giovedì , 13 dicembre 2018
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Una metropoli urbana e sociale

di FELICE MOMETTI

Il testo fa parte dell’ebook Per una critica della città globalizzata, curato dalla redazione di Infoaut, che raccoglie i materiali preparatori e gli atti del convegno tenutosi al Laboratorio Crash di Bologna lo scorso 30 e 31 maggio.

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Come tutte le metropoli era costituita da irregolarità, avvicendamenti, precipitazioni, intermittenze, collisioni di cose e di eventi, e, frammezzo, punti di silenzio abissali; da rotaie e da terre vergini, da un gran battito ritmico e dall’eterno disaccordo e sconvolgimento di tutti i ritmi (Robert Musil, L’uomo senza qualità)

Si potrebbe dire che ci sono più affinità tra New York e Lagos che tra Bologna e Reggio Emilia. L’area metropolitana americana e quella nigeriana sono entrambe luoghi di destinazione di grandi movimenti migratori, concentrando ciascuna una ventina di milioni di abitanti. Tutte due proiettano forme e modalità di produzione dello spazio urbano molto oltre i loro confini politici e amministrativi. Bologna e Reggio Emilia sono più simili per livelli di reddito, stili di vita e forma urbana, ma divergono su un aspetto decisivo: sono collocate in punti distanti nella gerarchia territoriale dell’area metropolitana emiliana. La produzione dello spazio urbano a Bologna, mediante la trasformazione e la rigenerazione di luoghi e flussi, ha effetti che investono anche Reggio Emilia, ma non si dà il contrario.

Per parlare delle città globali si dovrebbe partire dall’individuazione degli elementi costitutivi che oggi generano un territorio metropolitano. Dalle catene globali del valore che strutturano lo spazio urbano, alla valorizzazione capitalistica dei territori, a come si amministrano le differenze e si ridefiniscono le coordinate spazio-temporali delle esperienze, pur nelle profonde diversità che veicolano le immagini delle singole città. Tanto che le condizioni di vita nelle banlieuses di Parigi, nei quartieri di Los Angeles nelle periferie di Roma sono inscindibili dall’organizzazione del lavoro nel grande distretto industriale di Mahalla in Egitto, dalla «pianificazione» delle favelas di Città del Messico e dalle tragiche rotte dei migranti nel Mediterraneo. E allora, dire che Bologna è più vicina a New York e Lagos che non a Reggio Emilia non è più un azzardo e nemmeno una provocazione. La metropoli è un processo che trasforma gli assetti territoriali dando vita a costellazioni urbane con nuove scale gerarchiche. Non è un’etichetta, un brand, un dato statistico sulla popolazione residente.

Da una decina di anni a questa parte si possono individuare tre fenomeni, correlati tra loro, che stanno caratterizzando la produzione dello spazio urbano nelle aree metropolitane. Una nuova valorizzazione dei territori, una sussunzione reale del valori d’uso urbani al capitale e una colonizzazione delle forme di cooperazione sociale informale. Per nuova valorizzazione si intende un insieme di strategie d’impresa e governance urbana che vanno ben oltre la compra-vendita immobiliare, la speculazione sulla rendita delle aree urbane e il recupero dei cosiddetti vuoti urbani. Al centro ci sono la densificazione e il raccordo delle reti locali con quelle internazionali delle catene del valore per quanto riguarda la connettività, la produzione, la logistica e la promozione di contesti che dovrebbero essere attrattivi, creativi, innovativi per l’insediamento di una forza-lavoro a medio-alto contenuto professionale. Lo spazio urbano dev’essere competitivo e valutato in termini di performance per attrarre nuovi capitali da investire anche, ma non solo, nelle piattaforme comunicative, di lavoro e logistiche gestite da algoritmi, dove alla contiguità spaziale subentra la simultaneità temporale della valorizzazione capitalistica. Ma c’è un lato oscuro, poco illuminato nel discorso mainstream sulla metropoli. Le lunghe catene del valore, il «capitalismo delle piattaforme», la rivoluzione logistica per funzionare hanno la necessità di poter disporre di una notevole quantità di lavoro vivo ripetitivo, standardizzato, a basso contenuto di sapere e competenze. È il grande back-office delle aree metropolitane, delle città globalizzate, fatto di una forza-lavoro in gran parte migrante che si insedia nello spazio urbano non solo in aree già segregate. Non di rado dà vita a spazi misti con i residenti, a zone grigie intermedie tra segregazione e commistione. E i confini interni della metropoli globale si moltiplicano ma al tempo stesso sono mobili e non impermeabili. Parlando di dual city, come fa ad esempio Manuel Castells, che pensa la città come divisa tra spazi e funzioni che appartengono alla struttura e alle dinamiche dello spazio dei flussi, mentre la maggioranza degli spazi urbani è organizzata intorno alla dinamica dei luoghi, si rimane all’immagine deformata della superficie dei processi in atto nella metropoli. Qui il Marx dell’Introduzione ai Grundrisse ‒ che articola i rapporti tra produzione, distribuzione, scambio e consumo ‒ indirettamente ha qualcosa ancora di utile da dire anche sulla metropoli.

