giovedì , 13 dicembre 2018
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La moltitudine come forza. Raquel Gutierrez Aguilár e Verónica Gago sullo sciopero femminista

di ELEONORA CAPPUCCILLI

Pubblichiamo un’intervista a Raquel Gutierrez Aguilár e Verónica Gago a proposito dello sciopero femminista e delle prossime mobilitazioni in Argentina e nell’America Latina. L’intervista è stata realizzata lo scorso 26 ottobre, poco dopo l’incontro nazionale di donne che si è tenuto a Trelew in un contesto segnato dal rapido avanzamento delle politiche economiche neoliberali di Macri (è appena stata approvata in Argentina, nonostante le ampie manifestazioni di piazza, la legge finanziaria concordata a tavolino con il Fondo Monetario Internazionale) e dall’avanzata di Bolsonaro in Brasile. Raquel è una matematica, filosofa e sociologa femminista originaria del Messico, che è stata attiva nella guerriglia boliviana degli anni ‘80 e ‘90. Verónica, di cui abbiamo pubblicato altri contributi sul nostro sito, è una studiosa dei movimenti sociali e parte del collettivo argentino Ni Una Menos. Le loro parole mostrano in che modo lo sciopero femminista abbia intrecciato e trasformato le lotte che da decenni stanno scuotendo l’America australe, creando ed estendendo uno spazio inedito di connessione e politicizzazione. Non si tratta di un processo spontaneo. Al contrario, negli ultimi anni esso si è mosso attraverso momenti di incontro e mobilitazione che hanno avuto la capacità di far uscire la lotta contro la violenza maschile e quella per l’aborto libero, sicuro e gratuito dai confini di una campagna ‘settoriale’. Il carattere «moltitudinario» delle assemblee di Rosario, Chaco e Trelew, vale a dire il loro carattere di massa e al contempo una composizione ricca di differenti singolarità, è l’espressione di un movimento di incontro ‒ non sempre facile né pacificato – fra discorsi e pratiche politiche differenti, che proprio dalla dimensione di massa traggono una forza che mette in questione le identità dando luogo a nuove esperienze di soggettivazione. La dichiarazione del carattere «plurinazionale» del movimento definisce un campo di tensione in cui il riconoscimento del peso del passato coloniale ‒ denunciato in primo luogo dalle comunità indigene e da quelle urbane delle villas ‒ indica l’esigenza di mettere in questione gerarchie sociali, sessuate e razziste che configurano la relazione tra la riproduzione della vita e della forza lavoro e le condizioni della produzione. Lungi dal dipingere un affresco completo, idealizzato e definitivo delle lotte attuali, specialmente alla luce della torsione autoritaria testimoniata dalle misure repressive messe in campo dal governo Macri e dall’elezione di Bolsonaro in Brasile, risaltano i problemi e le sfide che l’organizzazione di una mobilitazione di massa pone. Se attraverso lo sciopero il femminismo si sta manifestando come un momento della lotta di classe su scala globale, si tratta ancora di interrogarsi sulla sua capacità di durata e di rottura e su come sia possibile trasformare la sua forza moltitudinaria in conquiste capaci di arginare e contrastare effettivamente l’intreccio brutale tra patriarcato e neoliberalismo.

***

Eleonora Cappuccilli: Parliamo dell’incontro di Trelew. Vi è stata ancora una partecipazione di massa, ma cosa è cambiato dopo lo sciopero femminista globale e il movimento Ni Una Menos, in termini di iniziativa politica e dei discorsi che si fanno non solo sulle donne ma in generale?

