venerdì , 24 novembre 2017
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Lavoro migrante e frenesia logistica tra Germania ed Europa

di ISABELLA CONSOLATI e MAURIZIO RICCIARDI

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Come ogni tempesta anche quella dei migranti che ha investito l’Europa nel 2015 si è alla fine acquietata. La rotta balcanica è in apparenza chiusa. Il recente risultato delle elezioni austriache sembra essere il sigillo in grado di impedire a nuovi migranti di turbare i sogni neoliberali dei paesi dell’Europa centrale. Eppure non tutto è come sembra. Non solo i migranti continuano a muoversi approfittando di ogni varco, ma anche quelli arrivati nella «accogliente» Germania non sono soltanto oggetto di accoglienza. Se non si leggono i movimenti dei migranti solo attraverso le dichiarazioni di Angela Merkel, si nota facilmente che nell’accoglienza c’è qualcos’altro oltre alle buone intenzioni, le differenze culturali, le peripezie dei monoteismi, il fantasma dell’integrazione e il suo rovescio terrorista. Centinaia di migliaia di migranti sono fuggiti in cerca di libertà, di una vita senza l’ipoteca mortale della guerra, della povertà e della sopraffazione. Arrivati in Germania si sono trovati davanti l’accoglienza nelle vesti della coazione al lavoro. Ciò non significa evidentemente che il lavoro sia la sola categoria che consente di leggere i movimenti migratori. È però fuori di dubbio che per riprodurre le loro vite le migranti e i migranti sono messi al lavoro in condizioni e con regole particolari che determinano in maniera irresistibile le loro esistenze. Fuggiti cercando libertà, ciò di cui non riescono a liberarsi e incontrano immediatamente è quella cosa che un tempo si chiamava capitale. Se si vuole confrontarsi con la loro condizione non si può dunque evitare di considerare la centralità politica del lavoro migrante e l’importanza che esso riveste non solo per i migranti, ma anche per tutti coloro che sono altrettanto obbligati a riprodurre la propria vita passando attraverso il cosiddetto mercato del lavoro. Sotto la dura crosta dell’accoglienza europea molti uomini e molte donne sono costrette al lavoro e cercano costantemente di sfuggire alle condizioni e alle regolazioni che esso stabilisce sul ritmo e la qualità delle loro esistenze.

La Germania non è il futuro dell’Europa, ma le sue condizioni di sfruttamento del lavoro migrante aiutano a capire molto di ciò che già accade e sta per accadere negli altri paesi europei. È vero che la Germania ha inglobato 800mila paia di braccia, mentre altri paesi come la Francia non l’hanno fatto, ma entrambi condividono molte e rilevanti tendenze, in particolare quella di rendere sempre più difficile l’immigrazione genericamente definita come «economica», così come quella delle famiglie che oggi è considerata la più fuori controllo, perché legittimata da principi difficili da ignorare come quello alla vita famigliare. È altrettanto vero che gli hotspot in Grecia, l’accordo con la Turchia, ma anche i traffici libici del governo italiano non si spiegano senza il fatto che la Germania a un certo punto ha chiuso le sue frontiere, producendo un effetto domino che è arrivato fino ai confini dell’UE. Il punto è tuttavia che solo considerando tutte le differenze all’interno della rete produttiva europea si coglie la connessione anche operativa delle politiche del lavoro migrante e precario. Una connessione che per la sua articolazione in tempi e modalità differenti può non apparire immediatamente evidente. Ciò che ci interessa quindi è il modo in cui processi apparentemente nazionali stanno mostrando caratteri comuni e intrecciati, come un’Europa politicamente in crisi sta comunque stabilendo le regole e i protocolli di una logistica che determina l’esistenza di precari, operi e migranti. Questa regolazione logistica, che è allo stesso tempo una nuova logistica europea, non collega solamente le forme immediate di sfruttamento della forza lavoro, ma mette a valore le storie locali in una costruzione che pretende di essere sistematica e priva di eccezioni. Per discutere questa realtà è molto utile il volume recentemente curato da Moritz Altenried, Manuela Bojadžijev, Leif Höfler, Sandro Mezzadra e Mira Wallis, Logistische Grenzlandschaften (Unrast Verlag), che potremmo tradurre con Paesaggi logistici di confine. Il suo sottotitolo ci riporta alla condizione del lavoro migrante anche se suona Il regime del lavoro mobile dopo l’estate delle migrazioni. La tesi centrale del volume è che, dopo essere stato rimosso dagli anni ’70 in avanti, a partire dagli anni 2000 e con ancora maggior intensità dopo l’estate del 2015 il lavoro migrante è diventato in Germania il principale oggetto di regolazione giuridica in tema di migrazioni ed è stabilmente al centro del dibattito pubblico, coinvolgendo partiti, sindacati, imprenditori e varie strutture associative. Sull’esigenza di creare le condizioni affinché i richiedenti asilo possano lavorare si stabiliscono convergenze inaspettate: in una conferenza stampa di due anni fa un dirigente di Manpower insiste sulla necessità di consentire ai rifugiati di lavorare. Per farlo riporta l’iniziativa dei migranti di Lampedusa in Hamburg che dal 2013 hanno lottato contro il sistema di Dublino, per un permesso di soggiorno duraturo e per l’accesso all’impiego. Per mettere a valore il lavoro migrante si può anche ricorrere alle argomentazioni di chi chiede di superare le condizioni di quotidiana miseria esistenziale in cui rischia di risolversi la vita dei rifugiati. Se poi i sindacati si uniscono al coro sostenendo il «diritto al lavoro», un vecchio slogan del capitale, allora il più è fatto.

