domenica , 23 settembre 2018
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Argentina 2017. Violenza neoliberale e trasformazione dello Stato

di SEBASTIAN TORRES

Pubblichiamo un intervento in forma epistolare di Sebastian Torres, un compagno argentino che ha già collaborato con noi negli ultimi anni, nel quale viene tracciato un primo bilancio del regime neoliberale del governo Macri, dopo il suo successo nelle elezioni di medio termine. Il recente passato argentino è stato caratterizzato da un deciso protagonismo dei movimenti, che sono riusciti a conquistare quote evidenti di potere sociale. Allo stesso tempo la politica kirchnerista, che cercava di catturarne e indirizzarne la vitalità, si è retta anche grazie a una peculiare combinazione di nazionalismo, statalismo e neo-estrattivismo, che di fatto ha anticipato alcune scelte del nuovo governo. È probabilmente giunto il momento di formulare un giudizio articolato tanto sulle vicende argentine quanto sulle esperienze latino-americane degli ultimi anni e sul loro tentativo di inceppare il tempo complessivo della globalizzazione neoliberista. D’altra parte, la violenza con cui si vuole oggi cancellare ogni traccia di quelle esperienze segnala che esse sono state certamente percepite come una minaccia intollerabile all’ordine neoliberale. Per questo occorre chiedersi se la fine del kirchnerismo non possa segnare anche la fine dell’incanto peronista e della sua ipoteca simbolica e pratica sull’immaginazione politica argentina. Questo intervento evidenzia intanto due elementi particolarmente significativi del processo di riaffermazione del neoliberalismo. In primo luogo esso registra l’intensità e la rapidità con cui il neoliberalismo argentino impone il proprio dominio sociale spazzando via, con la repressione e la violenza, ma anche con il monopolio della comunicazione e l’egemonia sul discorso pubblico, ogni forma di mediazione politica. La sua capacità di penetrazione è da molti punti di vista sorprendente e pretende appunto di essere spiegata con quanto successo nei decenni precedenti. Il secondo elemento è dato dal fatto che ormai i movimenti sociali costituiscono la più importante forza di opposizione politica e sono di conseguenza il bersaglio privilegiato della violenza statale e mediatica. Il tentativo del governo Macri di approvare una riforma delle pensioni per decreto e gli scontri durati per ore che, per il momento, lo hanno impedito sono il segno più chiaro della polarizzazione in corso. In questo scenario, in cui si esprimono trasformazioni globalmente rilevanti dello Stato neoliberale ed emerge con feroce chiarezza la centralità della violenza come garante della riproduzione sociale, soprattutto l’esperienza di Ni una Menos indica la possibilità di un’iniziativa capace di produrre processi di politicizzazione e connessioni inedite tra donne, studenti, precari e comunità indigene che in modi diversi di quella violenza fanno esperienza e quotidianamente vi si oppongono.

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Care compagne e cari compagni,

poco più di due anni fa vi ho inviato un testo sul processo elettorale argentino molto carico di speranza ed erroneamente troppo fiducioso. La convinzione è fuori discussione, però la fiducia deve essere la madre dell’autocritica. Ora ci troviamo in una situazione ben diversa. Queste note, scritte in tempi cupi, sono però intimamente connesse con quelle che vi ho spedito allora.

Lo scorso ottobre si sono tenute le elezioni parlamentari di medio termine, con un considerevole trionfo del governo di Macri. Dopo due anni di aumento della disoccupazione, di svalutazione del peso, di incrementi esorbitanti del costo dei servizi pubblici, di chiusura di industrie, di grandi negoziati con le imprese transnazionali, di incarceramento di figure di spicco dei movimenti sociali (come la dirigente indigena Milagro Sala, tenuta in prigione senza tenere in minimo conto le denunce delle organizzazioni internazionali dei diritti umani), e nel contesto del ritrovamento, in un fiume della Patagonia, del corpo senza vita del militante Santiago Maldonado (scomparso alcuni mesi fa in seguito a una operazione illegale della Gendarmería Nacional contro una comunità aborigena Mapuche, che resisteva alla cacciata dalle proprie terre da parte del magnate Benetton): dopo tutto ciò, il governo trova una nuova legittimazione. Il dispiegamento della violenza statale non ha limiti, la repressione della protesta sociale e il silenzio assordante della giustizia sono diventati la regola (mentre scrivo queste righe è stata resa pubblica la morte di un giovane Mapuche, Rafael Nahuel, durante un altro sgombero violento delle comunità indigene della Patagonia argentina).