Verónica Gago: La sequenza sarebbe invertita. Tutto è iniziato al ritorno dall’incontro di donne del 2016 a Rosario, quando abbiamo visto quello che è successo a Mar de Plata – l’omicidio di Lucia Perez ‒, con la forza e l’energia che avevamo tratto non solo dall’incontro, ma soprattutto dalla sensazione diffusa suscitata dal ritrovamento di questo corpo, del cadavere, la sensazione che si trattava di una forma di contestazione contro di noi. È successo dopo l’incontro di Rosario, che è stato il più moltitudinario della storia (eravamo 80.000). C’erano questa specie di energia collettiva che abbiamo sentito lì e la percezione di un tentativo di attaccarla e terrorizzarla, la sensazione di un rapporto diretto tra questo crimine e quel dispiegamento di energia collettiva: tutto ciò ha scatenato il primo sciopero nazionale delle donne. Nell’incontro del 2017 che si è tenuto nella città di Resistencia, nella provincia di Chaco – che è stato anch’esso un incontro molto grande – ovviamente si è registrato l’intreccio tra lo sciopero nazionale delle donne e quello internazionale del 2017. La cosa interessante è che a questo incontro siamo arrivate dopo aver fatto a El Bolsón un’assemblea di Ni Una Menos con collettivi femministi e con compagne di comunità mapuche sulla criminalizzazione della lotta mapuche per il recupero dei loro territori. Questa discussione è passata con molta forza all’incontro di Chaco e per questo a Chaco si è iniziato a discutere del fatto che l’appuntamento successivo fosse al sud del paese, in Patagonia, per far sì che questa forza accompagnasse le lotte che stavano avendo luogo lì. Dobbiamo considerare che l’anno scorso, nel 2017, c’è stato un picco di repressione molto forte da parte dello Stato, che ha portato alla sparizione e alla morte dell’attivista Santiago Maldonado e all’uccisione a tradimento da parte dello Stato del giovane mapuche Rafael Nahuel. In più, c’è stato il tentativo fallito degli organi giudiziari di legiferare a favore dei militari attraverso la misura nota come dos por uno, che diminuisce il periodo di reclusione in carcere per i colpevoli di genocidio. Nonostante le piazze si siano riempite impedendo che passasse la legge, questo tentativo si coniugava perfettamente con le politiche repressive promosse dal governo soprattutto l’anno scorso. Qui mi pare che si vada delineando una sequenza, che ha a che fare con lo sciopero ma anche con la forma che prende il dispositivo di assemblee: questo è ciò che costruisce lo sciopero femminista ed è anche la possibilità aperta dall’assemblea al sud del paese, proposta all’incontro di Chaco. L’incontro di quest’anno, che è appena terminato e si è svolto nel luogo più a sud nella storia di questi incontri, ha avuto l’impronta di questo percorso, di questa traiettoria, oltre che un’accumulazione che va crescendo e ha a che fare con lo sciopero dell’8 marzo 2018, ma anche con tutta la mobilitazione della cosiddetta «marea verde», ovvero tutta la campagna per la legalizzazione dell’aborto che ha avuto come epicentro i due giorni di «vigilia», in corrispondenza delle votazioni alla camera dei deputati e al senato. Questi giorni di vigilia sono stati realmente di massa qui a Buenos Aires, ma vi sono state mobilitazioni anche nel resto del paese.

In qualche modo questo incontro a Trelew mi pare si possa leggere come la prima risposta di massa al tipo di disciplinamento che vogliono imporci con il voto negativo al Senato sull’approvazione della legge sull’aborto. Credo che si stia delineando una relazione tra gli incontri e i diversi fatti e avvenimenti politici che non riguardano solo lo sciopero – e lo sciopero è molto importante – ma che hanno la dinamica delle assemblee e quella della conflittualità sociale. Una cosa che mi pare interessante, se si parla di Ni Una Menos come movimento, è che riesce ad amplificarsi quando si connette con la conflittualità sociale, ovvero quando esce fuori dal ghetto della questione della violenza di genere come qualcosa dai confini stretti, come qualcosa che mette le donne solo nella posizione di vittime, e questo tipo di posizionamento è quello che permette di produrre la prossimità politica con altre lotte.

