giovedì , 15 novembre 2018
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Tra la lotta di classe e Trump. Una tempesta dentro gli argini elettorali

di FELICE MOMETTI

L’onda blu ha agitato un po’ le acque ma non ha rotto gli argini. Il Partito Democratico torna in maggioranza, dopo otto anni, alla Camera dei Rappresentanti ma non al Senato. Anzi nell’istituzione che detiene il maggior potere negli Stati Uniti perde pure alcuni seggi. Se si dovesse usare una sola parola per descrivere queste elezioni di medio termine, in cui si eleggeva la Camera dei Rappresentanti, un terzo del Senato e 36 Governatori, bisognerebbe far ricorso a un neologismo coniato di recente: trumpification della politica americana. Intendendo che non si è trattato solo di un referendum su Trump, ma di un passaggio politico scandito dai tempi e dai contenuti della compulsiva attività sui social network del Presidente e dai suoi rallies, gli incontri e i comizi di massa. Si è assistito infatti a una convergenza del Trump virtuale dei tweet con il Trump reale dei bagni di folla. Il primo che costruisce il nemico esterno – i migranti e l’Iran – e il nemico interno – la deriva «venezuelana» del Partito Democratico e il «socialismo» del welfare pubblico. Il secondo che si affida al format del one man show per recintare la vuota identità del popolo americano usando a fasi alterne il suo ruolo istituzionale, la sua immagine machista e anti-establishment e la sua autoinvestitura di decisore unico delle sorti dell’intero paese. Un Trump ben presente sui social e nei territori dei distretti e degli Stati che alla vigilia elettorale mostravano la maggiore incertezza nei risultati. Quasi una prova generale, è stato detto, della prossima campagna presidenziale. In questo modo Trump ha costretto il Partito Repubblicano ad allinearsi dietro la sua figura, l’unica in grado di evitare una batosta di grandi dimensioni, concentrandosi nella difesa della maggioranza al Senato e nell’elezione dei governatori in alcuni Stati politicamente decisivi come la Florida. La maggioranza alla Camera dei Rappresentati era data per persa almeno da un paio di settimane prima delle elezioni.

Gli scheletri che popolano l’armadio di Trump sono ancora numerosi e l’incidente di percorso è sempre possibile, ma questa volta si è visto un Trump con un metodo e una prospettiva. Abbandonata da tempo l’idea di Bannon di decostruire partiti e apparati statali, Trump ha puntato a bypassarli sistematicamente imponendo la propria agenda politica con l’obiettivo della rielezione tra due anni. Una strategia rischiosa, perché per essere attuata necessita di un costante livello di tensione politica e istituzionale. D’altro canto, la normalizzazione delle relazioni politiche e istituzionali aprirebbe uno scenario insostenibile per il tycoon newyorkese e i suoi alleati. Se la strategia di Trump appare abbastanza chiara: alimentare le crisi politiche, istituzionali, internazionali in modo da prefigurare uno stato di eccezione permanente, non si può dire lo stesso del Partito Democratico. Nemmeno in un possibile dopo-Trump ci sarà alcun ritorno a una presunta normalità, come ancora si illude gran parte degli attivisti democratici. Il contesto internazionale è in continuo movimento, c’è una crescita delle destre in Europa e in America Latina, una crisi degli organismi sovranazionali di mediazione politica ed economica. Certo, il ruolo di prima potenza mondiale degli Stati Uniti non è messo in discussione, ma sono cambiate le forme, l’estensione, la geografia delle reti della valorizzazione capitalistica e le loro relazioni con gli Stati. Tutto ciò sembra non essere stato preso realmente in considerazione dal Partito Democratico, o almeno dalla sua maggioranza, in questa campagna elettorale. Si sono privilegiate le questioni interne mediante una progressiva estensione della superficie di contatto con l’antitrumpismo di qualsiasi genere e natura. E quindi la coperta del Partito Democratico, ad esempio, è stata allungata sia in direzione dei giovani che nell’ultimo anno, dopo le ripetute stragi nelle scuole, sono scesi nelle strade chiedendo una rigida legislazione nazionale sulla vendita di armi, sia accogliendo il sostegno del National Border Patrol Council, il sindacato degli agenti di pattuglia alla frontiera con il Messico che giudica contraddittoria la politica di Trump sull’immigrazione, e i cui iscritti si sono spesso distinti nell’uso delle armi contro i migranti che tentano di varcare il confine. L’apertura alle candidature di numerose donne alla Camera e in alcuni governatorati è stata certamente il frutto delle mobilitazioni femministe contro la violenza e le molestie sessuali. Un’apertura più subita che favorita dal Partito Democratico, tanto da essere, nella maggioranza dei casi, depotenziata separando nettamente la rivendicazione dei diritti delle donne dall’individuazione delle radici della violenza di genere nel funzionamento del modo di produzione e riproduzione sociale. Dopo un paio di anni di quasi silenzio, è stato fatto scendere in campo anche Obama. La crisi del gruppo dirigente democratico è ancora lontana dalla soluzione e alla mancanza di un nuovo leader riconosciuto si è fatto ricorso al vecchio. Quest’ultimo, nelle sue molteplici apparizioni e comizi, ha spostato a sinistra il proprio lessico politico ma non la sostanza delle proposte, dimenticandosi spesso di essere stato presidente per due mandati e che forse le cause della vittoria di Trump andavano ricercate anche nella politica di quegli otto anni.

