giovedì , 15 novembre 2018
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La povertà abusiva. Casa, razza e nazione in Emilia Romagna

In effetti dissociarsi da Elisabetta Gualmini non ha molto senso. Le sue posizioni sono però un’espressione di quel razzismo democratico che ha segnato il tristo tramonto politico del PD e che evidentemente non è ancora sazio di se stesso. Leggiamo sulle pagine dei quotidiani locali bolognesi che la vice-presidente della Regione Emilia-Romagna vorrebbe introdurre una nuova misura per combattere il fenomeno dell’abusivismo nell’accesso all’edilizia popolare. Non potendo invocare una qualche – ennesima – emergenza cui sarebbe obbligatorio far fronte, il progetto muove da un mero dato di fatto: a entrare nelle case popolari sono i poveri e molti di essi al momento sono migranti.

Invece che interrogarsi su questa situazione, in una regione in cui i migranti contribuiscono al 12% del PIL (tanto per usare numeri e percentuali che aggradano alle istituzioni emiliano-romagnole), Gualmini propone un’importante novità: chi fa domanda per un alloggio popolare deve dimostrare di non possedere nessun immobile, neppure fuori dall’Italia. All’apparenza tutto bene: è giusto e ragionevole riservare questo diritto ai soli “impossidenti” reali, perché sappiamo quante persone si presentano al fisco italiano come nullatenenti e poi hanno ville, barche, imprese in giro per il mondo. Chissà perché, però, ad agitare i sonni della vicepresidente Gualmini non sono i proprietari di ville alle Cayman, ma «lo straniero con una casa a Tunisi». I soliti migranti approfittatori, che non si accontentano del loro “posto al sole”: se hai una casa in Africa, tanto vale che te la godi, invece di venire nella ridente pianura padana a prendere un salario da fame, fare una vita da povero e chiedere case che sono già così poche per gli italiani. Insomma, una casa è sempre una casa, e se ne hai una non fare il furbo. La sottilissima Gualmini – che di suo, si sa, è una scienziata politica – non prende nemmeno in considerazione il fatto che essere titolare di una casa di proprietà in Siria, Somalia, Eritrea o Nigeria probabilmente equivale a non essere titolare di niente, se in quella casa non ci puoi tornare, se non a tuo rischio e pericolo. E non sa nemmeno che sempre di più a essere proprietari di case in posti come Tunisi, una nuova frontiera della speculazione immobiliare, sono grandi investitori internazionali, compratori europei o anche italianissimi che decidono di godersi la vita sulle coste del Mediterraneo, rendendo il costo della casa proibitivo per chi, anziché migrare, decide di rimanere in Tunisia.

Invece di parlare di una manciata di truffatori che investe in beni immobiliari all’estero (magari in un qualche paradiso fiscale), si punta così il dito contro i migranti, che si teme – suggerisce l’intervistatrice di Gualmini – superino numericamente gli italiani nell’assegnazione degli alloggi popolari nei comuni della regione. Alloggi che, tra le altre cose, sono sempre più l’unica possibilità di trovare casa per i migranti, già fortemente penalizzati quando si tratta di prendere in affitto anche solo una stanza. Perché l’Emilia Romagna non è razzista, ma non tutti affittano una casa ai migranti. Se si mette insieme questa proposta di restringere l’accesso all’edilizia popolare con la diffusa limitazione della concessione della residenza ai migranti e il Daspo urbano per i senza tetto – previsto dalla legge Minniti e prontamente recepito dal Comune del capoluogo emiliano-romagnolo – i poveri, e tra loro soprattutto i migranti, praticamente non possono vivere da nessuna parte. La povertà è diventata abusiva. D’altronde, non c’è niente di nuovo per chi subisce quotidianamente i ricatti striscianti di questure e prefetture: la proposta della Regione va ad aumentare gli ostacoli burocratici disseminati nelle vite delle e dei migranti, condannandoli a uno stato di continua incertezza, ricatto, clandestinità, crescente esclusione da qualunque tipo di servizio sociale. Ostacoli che costituiscono lo strumento centrale e violento di politiche volte a legittimare e concretizzare la convinzione che la vita delle e dei migranti valga di meno. La passione per il formalismo giuridico viene così messa nel dimenticatoio quando c’è da esigere da migranti e richiedenti asilo documenti, certificazioni, dichiarazioni che non sono previsti dalla legge e che servono soltanto a mostrare quante umiliazioni e soprusi si possano produrre in punto di fatto se non di diritto. L’importante è non dare l’impressione che donne e uomini migranti possano vivere in sicurezza, così come non possono donne e uomini italiani.

Ma stavolta l’operazione è davvero subdola. Si vuole instillare il dubbio che chi fa domanda per un alloggio popolare non sia davvero in condizione di bisogno, ma faccia finta, che voglia solo imbrogliare gli uffici e scavalcare gli italiani poveri i quali, tutelati dagli abusi dei poveri stranieri disonesti, si possono finalmente considerare poveri privilegiati. Insomma, dopo i “successi” di Minniti nell’aiutarli a rimanere a casa loro e la straordinaria prova elettorale, il PD punta a uscire dal congelatore urlando anche lui: prima gli italiani! In Regione tutto è pronto per assecondare i desideri più audaci dei vincitori delle elezioni, anzi anticiparli. E nel caso farli propri per senso di responsabilità istituzionale. Un’inclinazione che evidentemente non è solo emiliano-romagnola, visto l’impegno profuso oggi dal sindaco del PD di Ventimiglia per combattere l’«abusivismo» delle tende messe in piedi dai migranti che cercano di raggiungere la Francia, una degna continuazione della lotta intrapresa dal Movimento 5 stelle contro «i taxi del mare». Insomma, un po’ più a destra o un po’ più a sinistra, purché al governo sulla pelle dei migranti.

PS: non è dato sapere cosa Gualmini intenda fare con chi invece di case ne ha tante e le tiene vuote, contribuendo così a rendere gli affitti inarrivabili per tutti, italiani e migranti, stanziali o di passaggio.

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