EC: Che rapporto c’è tra la rivendicazione del carattere «plurinazionale» di questo movimento, che si è affermata a Trelew, e il femminismo dello sciopero, che è globale, sociale e transnazionale?

Raquel Gutierrez Aguilár: Ci sono due elementi da considerare quando parliamo di «plurinazionale». A Trelew si è parlato di un incontro plurinazionale, ma non era chiaro se ciò avrebbe condotto alla rivendicazione dello Stato plurinazionale. Abbiamo cantato «incontro plurinazionale» fino a rimanere senza voce. Questo vuol dire che si sta parlando e si afferma, cantando insieme, che c’è la volontà di decostruire una gerarchia. La prossimità delle lotte, che è un modo di coltivare avvicinamenti in una serie di «momenti chiave», esige la decostruzione di gerarchie, in particolare la gerarchia che ha marcato il momento chiave coloniale. Nel 1871, meno di 150 anni fa, c’era ancora il conflitto tra gli argentini che si muovevano verso sud e le comunità mapuche, si metteva in atto la conquista del territorio e la violazione delle donne indigene, come pure il sequestro della donna bianca attraverso il cosiddetto raid indiano.  Questo continuiamo a vederlo ora, in un momento diverso. L’incontro si è dichiarato plurinazionale per rompere con la ferita coloniale, ma forse può essere considerato anche transnazionale, perché non torneremo alla nazione. Non stiamo passando un esame di logica, stiamo dicendo ciò che vogliamo.

VG: Un altro punto interessante è come abbiamo discusso: questo è senza precedenti, non c’era mai stata una discussione così pregnante sul plurinazionale e sulla questione indigena in nessun incontro. Ciò che inoltre lo ha reso capace di amplificazione riguarda il fatto che il suo carattere plurinazionale veniva discusso non solo in termini identitari ma in termini di conflitti concreti: quale sarà la resistenza contro la miniera; quale lotta era in corso sull’acqua contaminata; perché Benetton è il latifondista principale nella Patagonia; che cosa ha a che fare l’estensione della frontiere della soia con gli sgomberi dei contadini nel nord del paese; come ciò si ripercuote in un mercato immobiliare informale nei territori urbani di Buenos Aires; perché quelli che vengono cacciati da certe province si muovono verso le periferie della città… Si è iniziata a discutere la questione della dimensione indigena e popolare, comunitaria, a partire da quello che significava costruirsi sulla base delle lotte, come identità fondate dalle lotte. Non volevano semplicemente essere «folklorizzate» in gruppi di lavoro tematici, come ha detto una compagna. Il carattere plurinazionale ha mostrato una capacità totalmente inedita di essere trasversale. Inoltre non è casuale che il problema del plurinazionale si produce come spiazzamento proprio quando l’incontro inizia anche a chiamarsi di donne, lesbiche, trans e travestite/i. È una moltiplicazione che non si può ridurre né a una questione identitaria né a una questione di forma-Stato, ma al problema dell’incontro e delle esperienze di conflitto.

RGA.: La domanda era: come facciamo a ottenere qualcosa. Ognuno come vuole, ma dentro al senso di inclusione che stiamo producendo. Dunque ci siamo dette: non ci precede nessuno. Stiamo producendo ciò in cui siamo e ciò che facciamo per ottenere qualcosa. È differente inventare il concetto e poi negoziarlo, oppure produrre l’inclusione di cui abbiamo bisogno e che dobbiamo ottenere. È molto interessante come in quel momento ci sia stato un appoggio molto potente all’esigenza di plurinazionalità, che non è una domanda ma l’azione delle mapuche di includersi per pluralizzarsi, nella diversità. Questo senso di inclusione si stava costruendo in marcia. In castigliano, è un gioco di parole: en marcha significa sia «durante la marcia/durante la manifestazione», sia «in cammino, in movimento». Era di fatto una commistione di slogan. C’erano le prostitute trans, con le loro rivendicazioni specifiche, che di quando in quando gridavano «No razzismo! No razzismo!», e c’erano altre organizzazioni dell’economia popolare, altre organizzazioni dei quartieri che gridavano, facendosi cenni tra loro, «Potere popolare!» e poi lo combinavano con «Potere ancestrale!». C’era un fuoco di ancestralità che si manifestava nelle donne native. Insomma cambiavano i propri slogan, per brevi momenti: «Potere popolare! Potere ancestrale!». Non è definizione, ma ricerca di intreccio. Sono una moltitudine di azioni di ciascuna e di tutte allo stesso tempo. È stranissimo. È stata un’esperienza molto effervescente, la volontà di tessere una trama.