Un secondo aspetto riguarda la transizione in atto nella produzione dello spazio urbano nelle aree metropolitane è la progressiva sussunzione reale dei valori d’uso urbani al capitale. Sono valori d’uso non limitati al numero e alla qualità di servizi, infrastrutture, reti di connessione, ma che riguardano i gradi di omogeneità oppure di eterogeneità delle identità sociali, i modi di abitare, gli stili di vita, le forme della cooperazione sociale, le capacità di iniziativa solidale nell’uso dello spazio e nelle relazioni che diventano valori d’uso da sussumere nel modo di produzione della città. Se la metropoli si costruisce sulla città e la metropoli si ricostruisce incessantemente sulla metropoli stessa, i valori d’uso dello spazio urbano oltre ad essere fattori di moltiplicazione capaci di sostenere processi di trasformazione diventano una sorta di «plusvalore sociale» che entra nel processo di valorizzazione del capitale. L’esempio delle social streets, ormai diffuse anche in parecchie decine di città italiane, è particolarmente significativo. Nate come comunità di vicinato connesse mediante i social network, inizialmente dedicate alla conversazione sui vari aspetti della vita quotidiana e alla costruzione di legami solidali, sono progressivamente diventate un luogo di scambio di conoscenze, di professionalità, di disponibilità a svolgere piccoli lavori e di monitoraggio della vita sociale che si svolge nel loro raggio di influenza. I valori immobiliari in presenza di una social street sono aumentati sensibilmente e si stanno verificando alcuni fenomeni di gated communities virtuali che alzano barriere digitali, mettendo a nudo le retoriche sulle smart communities come presupposti sociali per le smart cities. Infatti, se guardiamo più in generale alla governance dei progetti di rigenerazione urbana e di messa in rete dei territori, sempre più strumenti a supporto della metropolizzazione urbana e sociale, essa si organizza con un duplice obiettivo: selezionare a monte, prima della negoziazione, gli stakeholders portatori di capitali e di valori d’uso e depotenziare la natura politica dei conflitti spostandoli sul piano dell’efficacia tecnica e dell’efficienza amministrativa considerate socialmente neutrali.

Neologismi come gentrificazione, studentificazione, turisticizzazione – ed è il terzo aspetto presente in questa fase di transizione delle metropoli – pur nella loro ambiguità rinviano a un processo più complesso che riguarda sia la valorizzazione capitalistica dello spazio urbano da parte di imprese e società finanziarie che la colonizzazione delle forme di cooperazione informale che si sviluppano sui territori. Non viene certo meno la rendita urbana, sia assoluta che differenziale, ma si dispiega intrecciandosi con forme di cooperazione informale che vengono razionalizzate e gerarchizzate in tempi più veloci che in passato. L’insediamento in aree urbane di una popolazione in gran parte giovane, intellettualmente attiva, che sostituisce i residenti, in cerca di una condizione abitativa sostenibile per una condizione sociale segnata da una precarietà sopportabile solo se socializzata e condivisa a livello urbano, generalmente rappresenta l’avvio di un processo di gentrificazione. I rapporti reciproci che si danno inizialmente in questa socialità diffusa e non ancora completamente uniformata diventano la linfa vitale di una cooperazione che progressivamente li sussume e li riorienta, incorporandoli, nei processi di produzione e riproduzione sociale. L’innesco di questi processi in un territorio metropolitano sempre in veloce trasformazione, è un forte richiamo per le grandi società immobiliari, per le agenzie di intermediazione del lavoro a tempo determinato, per le società che forniscono ogni tipo di servizio e di consulenza. In questo modo si ridefiniscono i percorsi lavorativi e gli spostamenti quotidiani all’interno di quell’incessante riorganizzazione dello spazio urbano divenuta il tratto distintivo delle metropoli globali. E contemporaneamente aumentano gli scambi, interni ed esterni, all’area metropolitana, di persone, merci e informazioni che gerarchizzano gli spazi, i luoghi, i flussi, le forme di cooperazione competitiva e di divisione del lavoro tra territori. La città evento, la città palinsesto, la città spettacolo, la città sostenibile sono city branding orientati alla valorizzazione di mercato della cultura, dell’arte, della musica sfruttando anche le ambivalenze ad esempio della street art, del guerrilla gardening e del temporary urbanism. Forme espressive e pratiche, queste, che nascono all’interno di circuiti sociali non omologati alla società del neoliberismo.

C’è un doppio movimento nei processi che investono lo spazio urbano contemporaneo: una generale metropolizzazione dei territori, a diversi gradi di intensità, e una forte condensazione urbana delle contraddizioni e dei conflitti sociali. La metropoli è al tempo stesso urbana e sociale senza una gerarchia consolidata tra i due termini e nemmeno determinazioni univoche. È urbana perché sociale e viceversa. Da questo angolo di visuale la messa a valore della gentrificazione, della studentificazione, della turisticizzazione delle città passa attraverso le relazioni che si instaurano tra lo spazio dei flussi finanziari, delle merci, della comunicazione e lo spazio dei luoghi della produzione e della riproduzione sociale. In questa situazione la domanda spontanea che sorge, di potrebbe dire d’obbligo, è semplice: come ci si sottrae e ci si oppone a questa valorizzazione capitalistica dello spazio urbano? La risposta non è altrettanto semplice e richiederebbe una riflessione collettiva. Intanto alcune suggestioni si possono proporre. Sottrarre spazi, luoghi e flussi alla riproduzione sociale cercando di attivare delle pratiche contro-egemoniche ha un senso se si connettono a un processo di politicizzazione allargata. Attestarsi sul duplice terreno della resistenza/resilienza di fronte allo strapotere dei rapporti capitalistici spesso è inevitabile. Necessario, ma con ogni probabilità non sufficiente. Aprire percorsi per costruire a livello urbano e metropolitano degli hub politico-sociali, intesi come scambiatori di pratiche e di esperienze locali e transnazionali, come luoghi in cui si politicizza il sociale e si socializza il politico senza vedere soluzioni di continuità tra i due momenti, assumendo l’autonomia e il conflitto come elementi di trasformazione potrebbe essere, certamente non la soluzione, ma un passo in avanti nell’inventare il presente dentro e contro ed anche oltre la metropoli.

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