I politologi ci spiegano che nella storia argentina è quasi una regola che i nuovi governi vincano le elezioni di medio termine; tuttavia, aldilà delle statistiche, la situazione continua a essere disastrosa e tale da confondere qualsiasi tentativo di comprensione. Nel 2015 la vittoria elettorale dell’attuale presidente è avvenuta con un margine molto ridotto, ed è stata riempita di promesse abbandonate non appena il governo si è insediato. Si pensava che un solido terreno di diritti civili e sociali conquistati una volta per tutte, una base consolidata di cultura democratica, così come una società attiva avrebbero posto un freno alle politiche di aggiustamento, nel caso in cui esse avessero superato i limiti tollerabili di un’azione di governo che si sapeva orientata in direzione neoliberista. Invece ci vorrebbero molte pagine per descrivere la distruzione dello Stato sociale in ogni settore, e al contempo l’ampia opera di privatizzazione. A ottobre 2017 il trionfo di Macri alle elezioni è stato particolarmente significativo, poiché la campagna elettorale aveva anticipato senza mezzi termini le riforme neoliberali più importanti che ora sono in via di attuazione: riforma della previdenza sociale (con la riduzione delle pensioni e la collocazione del fondo previdenziale nelle mani della speculazione finanziaria), riforma del lavoro (che riporta la situazione al diciannovesimo secolo), riforma tributaria (orientata fondamentalmente alla riduzione del debito pubblico e delle imposte per le grandi imprese) e riforma giudiziaria. Quella che il presidente Macri ha chiamato la nuova era di un «riformismo permanente» comincia a essere accettata anche da parte dei maggiori partiti di opposizione, da una parte considerevole della CGT (Centrale Generale dei Lavoratori) e degli imprenditori.

Come è possibile tutto questo, dopo un’esperienza politica di oltre dieci anni – non solo argentina, ma più in generale latinoamericana – che ha tolto terreno ai poteri economici, ha reintrodotto il compromesso sociale, ha permesso di recuperare delle culture politiche emancipatrici? L’esperienza politica latinoamericana, unica nel suo genere all’inizio di un ventunesimo secolo, completamente egemonizzato dalla destra neoliberale, è oggi l’oggetto di una cancellazione da parte di coloro che hanno visto in essa la minaccia di un’alternativa, di una nuova scommessa. Lo scenario internazionale, che non si è risparmiato nel pronunciarsi contro i pericoli del «chavismo» e del «populismo» (con un disprezzo per la storia di un continente che nel ventesimo secolo è stato attraversato meno di tutti gli altri dalle guerre, e che però è stato profondamente segnato dalla violenza senza fine del colonialismo e dai colpi di Stato appoggiati dalle democrazie occidentali), oggi riserva grandi onori a un governo che sta smantellando le basi essenziali dello Stato di diritto e operando per rimuovere ogni memoria delle lotte sociali. Questi onori, peraltro, non si traducono in appoggi concreti: dopo gli anni ’90, il neoliberalismo ha smantellato il Washington Consensus, trasformando la scena internazionale in un campo di battaglia.

Mai prima d’ora nella storia l’Argentina ha conosciuto una concentrazione di potere così rapida. I gruppi economici monopolistici hanno assunto direttamente la guida dello Stato, senza la classica mediazione dei partiti politici. Oggi non vi è alcuna «negoziazione» tra il capitale e la sua legittimazione politica: gli amministratori delegati delle imprese multinazionali occupano i ministeri statali, il presidente e il suo nucleo ristretto di consiglieri provengono dalla destra oligarchica e golpista. Padroni del paese, padroni dei mass media e adesso anche padroni dello Stato, del suo apparato repressivo e del potere giudiziario, dopo le elezioni i vincitori hanno dato avvio a una persecuzione politica, mediatica e giudiziaria nei confronti dell’unica opposizione partitica esistente, ovvero il kirchnerismo. Contro ogni principio di garanzia processuale sono stati incarcerati un ex-ministro e attuale deputato (Julio De Vido) e l’ex-vicepresidente (Amado Boudou), sono stati cacciati amministratori e giudici critici per «normalizzare» il potere giudiziario, con il silenzio assoluto della Corte Suprema di Giustizia. L’unica risoluzione di quest’ultima è stata quella di cercare di far approvare la riduzione di pena ai colpevoli di crimini contro l’umanità della dittatura civico-militare, tentativo bloccato da una delle più importanti mobilitazioni sociali che abbia conosciuto la nostra democrazia, l’unica ad avere avuto successo nei confronti degli attacchi governativi. Tutto mira a disciplinare qualsiasi forza sociale e politica, ma anche gli stessi poteri statali, al punto che è stata già annunciata la possibilità di incarcerare Cristina Fernández de Kirchner, simbolo dell’unica opposizione esistente tanto per i suoi sostenitori quanto per gli avversari, la sola che non abbia ceduto (come invece è accaduto per parte del kircnherismo) alle estorsioni esplicite e violente e alle minacce pubbliche del presidente e dei suoi ministri.

