giovedì , 15 novembre 2018
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Aspettando Bolsonaro. La dittatura della classe media nel Brasile del dopo Lula

di STEFANO VISENTIN e MARIANA GAINZA

Pubblichiamo un’intervista, realizzata il 26 settembre 2018, a Marilena Chaui, filosofa di formazione spinozista e marxista e nota intellettuale brasiliana che, alcuni giorni prima delle elezioni generali, traccia un quadro articolato sulla situazione sociale e politica del Brasile. Dopo un decennio di governi progressisti, che hanno tolto dalla miseria milioni di poveri ma che non sono riusciti a modificare in profondità i rapporti di forza nel paese, il Brasile sta vivendo una situazione drammatica, dal momento che il candidato nettamente favorito per la presidenza, Jair Bolsonaro, è un ex militare nostalgico della dittatura, misogino, omofobo e razzista, che è stato capace di convogliare su di sé l’appoggio della classe media brasiliana, dei principali mezzi di comunicazione e delle potentissime chiese evangeliche, oltre che delle grandi imprese private nazionali e multinazionali. Dalla riflessione di Marilena, la classe media emerge come il perno di una società strutturalmente autoritaria e violenta, la cui riproduzione si alimenta del risentimento verso la classe operaia, del moralismo e della meritocrazia sdoganati dalle destre, dai socialdemocratici e dagli evangelici contro qualsiasi ambizione universalistica. Lungi dall’essere un fatto locale, l’avanzata di Bolsonaro mostra la faccia più terribile dell’alleanza tra il capitale neoliberale, la violenza sociale e la mentalità gerarchica che sostiene le politiche dell’estrema destra.

***

Stefano Visentin [SV]: Cominciamo con una breve presentazione di te come studiosa e come militante.

Marilena Chaui [MC]: Sono professoressa di filosofia presso l’Universidade de Sao Paulo; ho lavorato a lungo su Spinoza dal punto di vista della storia della filosofia, e sul rapporto tra lotta di classe e democrazia nell’ambito della filosofia politica[1]. Ho una formazione marxista in politica e strutturalista in filosofia, e tale combinazione penso abbia generato un modo originale di fare storia della filosofia. Negli anni ’60 e ’70 ho lottato contro la dittatura militare in Brasile, ho partecipato alla fondazione del Partido dos Trabalhadores (PT) e sono stata nella segreteria del partito di San Paolo[2]. Ho riflettuto a lungo sulla società brasiliana, una società la cui struttura rende quasi impossibile lo sviluppo della democrazia, poiché l’autoritarismo è costitutivo di questa società e la violenza è la forma che prendono le relazioni, non solo personali ma anche sociali. Due cose in particolare mi interessano: primo, qual è la classe sociale che mette in atto questo autoritarismo e questa violenza ponendosi al servizio della borghesia capitalista – che controlla, ma non appare. Questo lavoro è svolto dalla classe media, che in Brasile assume un carattere sinistro e terribile. Tra i miei studi ce n’è uno sul fascismo brasiliano[3], che mostra proprio come quest’ultimo sia un’ideologia che pervade la classe media. La seconda cosa che mi interessa è comprendere per quali ragioni la società brasiliana interpreti se stessa come una società pacifica, non-violenta, multiculturale, «cordiale», senza preconcetti di razza, classe o religione: se si conversa con le persone, esse danno questa interpretazione, mentre tutto intorno a loro si manifesta una violenza atroce. In Brasile c’è proprio un mito della non violenza, legato a un’interpretazione equivoca di quanto afferma uno storico brasiliano del XX secolo, Sergio Buarque de Holanda[4]. Buarque parla del brasiliano come di un «homem cordial (uomo cordiale)», ma questa affermazione va letta in maniera peculiare: Buarque infatti non dice che i brasiliani non sono violenti, bensì che essi tendono a stabilire relazioni di intimità «private» (usando ad esempio appellativi diminutivi), che però rendono difficile, se non impossibile, produrre uno spazio pubblico. L’«uomo cordiale» non è l’uomo non violento, è l’uomo del mondo privato che impedisce la nascita di un mondo pubblico. Però in Brasile questa definizione di uomo cordiale viene comunemente interpretata in maniera completamente diversa, in una maniera che non corrisponde affatto alla violenza che si esercita nello spazio pubblico. Questa dissociazione tra comportamento privato e comportamento pubblico è costitutiva del Brasile – in realtà anche il modello di una vita privata senza conflitto è falsa, perché l’autoritarismo e la gerarchia sono ben presenti anche nelle famiglie, basti pensare al modo in cui vengono trattati i lavoratori domestici: il numero di domestici di cui si dispone è ancora considerato un segno di distinzione sociale. È una società orribile!

