venerdì , 14 dicembre 2018
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L’urlo di terrore del povero Pillon di fronte alla libertà delle donne

Il disegno di legge in materia di «affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità» è un disegno reazionario. Ciò non dipende dalla conclamata passione per il passato e la sua rigida disciplina sessuale che anima il suo principale estensore, il fanatico senatore leghista Simone Pillon. La proposta che porta il suo nome è reazionaria perché reagisce a uno dei più eclatanti e incontrovertibili effetti della libertà delle donne. La morte della famiglia non è ancora un fatto compiuto, ma senza dubbio la sua dissoluzione è inesorabilmente in atto. Le donne sanno da tempo che essere mogli e madri non è un destino inevitabile e che possono amare, godere e procreare al di fuori dell’usurato vincolo del matrimonio il quale ‒ anche quando è praticato ‒ è trattato come una condizione sempre reversibile. L’aumento del 57% dei divorzi tra il 2014 e il 2015, ovvero dopo l’approvazione del cosiddetto «divorzio breve», è un segnale piuttosto chiaro in tal senso. Di fronte a questa inarrestabile tendenza, che travolge ruoli e gerarchie sessuati, Pillon si fa promotore di un progetto di rianimazione della moribonda istituzione familiare. La perversione pianificatrice che lo muove rende questo progetto inattuabile senza forme di controllo capillari e probabilmente a loro volta impraticabili, tant’è vero che è già annunciata la sua riscrittura. Al di là degli effetti che produrrebbe se fosse attuato, perciò, il Ddl Pillon va letto alla luce dell’immaginario sociale che lo ispira. Esso è un atto ideologico perché, invocando un principio di parità tra i genitori, cerca in realtà di ristabilire l’autorità maschile e paterna quotidianamente minata dalle donne e dalla loro pretesa di libertà. Esso è un urlo di terrore, la risposta scomposta a comportamenti soggettivi che mettono materialmente in questione le gerarchie sessuate su cui si regge la società e la sua riproduzione ordinata. Esso è un segno di impotenza di fronte a una trasformazione di fatto irreversibile.

Il disegno di legge impone la pari responsabilità dei genitori separati o divorziati nei confronti dei figli in termini economici, di tempo e di scelte. In pratica, i figli dovranno avere la doppia residenza e passare con ciascun genitore almeno 12 giorni al mese. L’assegno di mantenimento diventerà obsoleto, poiché i genitori si occuperanno economicamente dei figli nei giorni che trascorrono insieme. La casa di famiglia sarà assegnata al suo legittimo proprietario oppure, se fosse in comproprietà, il genitore che vi risiede dovrà pagare all’altro un affitto. La «bigenitorialità» sarà perseguita attraverso un «mediatore familiare», al quale i genitori saranno ‘obbligati’ a rivolgersi ‘volontariamente’ per dirimere le controversie in relazione all’affido. Il mediatore sarà incaricato di redigere insieme alle parti un «piano genitoriale», approvato poi dal giudice, contenente una dettagliata specificazione dei loro rispettivi doveri e delle diverse attività dei figli, stabilite a tavolino senza alcun obbligo di consultarli. Se uno dei genitori impedisse all’altro di vedere i figli, o se questi rifiutassero di passare del tempo con uno dei genitori, il semplice sospetto che l’uno adotti «condotte manipolatorie» per alienare l’affetto filiale nei confronti dell’altro giustificherà l’intervento del giudice. Questi potrà comminare sanzioni fino a 6000 € e persino sospendere la responsabilità genitoriale, affidando i minori ad appositi centri affinché siano sottoposti a «uno specifico programma per il pieno recupero della bigenitorialità». Quest’ultima smette perciò di essere una responsabilità degli adulti per diventare il fardello dei figli, che dovranno imparare ad accettarla in ogni circostanza attraverso la rieducazione di Stato, anche quando il genitore non sia affatto interessato a svolgere il suo ruolo o lo svolga a suon di urla e magari anche di sberle. Il messaggio, in tutti i casi, è chiaro: per riportare all’ordine chi sceglie di rompere il vincolo familiare e riaffermare ruoli altrimenti instabili è necessario un deciso intervento legislativo, la cui efficacia dovrebbe essere garantita da molteplici misure preventive e punitive. Per rendere queste misure effettive, il povero Pillon avrebbe dovuto avere il coraggio di istituire una polizia delle famiglie incaricata di vegliare sulla loro puntuale applicazione, ma astutamente, per non dare troppo nell’occhio, e venire magari sospettato di essere un integralista con passioni totalitarie, si è accontentato di investire i mediatori familiari ‒ una categoria professionale alla quale per puro caso egli stesso appartiene ‒ di ampie facoltà di decisione e controllo da esercitare, ovviamente, in cambio di una lauta parcella.