Cristina Kirchner, dopo essere stata la prima presidentessa donna e l’autorità esecutiva più votata della storia, è ora la personificazione di tutti i mali, oggetto della campagna diffamatoria più violenta che si ricordi; alle elezioni legislative di ottobre, sebbene non abbia vinto, ha ottenuto il migliore risultato elettorale per una candidata dell’opposizione. Senza il sostegno dell’apparato del partito peronista, che unitosi al governo di Macri aveva festeggiato la sua «sconfitta», Kirchner ha organizzato un suo partito (il Fronte Cittadino) per concorrere alle elezioni; tuttavia la logica conservatrice neoliberale cresciuta nel paese è orientata proprio a neutralizzare «il tempo dell’eroismo», per quanto commovente possa essere stato: contro di esso, come nel caso delle Madri e delle Nonne di Plaza de Mayo, essa mette in azione i dispositivi patologizzanti con cui viene trattata la pazzia. In questo momento, per come e dove sembra orientarsi il mondo, qualsiasi orizzonte di emancipazione e di giustizia sembra anacronistico: viviamo in tempi di oscurità.

E tuttavia sappiamo anche che oggi l’opposizione politica non può essere né solo, né in misura predominante, quella dei partiti e dei sindacati. Oggi il peronismo e la CGT replicano le modalità classiche della negoziazione, e non dell’opposizione; e il kirchnerismo non è in grado di porsi a capo del peronismo ed è possibile che non lo farà nei prossimi tempi. A differenza del neoliberalismo degli anni ’90, che ha utilizzato l’apparato peronista, la nuova destra, come si è detto, cancella qualsiasi mediazione politica e si regge su un clima di «golpe istituzionale», che marginalizza il regime rappresentativo (va ricordato che in Paraguay e in Brasile essa ha ottenuto il potere attraverso dei colpi di Stato istituzionali, come peraltro ha tentato di fare nel corso degli anni in Venezuela; che in Argentina abbia vinto le elezioni modifica di certo lo scenario, ma non introduce una differenza sostanziale). Per queste ragioni, un attore politico centrale è costituito dai movimenti sociali, che i governi progressisti hanno erroneamente tenuto a distanza, confidando troppo sul controllo momentaneo dei poteri istituzionali – nonostante venissero permanentemente accusati di essere anti-istituzionalisti. I movimenti si sostengono sugli esclusi dal sistema economico, difendono l’ambiente contro l’estrattivismo minerario, sostengono le economie popolari contro la violenza istituzionale, partecipano alla lotta permanente degli organismi di difesa dei diritti umani e ai nuovi movimenti femministi, in particolare l’importante movimento Ni Una Menos (senza dimenticare la CTA, centrale sindacale nazionale non allineata con la CGT): oggi queste forze sociali esprimono un alto grado di politicizzazione. L’eredità dell’attivismo militante si sta quindi dirigendo sempre più verso questi movimenti che non verso le strutture di partito.

In particolare il movimento Ni Una Menos, nato da un grido che segna un limite – Basta femminicidio! – denuncia ogni violenza di genere mobilitando migliaia di attiviste tanto nello spazio pubblico come in ogni spazio della vita sociale. Nella sua singolarità, attraversata da posizioni diverse – in taluni casi anche contraddittorie –, da nuove tecnologie e nuove forme di impegno, totalmente transgenerazionale, Ni Una Menos esprime una nuova mappa della protesta sociale. Stiamo parlando di un altro grado di politicizzazione, poiché la sua origine, relativamente spontanea e trasversale, che comprendeva anche personalità dei media egemonici e militanti che si identificavano con il governo, ha acquisito rapidamente posizioni critiche di fronte alla politica statale e al presidente Macri (non solo per le sue abituali dichiarazioni machiste, ma anche per l’arresto illegale di Milagro Sala – donna, militante sociale, indigena), il quale si disinteressa delle richieste provenienti dal movimento e lo guarda con una certa diffidenza. Inoltre Ni Una Menos produce dei momenti di articolazione e traduzione con altre richieste sociali, senza per questo perdere la propria legittimità.