Gli autori inquadrano la recente ribalta del lavoro migrante come riconfigurazione di quella che definiscono la contraddizione fondamentale della politica migratoria tedesca, dagli anni ’70 a oggi, cioè la frizione tra il bisogno economico di forza lavoro migrante e la logica politico-culturale di governo dei confini. Questa contraddizione ha trovato nel tempo tre successive forme di temporanea composizione: il sistema dei Gastarbeiter negli anni ’50-’70; il regime dell’asilo fino alla fine degli anni ’90; la fase presente in cui si insiste sul profitto che deriva dallo sfruttamento del lavoro migrante a fronte della sbandierata mancanza di lavoro qualificato. Oggi tale contraddizione viene governata attraverso quella che gli autori definiscono una regolazione logistica e forme di inclusione differenziale, in cui spicca la proliferazione di figure, istituzionali e non, di intermediazione, nonché la sempre più marcata e diffusa informalizzazione del lavoro. Con regolazione logistica si intende una modalità di governo della forza lavoro e dei suoi movimenti che pretende di imporre in maniera crescente alle migrazioni un modello just in time e to the point, secondo il criterio generale: giusta quantità, giusta qualità, giusto tempo e giusto luogo. Di conseguenza si trasforma l’intero paradigma dell’integrazione: prima si trattava di uno «scambio» che prometteva prospettive di lungo periodo, ora l’inclusione – ammesso che il termine abbia ancora significato – è parziale, temporanea, variabile. Essa viene affidata alla razionalità del mercato e alle sue «naturali» oscillazioni.

In questo modo la più assoluta contingenza si è sostituita alla promessa. Anche il sistema dei Gastarbeiter, in realtà, funziona attraverso un reclutamento temporaneo in cui il diritto di restare è limitato al lavoro da svolgere. Nel 1974 ci sono in Germania quattro milioni di Gastarbeiter e non a caso, l’anno precedente, viene introdotta una legge contro il reclutamento, perché è diventato chiaro che moltissimi sono arrivati per restare. Dopo la fine di questo modello di reclutamento della forza lavoro migrante, non diversamente da quanto avvenuto in Italia con la legge Bossi-Fini o in Francia con la progressiva introduzione di vincoli sempre più selettivi, la richiesta d’asilo diviene il modo principale per entrare o rimanere regolarmente nel paese e viene ampiamente utilizzata a questo fine, anche dai Gastarbeiter che di fatto risiedevano in Germania da molti anni. Nel 1973 le domande di asilo sono solo 8000, ma raddoppiano ogni anno fino al 1980. Si apre così la questione dell’abuso del diritto d’asilo e si cristallizza la contrapposizione tra rifugiati e migranti economici. Per evitare l’uso improprio della richiesta d’asilo, nel 1980 viene stabilito il divieto di lavoro per un anno per i richiedenti asilo, nel 1982 di due anni, nel 1987 di cinque. Con le guerre in Iraq e in Jugoslavia le domande di asilo crescono però esponenzialmente. Nel 1991 viene eliminato il divieto di lavoro: a quel punto, infatti, la massa di lavoratori migranti presente sul territorio tedesco è tale da rappresentare un bacino di «braccia» a buon mercato al quale non si può proprio rinunciare e che non si possono far pesare gratuitamente sulle casse dello Stato. La tensione tra la voracità del capitale e le necessità di legittimazione del sistema politico fa sì che nel 1992 si stabilisca un tempo di attesa obbligatorio prima di poter lavorare; nel 1993 vengono drasticamente ridotti i permessi di lavoro e viene introdotta la regola secondo cui un migrante può essere impiegato legalmente solo laddove si riesca a dimostrare che non c’è un tedesco che può svolgere quello stesso lavoro.

