza di alcune decine di attivisti da diverse province del Paese verso Shenzhen a sostegno dei lavoratori e delle lavoratrici in agitazione, a cui sono seguite forme di protesta all’interno dei campus universitari e infine sul web. L’intreccio di tali fattori ha avuto come risultato una diffusa attenzione sul piano internazionale, concretizzatasi nell’avvio di iniziative di supporto a studenti e attiviste e nella clamorosa campagna di boicottaggio internazionale delle conferenze sul marxismo promosse dalle autorità cinesi, alla quale hanno aderito docenti e ricercatori di tutto il mondo, tra cui Noam Chomsky.

Il 2019 che la Cina si appresta ad affrontare si è dunque aperto nel segno di due delle maggiori mobilitazioni della recente storia del paese. L’impegno repressivo delle autorità, che di per sé non rappresenta una novità, è un dato rilevante in considerazione della sua portata e della sua intensità. Alla luce di questi elementi, la mobilitazione femminista e quella studentesca si vanno affermando come due delle più interessanti dinamiche di dialettica politica in un paese che non fa i conti con mobilitazioni di massa dalla primavera del 1989. Trent’anni dopo Tian’anmen e un secolo dopo il «Movimento del 4 Maggio», un certo fermento sociale lancia segnali interessanti dal sottosuolo della stabilità politica cinese.

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