Mariana Gainza [MG]: A proposito della questione della classe media, quali aspetti secondo te la differenziano nettamente in rapporto alla classe operaia?

SV: Inoltre, negli anni dei governi Lula e Rousseff questa struttura rigida della classe media è stata intaccata, o è rimasta un blocco forte e omogeneo?

MC: Durante questi governi una piccola parte della classe media ha appoggiato il PT, ma una gran parte della classe media si è orientata a destra, appoggiando il Partido da Social Democracia Brasileira (PSDB), che è un partito che si è sempre presentato come partito moderno, razionale, responsabile e con una proposta di sviluppo per il Brasile: un profilo che piaceva alla classe media, la quale invece non tollerava di mescolarsi con quell’abominio che era la classe operaia. Il PSDB è sempre stato l’avversario principale del PT, è stato lui che ha fatto il golpe: i nemici più temibili del PT non sono mai stati quelli di estrema destra, con i quali anzi il PT ha condotto numerose negoziazioni, ma il PSDB, che si presentava come il partito che doveva svolgere il ruolo di modernizzatore del paese che poi invece fu del PT. Il PSDB è un partito all’«europea» della Terza Via, sul modello del New Labour blairiano: un partito che piaceva alla classe media, perché costituiva un luogo tranquillo, che faceva le riforme senza cambiare minimamente la struttura sociale del paese. La classe media si sentiva quindi rassicurata e pacificata, contro la minaccia comunista del PT, di quei comunisti che «mangiano i bambini» e che vogliono prendere il potere per distruggere il paese. Durante la campagna elettorale che ha eletto Color de Mello contro Lula, nel 1989, la rete televisiva Globo trasmetteva tutte le notti Il dottor Zivago. Secondo questa visione, che oggi è cavalcata da Bolsonaro, quando il PT prenderà il potere toglierà la proprietà privata ai cittadini, portando via metà della casa a chi dispone di un’abitazione grande, o una televisione a chi ne ha due… una visione che per un europeo deve sembrare allucinante. A questa immagine del PT come comunista e distruttore della famiglia, si è aggiunta di recente l’idea che tutti i membri del PT siano corrotti. La classe media ha assorbito con grande facilità questa idea della corruzione, soprattutto la parte di estrema destra e nostalgica della dittatura, che negli ultimi anni era rimasta in silenzio. In ogni caso, esiste anche una classe media di sinistra, che proviene dalla lotta contro la dittatura e dalla teologia della liberazione; poi c’è una classe media «illuminata» che vota il PSDB e il suo progetto «social-democratico» [ma nel senso delle socialdemocrazie europee di fine secolo: Blair, Schröder, Mitterand, ecc.]; e infine una classe media di estrema destra. Durante i governi peteisti, i programmi sociali del governo hanno mutato il profilo della classe operaia, che ha avuto accesso al consumo di massa, ha avuto la possibilità di comprare casa, ha ottenuto la garanzia di diritti sociali. Si è verificato insomma ciò che è accaduto alla classe operaia europea nella seconda metà del XX secolo. Interpretando questa trasformazione, il PT ha commesso un errore madornale. Il PT ha accettato la descrizione sociologica delle classi sociali, secondo la quale una classe sociale si definisce per il reddito, per la professione, per la scolarizzazione e per il consumo; così ha cominciato a dire che in Brasile era nata una nuova classe media, mentre invece era nata una nuova classe operaia. Si tratta di una situazione molto complicata, perché questa nuova classe sorge nel momento in cui avviene la frammentazione del sistema produttivo, si impone il modello toyotista, e conseguentemente anche la nuova classe operaia appare frammentata al proprio interno e priva di qualsiasi riferimento «tradizionale» di classe in termini ideologici. Per questo una parte significativa di questa classe è stata catturata dalle chiese evangeliche e dal discorso di estrema destra. Il PT, invece di pensare che il suo compito era quello di comprendere meglio la natura di questa nuova classe operaia, di organizzarla, ha creduto di avere di fronte una nuova classe media e che con questo la società brasiliana si fosse «democratizzata». Un errore strategico enorme, perché questa classe era composta soprattutto da giovani, che non sono stati più organizzati del PT, e sono stati lasciati nelle mani delle chiese evangeliche… anche la chiesa cattolica è stata assente. Se pensiamo invece a una definizione genetica delle classi sociali – una definizione spinoziana – e cioè se le si guarda a partire dalla forma di proprietà di cui esse dispongono, allora il Brasile risulta composto da una vastissima classe operaia, da una minuscola ma potentissima borghesia (soprattutto il settore finanziario) e da una vasta classe media conservatrice, che si nutre del sogno di entrare nella borghesia attraverso la formazione scolastica e l’aumento del reddito ma che, non possedendo i mezzi di produzione, non ci entrerà mai! È una classe che segue le mode, pensando di assomigliare alla borghesia: la cucina dei grandi chef, gli intenditori di vino… una classe media cretina! Di converso, questa classe media è terrorizzata dalla minaccia di «cadere» nella classe operaia, e quindi farà tutto il possibile per evitare questo destino, combattendo tutti i partiti di sinistra. Quello brasiliano è un mondo infernale. A tal riguardo, vi racconto un episodio che mi è accaduto venendo qui a Brasilia da San Paolo. Mentre in aereo stavo prendendo il mio posto, un signore mi ha chiesto se fossi Marilena Chaui, e quando gli ho risposto di sì ha cominciato ad attaccarmi, dicendo che sono ignorante e patetica, che non capisco nulla della classe media e che soltanto istigo l’odio contro di essa. In pratica stava operando un rovesciamento, attribuendo a me l’odio e il risentimento che lui provava nei miei confronti e nei confronti della classe operaia.