Le intenzioni che animano cotanto zelo vanno quanto meno decifrate, prima di tutto mostrando le differenze là dove si parla di uguaglianza, parità e condivisione. Dietro al termine neutro «genitori» ci sono padri e madri e, prima ancora, uomini e donne. Dietro alle statistiche sciorinate nella premessa – che collocano l’Italia tra le percentuali più basse del mondo in termini di affido a tempi paritetici (1-2%) o condiviso (3-4%) ‒ c’è una divisione sessuale del lavoro che ritiene le donne ‘naturalmente’ responsabili della cura dei figli i quali per questo, nella maggior parte dei casi, sono affidati a loro dopo un divorzio o una separazione. Parlando di bigenitorialità, il Ddl Pillon nasconde questa asimmetria e con essa la sua precisa intenzione, cioè quella di difendere gli uomini come padri e come mariti, non tanto affermando la loro responsabilità di genitori, quanto ristabilendo i loro diritti e la loro autorità sui figli e sulle donne, come mogli e come madri. In questo senso, le misure economiche previste dal decreto non sono soltanto il tentativo di introdurre un deterrente alla separazione o al divorzio per le donne, che come è noto spesso non lavorano per curarsi dei figli o percepiscono un salario più basso di quello del marito. Esse, soprattutto, rivestono di un significato pienamente patriarcale la giustizia proprietaria che il Ddl si incarica di affermare tramite l’assegnazione della casa famiglia e l’abolizione dell’assegno di mantenimento. I membri della cosiddetta lobby dei padri separati sono autorizzati pubblicamente a disprezzare le loro ex-mogli come avide profittatrici, finalmente private della possibilità di avanzare qualunque pretesa nei loro confronti. Risarcendo questo sparuto gruppo di maschi frustrati, perciò, il DdL Pillon cerca di ristabilire un ordine materiale e simbolico che non regge i colpi della libertà delle donne, e persino si ripromette di assicurarne la presa sulle prossime generazioni rieducando i figli alla giusta e indiscutibile subordinazione all’autorità paterna, contro le madri scellerate che si sono permesse di metterla in questione.

Il fatto è che quell’autorità vacilla materialmente, e che le donne non accettano di essere mogli obbedienti e prone, al di là delle difficoltà economiche e delle ritorsioni che questa scelta può comportare. Per questo il Ddl immagina ogni mezzo per obbligarle a stare al proprio posto, fino al punto di legittimare implicitamente la violenza domestica come una delle pratiche che garantiscono gli autonomi «bilanciamenti ed equilibri» della famiglia e contribuiscono a renderla indissolubile. Esso introduce così un fantasioso gioco di diritto in virtù del quale l’accusatrice rischia di trasformarsi magicamente in imputata, perché elenca le denunce di violenza domestica da parte delle donne tra i possibili casi di «accuse false e infondate», ovvero audaci «manipolazioni psichiche» volte ad allontanare il marito dai figli. Come tali, queste denunce non solo potranno determinare «la decadenza della responsabilità genitoriale» della madre, ma non saranno neppure ritenute sufficienti a decretare l’allontanamento da casa del padre o marito accusato di violenza in attesa di accertarne la responsabilità. In questo modo Pillon vorrebbe imporre un nuovo ‘patto matrimoniale’ siglato simbolicamente tra Stato e uomini, un patto che si incarica di schiacciare il rifiuto della violenza praticato quotidianamente dalle donne, tutelando gli uomini che della violenza si servono per affermare la propria contestata autorità. Per questo, il disegno di legge non riguarda soltanto l’affidamento dei figli minori nei casi di separazione e divorzio che dovrebbe regolare. Piuttosto, con un’operazione su larga scala tanto ideologica quanto disperata, esso pretende di far salvi i ruoli, l’autorità e le gerarchie che garantiscono l’ordinata riproduzione della società anche quando la famiglia, che di quella riproduzione è un’istituzione chiave, inesorabilmente si dissolve.

