martedì , 17 luglio 2018
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Minniti e il Daspo democratico

Alla fine del ‘700 Jeremy Bentham pianificava una rivoluzione che avrebbe dovuto eliminare il rischio di ogni rivoluzione. Per il «genio della stupidità borghese», come lo ha definito Marx, si trattava di internare gli indigenti nelle «case d’industria» per garantire la sicurezza della proprietà. Osservando tutti i giorni la miseria di mendicanti e straccioni, i lavoratori poveri avrebbero potuto vedervi il proprio destino sempre possibile e sospettare che quella miseria non fosse il risultato della colpa individuale di non lavorare abbastanza, ma dalla proprietà come istituzione. Lontano dagli occhi, lontano dalle tasche dei padroni e dalle casse dello Stato.

Di Bentham, Minniti condivide senz’altro la stupidità borghese, ma certo non il genio. Il primo non avrebbe mai previsto una sanzione inesigibile come quella di 100 € comminata ai dieci destinatari dei primi «Daspo urbani» bolognesi, allontanati dai portici di Viale Masini dove trascorrevano la notte. È vero però che lo scopo del Comune di Bologna, che ha applicato la misura di «sicurezza urbana» con un impeto democratico spietato e stupidamente borghese, non è certamente l’incasso, né tanto meno favorire il transito pedonale in città. L’obiettivo è semmai di governare l’insicurezza cancellando i segni della possibile e temuta caduta in povertà di un numero crescente di uomini e donne. Decentrando il potere repressivo ai sindaci, la legge Minniti si rivela per quel che è: un risarcimento populista dei loro poveri bilanci. Mentre altri esponenti dello stesso Partito democratico esercitano la loro buona coscienza definendo queste misure come disumane, il Daspo bolognese segna l’entrata a regime di un democratico governo dell’insicurezza che non esprime il delirio di qualche sindaco della periferia leghista o fascista e non ha più nemmeno bisogno di appellarsi all’emergenza. I democratici rappresentanti ufficiali della paura si scagliano  contro le esistenze di alcuni individui che sono per definizione una minoranza.

Poiché l’internamento è plausibile solo per i migranti senza permesso di soggiorno e sarebbe d’altra parte troppo costoso ‒ come mostrano i «piani freddo» sempre improvvisati e insufficienti anche solo per soddisfare la logica emergenziale che li guida ‒ il Daspo offre alle amministrazioni locali la comoda soluzione dell’espulsione. Secondo il modello calcistico al quale si ispira, dopo il primo cartellino giallo chi abusa illecitamente dello spazio pubblico per dormire può vedersi consegnato in ogni momento il cartellino rosso di un foglio di via. A chi ancora pensa che i migranti siano una sorta di corpo estraneo della società, che nella migliore delle ipotesi va accolto benevolmente, l’efficiente Minniti mostra con chiarezza l’errore. Sulla loro pelle si è esercita apertamente un governo che punta a espellere chi non ha sufficiente capitale umano per gestire individualmente i rischi della propria esistenza ed è perciò condannato a essere inservibile.

Non siamo perciò di fronte all’estetica di una città vetrina, dato che di notte le vetrine sono spente e i consumatori dormono. Visto che la povertà non è una condizione marginale e neppure eccezionale, è utile e necessario additare i poveri e i migranti come minaccia alla sicurezza, cioè come concorrenti sleali alle briciole del welfare. E, dal momento che non c’è più nemmeno un’industria in cui occuparli in maniera coatta, i poveri devono tornare da dove sono venuti. A ciascuno il suo povero è il motto del ministro Minniti. Il punto è soltanto capire quando precarie, migranti e operai si stancheranno di essere minacciati dalla povertà. E succederà. Si era sbagliato Bentham, figuriamoci se può avere ragione un Minniti qualsiasi.

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