MG: Mi sembra che tu stia facendo riferimento a quella che si chiama la logica della polarizzazione, che è una logica complicata, che si applica a una divisione sociale di fatto, come questa che tu stai indicando tra classe operaia e classe media, oppure più in generale quella che divide la mancanza dal privilegio.

SV: A tale proposito, come si può concepire una classe operaia la cui natura collettiva è definita dalla mancanza?

MC: Ho lavorato su questo tema della polarizzazione tra privilegio e mancanza da un punto di vista machiavelliano: da un lato i Grandi che desiderano comandare e opprimere, dall’altro il Popolo che desidera non essere comandato né oppresso. Ma soprattutto ho lavorato sulla condizione della classe operaia brasiliana, che si costituisce attorno alla mancanza, e ho cercato di mostrare che si tratta sempre di una mancanza particolare, mancanza di un bene determinato: vi è dunque una molteplicità della mancanza; allo stesso modo, anche il privilegio è sempre particolare. Di contro, il diritto ha una valenza universale, perciò io ho cercato di ragionare intorno alla possibilità di contrapporre l’universalità dei diritti alla particolarità della logica della mancanza e del privilegio: se la democrazia è creazione, invenzione di diritti, allora è possibile pensare a una lotta efficace contro la coppia mancanza-privilegio. Per questo ho tentato di tradurre in questi termini la lotta di classe, perché gli individui sono più sensibili a un discorso contro il privilegio, piuttosto che a un discorso esplicitamente «di classe»; e per me è importante riuscire a far passare la lotta di classe attraverso una serie di percorsi che le persone siano maggiormente disponibili a seguire.

MG: Cambiando solo apparentemente discorso, la generalizzazione del sistema Uber ha cambiato lo stile della comunicazione all’interno del taxi. C’è un autocontrollo assoluto del lavoratore Uber operato da parte dello stesso cliente.

SV: In altri termini, come si colloca la classe media rispetto a queste nuove forme di lavoro e sfruttamento?