EC: Mi pare che questa effervescenza, questo dire: «non c’è niente prima di noi», sia una novità.

RGA: Novità non vuol dire generazione spontanea.

EC: Non parlo di un processo spontaneo ma del fatto che ora, in questo incrocio di lotte – ad esempio la lotta delle prostitute contro il razzismo – c’è qualcosa di nuovo, che dà forza.

RGA: Sì e no. È una riattualizzazione di ciò che succede in altri momenti di sollevazione. Quando si mettono da parte le caselle che ti contengono. In ogni sollevazione si mettono da parte le caselle che sono state costruite per amministrarti. La differenza sessuale mette in discussione le caselle uomo/donna, le boicotta. È un gran movimento, teoricamente, di disidentificazione, di contro-identificazione per rendere possibile l’associazione.

VG: Per me radicalizza quello che stiamo facendo con il progetto dello sciopero che definiamo, usando il concetto di Mujeres Creando, di «alleanze insolite», che però non si producono spontaneamente, perché c’è un lavoro di tessuto affinché tra queste lotte si produca una prossimità.

RGA: C’è un lavoro di tessitura, di coltivazione di vincoli, di sforzi.

VG: …anche di malintesi…

RGA: …di negoziazioni…

VG: L’assemblea a El Bolsón è stata molto dura. Le compagne della comunità dicevano: «voi, le femministe, non vi mobilitate mai per i nostri morti». Non è un processo idilliaco…

EC: Tornando però alla questione dell’aborto, cosa cambia dopo che, nonostante una mobilitazione impressionante, la legge non è passata al Senato? Un problema che è argentino ma allo stesso tempo globale, perché stanno provando a riformarlo o limitarlo in tutto il mondo.

VG: Bisogna dire che c’è una storia breve in relazione alla mobilitazione per l’aborto. Anche se qui in Argentina esiste una campagna nazionale per il diritto all’aborto sicuro e gratuito che ha 13 anni e che unisce alcune donne del femminismo storico che stanno dando battaglia su tale questione dentro dell’incontro delle donne, in diverse istanze legislative, facendo diverse forme di campagna. In realtà non aveva avuto mai la scala di massa che ha avuto quest’anno. Quindi come spiegare questo passaggio? Dietro tale questione c’è un paradosso: quando stavamo preparando lo sciopero dell’8 marzo 2018, lo sciopero di quest’anno, il governo di Macri ha dichiarato che avrebbe trattato la questione dell’aborto l’8 marzo. Ciò ha aperto una grande discussione nelle assemblee ed è ciò che ci ha fatto scegliere di manifestare non più fino a Plaza de Mayo – come avevamo fatto l’8 marzo precedente – ma fino al Congresso. Quando l’assemblea ha preso questa decisione, Macri ha detto: «no, meglio non discutere dell’aborto l’8 marzo. Poi vediamo quando farlo». C’è stata una strategia molto chiara da parte del governo, ovvero il tentativo di confinare l’agenda molto ampia e radicale posta dallo sciopero alla sola questione dell’aborto e alla sua cornice legislativa. Di fatto, molte delle critiche che sono state fatte dal governo sui media ufficiali al documento che abbiamo letto l’8 marzo 2018 – è un documento elaborato e prodotto in assemblea, un documento totalmente politico che non si riduce alla questione delle donne ‒ si sono concentrate sull’accusa che ci siamo politicizzate, che mescoliamo tutto, che abbiamo smesso di parlare di violenza di genere. L’intenzione è appunto di confinarci alla discussione ristretta sull’aborto. Solo che il movimento è così tanto forte che fa debordare questa manovra e si inizia a diffondere la discussione sull’aborto in ogni luogo. Le protagoniste fondamentali sono due: primo, le studentesse delle scuole secondarie, che vengono da una mobilitazione molto grande nei due anni precedenti e che legano la questione dell’aborto alla rivendicazione di educazione sessuale integrale nelle scuole e alla lotta contro la precarizzazione, quindi contro i piani del governo sulla scuola pubblica. In questo modo hanno preso in mano la campagna sull’aborto in maniera molto radicale. Le altre protagoniste sono le organizzazioni delle villas, che hanno assunto lo slogan «noi donne delle villas abortiamo», schierandosi contro un discorso molto forte che la cosiddetta chiesa dei poveri – la «chiesa villera» – prova a imporre, un discorso che dice che la questione dell’aborto è una rivendicazione di classe media, delle donne bianche di classe media. In questo senso, la questione dell’aborto si pone in termini classisti e razzisti. Si è iniziato a discutere la questione della gratuità dell’aborto che divide coloro che possono farlo in condizioni clandestine ma insicure da coloro che possono farlo in condizioni clandestine ma sicure, perché evidentemente possono pagare questa sicurezza.