Quello che è interessante dei movimenti sociali è che le domande formalizzate ‒laddove esse costruiscono proposte concrete ‒ non si ripiegano su identità chiuse (senza smettere di sostenere con forza le identità delle «vite danneggiate»), sono solidali tra di loro e sempre più confluiscono nell’identificazione del carattere violento ed escludente del potere neoliberale che oggi è al governo. In molti casi sono quelli che con la loro resistenza denunciano il ritiro dello Stato da tutte quelle aree che corrispondono ai settori più colpiti dalle sue logiche di dominazione, nei differenti spazi del tessuto sociale; sono critici dello Stato capitalista, patriarcale, poliziesco e coloniale, però non sono necessariamente anti-istituzionalisti. Lottano per una trasformazione sociale e culturale, esigono diritti, cercano di sperimentare nuove forme istituzionali, nuove forme di riconoscimento, nove forme d’uguaglianza, nuove forme di sapere, in una discussione costante sui modi d’organizzazione e sulla strategia politica.

La nostra storia recente ci permette di riconoscere la differenza tra uno Stato col quale discutere, e anche dissentire, e uno Stato che risponde soltanto con il disprezzo e la repressione. Il nostro presente, tuttavia, ci impone di andare oltre questa analisi. Questo avanzamento è possibile perché i differenti movimenti condividono un’impronta riconoscibile nella cultura argentina – significativamente debitrice del movimento per i diritti umani –, che nel suo profondo contenuto sociale e nella sua resistenza di fronte agli attacchi che cercano di delegittimare la mobilitazione sociale denunciandone la «politicizzazione», si posiziona esattamente lì, dentro la politica, contro la depoliticizzazione delle violenze sociali, e lì crea delle fratture nel potere esistente. Questo non implica, ovviamente, che il carattere plurale, frammentario e incostante dei movimenti sociali smette di essere un problema nel pensare la politica contemporanea, tra autonomismo ed egemonia. Inoltre, poiché i movimenti nascono da processi di democratizzazione radicale, essi si interrogano su come rispondere a Stati che ricorrono soltanto alla criminalizzazione mediatica e giudiziaria e alla repressione. I timori sono reali, la disperazione politica è forte, però la lotta continua a essere l’unico orizzonte possibile; per questi motivi anche noi siamo in un momento in cui c’è l’esigenza di ridefinire tradizioni e strategie.

Ci sbaglieremmo, insomma, se leggessimo il presente come una nuova modalità della contesa tra le alternative politiche contrapposte che hanno segnato drammaticamente tutta la storia nazionale argentina. L’apparato mediatico-giuridico del governo disprezza tutte le forme di rappresentazione ed espressione politiche conosciute (politiche, sindacali, sociali, culturali, incluso quelle dei suoi propri alleati). L’ingiuria e l’ironia costituiscono il linguaggio dominante. Come ha sostenuto il capo di gabinetto dei ministri Marcos Peña (cugino di Miguel Braun, attuale ministro del commercio, entrambi appartenenti alla famiglia che ha colonizzato la Patagonia a inizio del ventesimo secolo), noi argentini abbiamo una relazione patologica con il passato: «devi pensare alla vita e lasciare i morti nel passato». In questo passato che vogliono seppellire, come le imprese estrattive delle «mega-miniere» seppelliscono i fiumi e i ghiacciai, non ci sono solo i nomi dei grandi partiti popolari in Argentina (dal liberalismo alla sinistra), ma si incontrano anche i nomi che esprimono queste grandi contese politiche: repubblica, costituzione, classe operaia, movimenti sociali, cittadinanza, partiti politici, giustizia sociale, diritti umani, libertà, uguaglianza, democrazia, emancipazione. Non si tratta, quindi, di una disputa per i significati e le pratiche che veicolano questi nomi, bensì della loro cancellazione assoluta, per sostituirli con un nuovo linguaggio imprenditoriale, bellicoso, emozionale, la cui estensione è desolante.