MC: Non so generalizzare, però a San Paolo la uberizzazione ha trasformato il modo di utilizzo del taxi. In una prima fase, l’uso del taxi di Uber veniva considerato un segno di prestigio: gli autisti erano vestiti bene, nell’auto c’erano acqua e aria condizionata e il viaggio si svolgeva in silenzio e alla conclusione l’autista scendeva e apriva la porta al cliente. Mi hanno spiegato che il comportamento è controllato attraverso il giudizio dei clienti, che alla fine della corsa sono chiamati a valutare l’autista sotto diversi aspetti della sua prestazione: un controllo totale. A poco a poco, però, questo stile è andato «rilassandosi», e parlando con questi autisti ho ricevuto tre risposte: un giovane autista mi ha detto di essere disoccupato e avere bisogno di questo lavoro; un altro mi ha confessato che credeva di aver raggiunto uno status migliore rispetto a quello che aveva come semplice taxista (e ha dimostrato così di avere fatto propria l’ideologia di Uber); un terzo mi ha detto che sarebbe stato in Uber il meno possibile perché si trattava di uno sfruttamento illimitato. In questo modo, Uber coniuga un’apparenza di servizio di alto livello con uno sfruttamento terribile dei suoi impiegati. Non so per quanto tempo la struttura di Uber possa mantenersi, però la classe media brasiliana considera ancora Uber un elemento di prestigio, perché ha l’illusione di controllare l’autista: la società brasiliana ancora non si rende conto di che cosa sia l’uberizzazione della lotta di classe che ha luogo dentro una limousine. D’altra parte, i taxisti sono molto divisi, il loro sindacato è diviso nelle diverse città. Qui i taxisti sono considerati tutti di destra, però grazie a Uber qualcuno comincia a sviluppare un giudizio più critico sulla società, come se stessero riconoscendo finalmente di essere dei lavoratori salariati, e non dei piccoli imprenditori.

MG: In Argentina uno degli elementi che ha maggiormente mobilitato l’odio dei partiti di destra e dei loro elettori contro i governi kirchneristi è stato il discorso contro le politiche di sussidio, che vengono interpretate come un sostegno «immeritato» alla mancanza, a coloro che mancano di qualcosa senza fare nulla, cosicché la mancanza si rovescia in privilegio. Da questo punto di vista c’è una vera reazione a qualsiasi prospettiva universalista dei diritti, un attacco a questa dimensione.

MC: La classe media brasiliana ha sempre interpretato le politiche sociali non come l’attuazione di diritti, ma come una sorta di sostegno al vizio, alla pigrizia, e quindi come una forma di ingiustizia nei suoi confronti. ‘Io lavoro più di te, e tu ricevi quello che io non posso ricevere’ – o addirittura: ‘tu mi stai portando via quello che mi spetta’. Le chiese evangeliche hanno svolto un grande lavoro nel propagandare un’ideologia meritocratica, della formazione come investimento, del capitale umano, che è stata interiorizzata da gran parte della classe media e della nuova classe operaia: io lavoro e guadagno, ma il mio merito non viene riconosciuto perché i miei soldi attraverso i programmi sociali vanno a chi non fa nulla; e questo non è giusto, non è democratico. La critica ai programmi sociali non riguarda tanto i problemi legati alla creazione di deficit pubblico, come nel discorso liberale classico, quanto l’idea che essi producono un’ingiustizia, perché trattano come uguali coloro che non lo sono, e disprezzano il lavoro e il merito. Questo discorso è stato raccolto dalla destra con grande facilità, perché esso produce un fortissimo risentimento nei confronti dei poveri e del partito che li sostiene, il PT. Io ricordo la marcia della Famiglia con Dio e per la Libertà del 1964[5], ma non c’è nessuna somiglianza con la situazione di adesso: allora vivevamo in un mondo bipolare e la marcia, con i suoi slogan, era il modo in cui gli Usa portarono la guerra fredda in Brasile, con un discorso altamente politicizzato. Adesso invece ci troviamo davanti a un discorso moralista di estrema destra, che ha svuotato la politica e l’ha sostituita con l’odio e il risentimento. Molti paragonano la situazione odierna al 1964, ma è un confronto che non tiene, né storicamente, né ideologicamente… anche se c’è il rischio che il risultato sia simile!