EC: Di fronte alla probabile [al momento dell’intervista le elezioni non avevano ancora avuto luogo] elezione di Bolsonaro, cosa state organizzando in Argentina e in America Latina?

VG: A dicembre ci sarà un incontro di femminismi latinoamericani per discutere, in maniera più ampia, di un fronte contro Bolsonaro, del problema dei fascismi e dei femminismi nella regione, ovvero di come affrontare la risposta fascista alla mobilitazione femminista.

EC: Mi pare molto importante questo tentativo transnazionale e continentale di prendere parola. È una novità anche per voi?

VG: Lo sciopero internazionale ha prodotto una dimensione transnazionale e gli scioperi e le migrazioni sono i due elementi più dinamici di internazionalizzazione delle lotte oggi. Per questo sono tanto attaccati e criminalizzati. Negli ultimi due anni il femminismo ha prodotto un internazionalismo che è molto diverso da come si pensava l’internazionalismo in altri momenti.

RGA.: Siamo molto abituate a pensare in termini di apparati che possano contribuire ad articolare l’internazionale, apparati nazionali che si coalizzano. Qui c’è una svolta nel comprendere il modo fondamentale in cui è prodotto e risuona un senso condiviso, che si colloca da un’altra parte, che è in realtà un’eredità del XIX secolo, alla fine della Prima Internazionale, in corrispondenza dello sciopero per le 8 ore. È più simile a questo. È il recupero di questa possibilità di lotta ed è anche la sfida di pensare come sia possibile che essa non torni a stabilizzarsi nella forma di un apparato che già sappiamo come sarà, sebbene ci sia bisogno di pensare il problema della durata.

EC: Quali sono i progetti per l’8 marzo? Come prosegue il percorso dello sciopero femminista? In che relazione è con le lotte migranti?

VG: Abbiamo aperto un processo di consultazione e ricerca su come affrontare il prossimo 8 marzo, ma in questo momento mi pare che siamo nella fase di produzione di un’analisi femminista del fascismo nella regione, ovvero di quello che noi abbiamo chiamato triplice offensiva: militare, religiosa e finanziaria. Quello che faremo d’ora in poi è produrre un’analisi del momento attuale e pensare che tipo di specificità debba avere il prossimo sciopero internazionale in rapporto a questa problematica regionale che però è più ampia. La componente migrante è molto importante per me. Uno dei prodotti, o delle declinazioni, più interessanti di Ni Una Menos è Ni Una Migrante Menos, che mi pare manifesti un’esigenza che in Argentina è fondamentale, perché qui la cornice di riferimento è sempre statale-nazionale, e in nome del popolo ignora sistematicamente la questione migrante.