Quando il neoliberismo interpella una soggettività pre-politica, attiva allo stesso tempo un’identità della destra conservatrice e reazionaria. Un «mondo felice» non è il contrario di un mondo violento; per questo il governo permette l’intervento illegale delle forze di sicurezza nelle scuole e nelle università, infiltra le manifestazioni pubbliche e processa una giovane perché aveva twittato una minaccia contro il presidente: azioni su scala differente, ma il cui obbiettivo comune è la dissoluzione di ogni misura e criterio su un tema rilevante come la sicurezza. Il «terrorismo» è (come lo è stato ai tempi della persecuzione della sinistra) l’equivalente generale per convertire ogni protesta in un attentato contro la sicurezza e l’ordine. Gli effetti sociali sono devastanti, poiché in diverse istituzioni, così come nella vita quotidiana, un settore della società si sente completamente legittimato a introdurre pratiche di persecuzione politica: nelle scuole si sanzionano gli studenti e sul lavoro gli impiegati per le loro manifestazioni politiche, nelle istituzioni educative si proibisce di parlare di temi sociali attuali, cresce la censura mediatica, per strada si tornano a sentire discorsi esplicitamente a favore della dittatura, discorsi xenofobi, maschilisti, e soprattutto il violento disprezzo contro le classi popolari.

In Argentina, anche se non soltanto qui, il governo degli amministratori delegati è allo stesso tempo un governo coloniale dei padroni delle grandi aziende agricole: un neo-colonialismo che considera il mondo come una terra senza leggi, totalmente disponibile alla loro volontà di conquista e di saccheggio. In questo progetto sociale, la soggettività imprenditoriale è al tempo stesso una soggettività poliziesca: l’imprenditore di se stesso è, per estensione, anche un vigilante di tutto quello che perturba il progresso individuale, vigilanza che si materializza nel nome “politica”. Ormai lontani dal progetto civilizzatore del cittadino liberale, rappresentante della legge e dell’ordine, soggetto di diritto, con precise matrici di classe, culturali, ecc., la nuova soggettività non porta nessuna bandiera. La rappresentazione del mondo che promuove, la promessa che impone, non solo non è estendibile alla collettività, ma non è nemmeno formalizzabile istituzionalmente. Il grado inusitato di violenza che essa sviluppa su scala globale e sovrastrutturale continua in una profusione della violenza su un piano orizzontale, a partire da un nuovo regime degli affetti completamente slegato da ogni forma di socialità e da ogni logica d’uguaglianza formale. Le posizioni politiche, le identità sociali e la vita popolare sono «giudicate» allo stesso modo dei crimini nelle serie televisive. Un nuovo regime del godimento, la cui soddisfazione viene sempre differita, incontra la sua materializzazione più immediata nel cinismo sulle vite altrui, per quanto appaiano simili e prossime alla propria.

Oggi si moltiplicano gli studi sulle «nuove destre», il «neoliberismo», il «semio-capitalismo» e la «novità» di questo governo; le scienze sociali e i differenti organismi non governativi rivelano le trasformazioni in differenti ambiti della vita sociale ed istituzionale. Tuttavia, la pazienza dell’analista e la temporalità specifica della teoria sono messe nel sacco dalla velocità delle trasformazioni; per questa ragione sono sempre di più le voci che, da diversi ambiti e percorsi, mettono in guardia con toni disperati contro la terribile erosione della democrazia e chiamano a gran voce alla lotta contro il neoliberismo, il neo-conservatorismo, l’antipolitica. Il momento argentino convoca oggi i partiti politici, gli intellettuali, le organizzazioni operaie e sociali, davanti a una situazione drammatica per il paese, però la ricezione del messaggio è ancora modesta, troppo pragmatica o intorpidita. La nostra richiesta, il nostro richiamo, non sono differenti da quelli che immaginiamo si potrebbero ascoltare in altri luoghi del mondo: un richiamo alle memorie, alle identità, alle tensioni e contraddizioni che in ogni epoca hanno tessuto la trama delle lotte politiche, costituzionali e culturali, a partire dalle quali sono stati scritti i linguaggi polemici di una società che vuole essere più giusta. I nostri dubbi e le nostre incertezze possono essere molti, però provengono da una convinzione profonda. Che fare? La domanda non contiene già la sua risposta, ma si iscrive nell’ordine più incalzante di un’esigenza esistenziale, nella quale si gioca la possibilità di creare una distanza di fronte all’abisso della storia che è il nuovo potere fattuale.

Un abbraccio, compagni e compagne,

Sebastian Torres

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