SV: A tale proposito, si può dire che le manifestazioni del 2013, con la nascita del Movimento Passé Livre e tutto quello che successe dopo, sono state un momento di svolta nella storia recente del Brasile?

MC: Il MPS è stato molto importante, e posso raccontare come è nato a San Paolo. Alla sua origine c’è un gruppo di giovani di sinistra non appartenenti al PT, quindi o libertari o della sinistra indipendente. Erano soprattutto studenti della fine delle superiori o che stavano entrando all’università, e che avevano tutti la medesima esigenza di un sistema di trasporti gratuito, o quantomeno a costi ridotti; quindi un movimento non partitico e focalizzato su una richiesta molto precisa. Io ho parlato molto con loro, ma erano molto pochi, alle prime manifestazioni di fine giugno non erano più di qualche centinaio. Io ho suggerito loro di andare a protestare al consiglio municipale[6], e ho anche detto che, visto che facevo parte di questo consiglio, avrei votato a loro favore. Però l’assessore ai trasporti disse che non era possibile ridurre il prezzo del biglietto, cosicché il MPL convocò un’altra manifestazione, e questa volta fu molto più partecipata, di massa. Io ero lì, e parlai con alcuni dei presenti a questa seconda manifestazione: una ragazza mi disse che era lì perché si era lasciata con il fidanzato e si sentiva sola, una signora della periferia che era lì per protestare contro la condizione abitativa in cui viveva… c’erano mille motivi per cui la gente manifestava, e la manifestazione fu molto bella. Il risultato fu che il sindaco abbassò il costo dei trasporti. Il giorno seguente ci fu un’ultima manifestazione per festeggiare la vittoria, ma all’improvviso da un’altra direzione arrivò un altro gruppo, sventolando bandiere brasiliane, che picchiò a sangue i manifestanti: fu una cosa incredibile! Il giorno dopo ci fu la grande manifestazione di estrema destra contro la corruzione. In quei giorni l’indagine Lava Jato a Curitiba era già in funzione, e quindi ci fu una congiunzione tra questi due fenomeni, che poi diede forza alla richiesta di impeachment di Dilma Rousseff. C’è un piccolo aneddoto che vi voglio raccontare. Alle elezioni precedenti Neves era certo di vincere, e stava già per festeggiare, ma mancavano ancora i voti del Nord-Est, che furono quelli che fecero vincere Rousseff. Neves non accettò mai questo risultato, e dichiarò pubblicamente ai giornali che avrebbe fatto «sanguinare» Rousseff, che non l’avrebbe fatta governare. Il golpe iniziò il giorno stesso delle elezioni. Tornando alle manifestazioni del 2013, quello che era una rivendicazione libertaria e di sinistra si trasformò all’improvviso e violentemente in una protesta organizzata dalla destra, e la polizia non fece nulla per difendere i manifestanti dall’attacco dei gruppi di destra.

MG: La manifestazione originariamente nasceva quindi da un malessere diffuso. Questo malessere non fu percepito dal PT al governo?

MC: No, il PT non lo ha visto e non lo ha riconosciuto, è stato cieco rispetto a quanto veniva affiorando nella società, e ha permesso che questo malessere fosse catturato dai movimenti e dai partiti della classe media, in particolare dal PSDB. L’indagine Lava Jato si colloca in questa prospettiva. Lava Jato è nata come indagine per colpire il gruppo di funzionari della Petrobras che faceva riferimento a Temer, ma in realtà aveva come finalità quella di impedire lo sviluppo delle trivellazioni della società petrolifera in una zona alla quale erano interessate anche delle compagnie statunitensi. Occorre ricordare che il giudice Moro si è addestrato all’Fbi. L’estrazione del petrolio è un aspetto fondamentale della nostra sovranità energetica, e Petrobras finanziava l’industria aerea, quella delle telecomunicazioni e molti altri settori tecnologici. La funzione di Lava Jato fu quindi quella di togliere dalle mani del governo brasiliano la principale fonte di finanziamento della ricerca tecnologica e dei programmi sociali: Lava Jato è stato il motore della legittimazione della politica neoliberale in Brasile. Non è stata un’operazione giudiziaria, ma la punta dell’iceberg delle trasformazioni economiche in Brasile.