EC: Visto che abbiamo toccato il problema del popolo e delle differenze, come si concilia il femminismo dello sciopero, che si appropria dello sciopero come strumento contro lo sfruttamento e parla un linguaggio di classe, con il comunitarismo che non parla di classe, appunto, ma di comunità? Un femminismo che non si è definito in termini comunitari ma di massa? Come si articola la dimensione di classe con tutte le altre appartenenze/identità (comunità urbana e indigena, quartiere, città…) dopo la novità di Ni Una Menos?

VG: C’è uno stereotipo sulla questione del comunitario, in relazione a ciò di cui abbiamo già discusso, ovvero l’idea che sia un tipo di confinamento, una sorta di spazio chiuso. Quello che stiamo tracciando a partire dallo sciopero femminista è una composizione del lavoro che include una serie di elementi che hanno a che fare con i migranti comunitari ma in termini di forza lavoro, con il lavoro femminilizzato e lo sfruttamento delle reti comunitarie che il lavoro femminilizzato presuppone. Non opporrei l’idea di classe al comunitario, ma piuttosto direi che oggi, se pensiamo la classe a livello di composizione – di chi produce valore, ovvero di composizione politica –, la dimensione del comunitario è una dimensione interna a questa composizione di classe. Questa dimensione riformula un’idea stretta, moderna, bianca, eurocentrica di classe. Mi pare che quello che sta facendo il femminismo – la pratica dello sciopero femminista – è discutere cosa significa una dinamica di classe quando il linguaggio o il vocabolario che si usa non è di classe. Mi pare che rimanga una dinamica aperta. Come riconosciamo che stiamo parlando di classe senza rimanere attaccati a un vocabolario specifico di classe? Come si produce un vocabolario nuovo? L’intersezione tra patriarcato, colonialismo e classe non può privilegiare uno dei termini. Mi pare che questo sia ciò che mostra il femminismo nelle mobilitazioni attuali, il tipo di interconnessioni che pone in essere.

EC: Noi diremmo razzismo istituzionale e non colonialismo. Perché questo riferimento al colonialismo?

VG: Perché qui l’esperienza coloniale si riaffaccia costantemente, anche quando viene negata sistematicamente, come nel caso dell’Argentina (a differenza dei paesi andini). Qui c’è una negazione sistematica della dimensione coloniale degli Stati, della fondazione della repubblica, della divisione della forza lavoro. Credo che ora si riescano a mettere in primo piano le lotte indigene e migranti insieme alle lotte femministe.

EC: Che rapporto c’è tra la legge sull’aborto e le politiche neoconservatrici del neoliberalismo subcontinentale – ad esempio le attuali politiche del debito in Argentina?

VG: Una relazione fondamentale. La discussione sull’aborto è stata così di massa che ha prodotto una reazione molto molto forte del potere ecclesiastico, delle gerarchie della Chiesa, perché davvero il femminismo sta lottando in termini di spiritualità e in termini di sovranità sul corpo. Qui la Chiesa vede messo in discussione il suo potere, la sua struttura, la sua economia di obbedienza.

EC: E per quanto riguarda il rapporto con il debito, con le politiche economiche?

VG: Questo è parte di quello di cui abbiamo discusso prima in termini di «triplice offensiva» perché la dimensione finanziaria qui in Argentina ha a che fare con il piano di aggiustamento a livello macrostrutturale, ma c’è anche una dimensione, che viene sistematicamente negata ma emerge da tutte le parti, che è il livello di indebitamento domestico privato e familiare, che ha avuto luogo negli ultimi 10-12 anni, che è indebitamento da consumo e che non è stato affatto problematizzato perché è stata la forma di inclusione da consumo favorita dai governi progressisti e che ora esplode come debito dell’economia domestica.

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