La condanna del disegno di legge è arrivata in primo luogo dai Centri antiviolenza: se fossero attuate, le misure previste renderebbero ancora più difficile per le donne rifiutare la violenza di cui sono vittime tra le mura domestiche, esponendo bambine e bambini agli abusi e costringendoli a vivere una situazione che nulla ha a che fare con un loro «sano sviluppo». Indubbiamente quest’eventualità va scongiurata in tutti i modi, ma per farlo è necessario aggredire il DdL Pillon come una manifestazione eccessiva ed esasperata delle politiche neoconservatrici e razziste che sostengono il neoliberalismo a livello globale e che in Italia sono abbracciate senza esitazioni dal governo grillo-leghista. I proclami antiabortisti del ministro Fontana, che fanno eco a quelli diffusi dalla Polonia all’America Latina, sono l’altra faccia della battaglia ideologica e istituzionale sostenuta dal razzista Salvini, che a sua volta non è diversa da quella messa in campo da Trump quando invoca le espulsioni di massa e la nomina di un giudice accusato di stupro e antiabortista alla Corte suprema. Patriarcato e razzismo convergono infatti brutalmente nel Decreto sicurezza in corso di approvazione: questo riconosce la violenza domestica tra i «casi speciali» che possono motivare la concessione del permesso di soggiorno alle donne migranti, ma la possibilità di comprovare quella violenza è demandata alla giustizia patriarcale del paese di arrivo, mentre gli stupri che esse subiscono nel corso del loro viaggio non costituiscono ragione sufficiente per ottenere il permesso e sono perciò legittimati. Le donne e i migranti devono pagare il prezzo delle briciole che il governo gialloverde distribuisce a categorie sociali ristrette e isolate, siano esse padri separati, un certo numero di partite IVA, piccoli imprenditori, poveri immorali destinati a lavorare duro in cambio di un misero reddito, un risicato numero di lavoratori ‘stabili’ che possono contare sull’agognato raggiungimento della quota 100. Non è un caso che le prime misure legislative di questo governo colpiscano le donne e i migranti. L’odio verso le donne e quello verso i migranti sono due facce della stessa medaglia, ed entrambi legittimano la violenza come ordinaria pratica sociale. Si tratta anche in questo caso di una pratica reazionaria, perché cerca di rincorrere e sopprimere inarrestabili movimenti di libertà che sfidano ogni giorno le gerarchie e la violenza della società globale, che non accettano le briciole, che contestano praticamente i rapporti sessuati di potere, gli imperativi dello sfruttamento e della divisione sessuale e transnazionale del lavoro, il regime dei confini.

Se Pillon può contare sul manipolo di patriarcalisti neoliberali al governo in diverse parti del mondo, noi abbiamo alle spalle un’internazionale femminista, il movimento globale di milioni di donne che, come è accaduto in Brasile, hanno la capacità di organizzare uno schieramento di massa contro l’alleanza violenta tra neoliberalismo, dominio maschile e razzismo. Questo è ciò da cui dobbiamo partire, anche in vista del prossimo 25 novembre, rispondendo all’urlo di terrore di Pillon e della sua banda con un urlo, spaventoso e appassionato, di libertà.

 

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