SV: una figura come Bolsonaro può garantire gli interessi del neoliberismo globale?

MC: lo può fare senza dubbio. Bolsonaro è legato ad alcuni settori delle forze armate che garantiscono questo legame, così come alcuni suoi sostenitori hanno un rapporto diretto con Trump.

MG: e il PSDB che posizione ha?

MC: i dirigenti non prendono posizione esplicita, però tra Haddad e Bolsonaro credo che la dirigenza possa votare PT, ma temo che molti militanti del PSDB voteranno per Bolsonaro. E temo che vincerà, e produrrà una tale distruzione nel Brasile che sarà necessario un lavoro politico e sociale enorme per ricostruire il paese.

SV: E se vincesse Haddad, quali margini di manovra potrebbe avere rispetto al contesto sociale brasiliano e a quello internazionale?

MC: I margini sono minimi, a meno che non si trovino degli alleati nell’UE attaccata dalle politiche di Trump; oppure se resuscita il Mercosur… Di fatto il Brasile aveva una posizione di leader all’interno dei BRICS, ma ormai l’ha persa. Anche la Cina potrebbe essere una grande alleata, però io penso che in un primo momento il margine di manovra di un governo del PT sia molto stretto. In ogni caso, la vittoria di Bolsonaro sarebbe terribile per tutta l’America latina. Ci sarebbe bisogno di costruire un fronte interno che non fosse solo oppositivo, antifascista o anti-neoliberista, perché un fronte costruito solo sull’opposizione si frammenterebbe subito. Sarebbe necessario trovare un obiettivo positivo, come un Fronte per la Giustizia, che combattesse l’idea che Lava Jato e il golpe siano degli strumenti di giustizia reale. Una giustizia definita come giustizia sociale, ma anche come giustizia in termini religiosi, cristiani: ognuno dovrebbe riempirla di un significato, nella direzione di un ideale che mi permetta di realizzarmi come essere umano, e permetta che la società si costituisca senza violenza: noi non abbiamo la forza per sostenere una lotta violenta, non sarebbe per nulla strategico.

MG: Una giustizia che non si limita alla difesa dello Stato di diritto…

MC: C’è una precisa differenza: lo Stato di diritto ha prodotto Lava Jato, anche il golpe è stato fatto in maniera legale. Il potere politico ha calpestato la costituzione in nome dello Stato di diritto, ha prodotto una violenza tremenda in nome della sua difesa. Un discorso sulla giustizia deve essere molto più ampio, contenere la dimensione politica, sociale, economica. È un discorso molto meno compromesso con un discorso falso, ipocrita come quello dello Stato di diritto.

[1] Tra le sue pubblicazioni: O que é Ideologia? (1980), Da realidade sem mistério ao mistério do mundo: Espinosa, Voltaire e Merleau-Ponty (1981), Cultura e Democracia: o discurso competente e outras falas (1984), A Nervura do Real. Imanência e Liberdade em Espinosa, 2 volumi (1999 e 2016), Cidadania cultural: o direito à cultura (2006). Inoltre è in pubblicazione la raccolta dei suoi scritti, di cui finora sono stati editati sei volumi. In Italia è stata pubblicata una raccolta di suoi scritti su Spinoza (Spinoza e la politica, Ghibli 2005).

[2] Dal 1989 al 1992 Chaui è stata assessore alla cultura della città di San Paolo, nel primo governo cittadino guidato da una donna (Luiza Erundina). Tra gli assessori di quello che è stato definito da molti un governo unico nella storia della città vi era anche Paulo Freire, segretario all’educazione.

[3] Brasil: Mito Fundador e Sociedade Autoritária (2000).

[4] Raizes do Brasil (1936).

[5] Si tratta di una mobilitazione dei movimenti e dei partiti reazionari che il 19 marzo 1964 attraversò San Paolo, e che di fatto preparò il terreno per il golpe militare di due settimane dopo.

[6] Il consiglio municipale di San Paolo è un’assemblea composta da rappresentanti della società civile e dei diversi quartieri della città, che partecipano alla discussione ma che non hanno una funzione deliberativa.

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