Queste elezioni di medio termine passeranno alla storia come le più costose superando abbondantemente i 5 miliardi di dollari di fondi raccolti da parte dei due principali partiti, con i democratici che staccano i repubblicani di circa 350 milioni di dollari. Da dove son venuti i soldi? Le piccole donazioni individuali, quelle sotto i 200 dollari, rappresentano solo il 16% dei finanziamenti democratici e l’8% di quelli repubblicani. Il resto per entrambi i partiti è arrivato da singoli miliardari, fondazioni, società finanziarie, multinazionali, fondi pensione, lobbies di varia natura. E dai sindacati, per il Partito Democratico. Da questo punto di vista nulla è cambiato sotto il cielo della politica americana. Nemmeno la necessità di sconfiggere il mostro Trump ha fatto riflettere sui rapporti tra politica, finanza, grandi gruppi industriali e lobbies. In questo caso nessuna eccezione, solo normalità.

Gli appelli al voto utile contro Trump e alla scelta del male minore hanno avuto la loro vittima sacrificale: i Verdi. Un partito di opinione moderatamente antiliberista con un radicamento sociale scarsamente significativo, già al centro delle polemiche dopo l’elezione di Trump perché i suoi voti avrebbero fatto vincere Hillary Clinton in quattro Stati garantendole la presidenza. È stato evocato perfino lo spettro dei 538 voti mancanti a Al Gore in Florida, nel 2000, per diventare presidente al posto di George W. Bush.

In queste elezioni nello schieramento democratico si giocava anche un’altra partita: quella dei Democratic Socialists of America (Dsa) che hanno presentato alcune decine di candidati tra parlamenti statali e Camera dei rappresentanti. I Dsa negli ultimi due anni sono passati da poche migliaia di aderenti a più di cinquantamila, raccogliendo soprattutto coloro che avevano sostenuto la campagna di Sanders contro Clinton nelle primarie democratiche. U’organizzazione che ha funzionato da contenitore di varie sensibilità e iniziative politiche a sinistra, senza definire chiaramente la natura del rapporto con il Partito Democratico. Questo problema si presenta con ancor più evidenza oggi, guardando ai primi dati, con gli eletti dei Dsa nelle fila del Partito Democratico nei parlamenti statali del Maryland e della Pennsylvania e al Senato dello Stato di New York. Le dichiarazioni della figura simbolo dei Dsa in queste elezioni – Alexandria Ocasio-Cortez eletta alla Camera – a sostegno del Governatore dello Stato de New York e quelle a dir poco ambigue su Israele e la Palestina sono state fonte di aspri conflitti, con tanto di comunicati pubblici, nella sezione di New York. Un’organizzazione che aumenta in poco tempo e in modo considerevole gli iscritti e mantiene al vertice un Comitato politico nazionale di 16 componenti non può che entrare in fibrillazione se almeno non democratizza la propria struttura e non chiarisce la prospettiva politica. Rimanere nell’orbita a sinistra del Partito Democratico o dar vita a una formazione politica completamente autonoma? Quale margine di manovra per le correnti politiche interne? Quale rapporto con i movimenti sociali? Tutte domande che si porranno esplicitamente nella Convention prevista per il 2019, in vista della quale le varie sensibilità – o correnti politiche, che dir si voglia – si stanno attrezzando a rispondere o, al contrario, a opporre resistenza. Intanto, nei Dsa si registra una crescita dell’influenza della rivista Jacobin, sempre meno rivista e sempre più corrente politica con non poche illusioni sulla possibilità di riprodurre un’organizzazione socialdemocratica di sinistra, guardando ai modelli europei, negli Stati Uniti.

Ora si potrebbero aprire diversi scenari. E il gioco è tutto nel campo democratico. Pare difficile che Trump cambi strategia, a meno del sempre possibile incidente di percorso causato dalle inchieste in corso. La via dell’impeachment rimane bloccata dalla maggioranza repubblicana al Senato e non sembra che il Partito Democratico voglia attaccare la riforma fiscale di Trump, la sua vittoria più significativa di questi due anni di mandato. La corsa verso le presidenziali del 2020 si è aperta e non è improbabile che fagociti tutto il resto. E tra i democratici i partecipanti sono già numerosi. I primi segnali che arrivano da alcuni dei possibili candidati sono tutti orientati verso un antitrumpismo declinato in vario modo. Quello istituzionale dell’ex vicepresidente Joe Biden, quello etico di Elizabeth Warren e quello sociale di Bernie Sanders.

Rimane ancora senza risposta, oggi ancor più dopo i risultati di queste elezioni di metà mandato, una domanda sociale di radicale cambiamento cresciuta in modo spesso contraddittorio, dal movimento Occupy, passando attraverso Black Lives Matter e le lotte per il salario minino, fino ad arrivare all’attuale protagonismo conflittuale femminista. Non si tratta, ben che vada, di riempire di contenuti sociali l’antitrumpismo ma di porsi all’altezza di una composizione di classe in cui le condizioni di genere e razziali sono tra gli elementi costitutivi e non aggiuntivi.

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