Siamo alle soglie della società della precarietà, quella dell’agenda Schröder e dei vari sistemi Hartz. Nel giro di pochi anni si passa dal divieto permanente di lavorare per tutti i rifugiati che abbiano fatto ingresso in Germania dal 1997 al progressivo abbandono della contrapposizione tra migranti economici e rifugiati. Il lavoro migrante e quello precario cominciano a mostrare tutte le simmetrie che il primo aveva sperimentato e rivelato. Nel 2005 viene stabilita una nuova combinazione tra lavoro e soggiorno, per alcune categorie di lavoratori e solo per quelli qualificati. Siamo così arrivati all’oggi e dal 2015 il problema torna a essere come sfruttare il potenziale che tutti questi nuovi arrivati nascondono nella loro testa e nelle loro braccia. Il direttore del colosso automobilistico Daimler afferma che accogliere 800.000 rifugiati è sì «una fatica erculea», ma essi potrebbero essere «la causa del prossimo miracolo tedesco». L’assillante mancanza di lavoro qualificato a costi controllati consiglia di costituire una «cultura dell’accoglienza» che spinga ognuno a dare il meglio di sé. La stessa Confindustria tedesca si fa portavoce dell’esigenza di un accesso incondizionato dei rifugiati al mercato del lavoro e dell’eliminazione di tutti gli ostacoli in questo senso. Gli imprenditori hanno preso parte con entusiasmo al movimento di solidarietà affermando che è una responsabilità morale dare lavoro ai rifugiati, oltre che un interesse economico di lungo periodo. Nel febbraio 2016 ad esempio nasce l’iniziativa dal nome Wir zusammen [Noi insieme], a cui prendono parte 100 grandi imprese, tra cui la Deutsche Bank e la Volkswagen, che consiste in una piattaforma in cui si incontrano le buone intenzioni degli imprenditori e i bisogni dei rifugiati. Il mercato dell’accoglienza ha aperto i battenti e reclama le sue regole per sostenerne i costi.

Il rifugiato diventa così apertamente forza lavoro e oggetto di una politica di integrazione basata sul mercato del lavoro. Per i rifugiati considerati qualificati si accorcia il divieto di lavorare e non deve più essere salvaguardato il diritto di precedenza di lavoratori o lavoratrici tedesche. Tuttavia tra i rifugiati si crea innanzitutto una divisione tra quelli che hanno «buone possibilità di restare» e quelli che non le hanno (la decisione è basata sempre più sul paese di provenienza, se cioè è riconosciuto come sicuro oppure no). All’arbitrarietà dei criteri secondo cui un paese viene definito «sicuro» si aggiunge il fatto che una più precisa valutazione delle possibilità di restare è del tutto affidata alla discrezionalità degli uffici e delle cancellerie. Quelli le cui possibilità sono giudicate scarse rimangono in un limbo in cui non possono lavorare e vivono nell’attesa dell’espulsione. Per i primi, invece, si apre, innanzitutto, il problema della verifica delle loro competenze, ovvero della loro utilità immediata sul mercato tedesco del lavoro. Una rete logistica composta da vari soggetti pubblici e privati, dai Job center alle associazioni, provvede al profiling dei migranti e a mettere in contatto domanda e offerta di lavoro.

Il controllo amministrativo sulla vita dei migranti diviene capillare. Solo che amministrazione non significa precisione tedesca e decisioni impersonali, ma arbitrarietà in funzione del profitto. Per poter lavorare, infatti, i rifugiati devono ottenere da un ufficio pubblico il permesso di lavoro per ogni singola offerta che ricevono. La concessione di questo permesso è del tutto arbitraria, dipendendo da aleatorie considerazioni sull’impatto dell’ingresso dei rifugiati in determinati settori e sull’eventuale calo dei salari. Dal punto di vista pratico, come rivelano alcune interviste raccolte nel volume, succede che gli stessi uffici si assicurino che non capiti che un rifugiato venga assunto per posizioni «troppo» retribuite: sono riportati casi di richieste di autorizzazione per lo stesso lavoro, prima negate con un salario e poi accordate con un salario più basso. L’accoglienza ha anche scatenato il dibattito sulla possibilità di esentare i rifugiati dal salario minimo (introdotto nel 2015), per incentivare gli imprenditori ad assumerli, sulla base della presunta scarsa produttività dei rifugiati stessi e in considerazione del fatto che l’estensione della garanzia del minimo salariale favorirebbe il lavoro nero. Questo ha fatto approvare una misura per cui i rifugiati possono essere impiegati al di sotto del salario minimo fino a un massimo di 12 mesi. In ogni caso i dati dicono che, nonostante la retorica dei lavori qualificati, la maggior parte dei rifugiati è impiegata in lavori non qualificati, spesso in tirocini non pagati che durano mesi e mesi (nel 2016: 30% come tirocinanti; 65% come lavoro non qualificato). Nei settori industriali la vera differenza la fa la presenza di migranti provenienti dall’Europa orientale che vengono regolarmente preferiti ai rifugiati. Al controllo dei Job center si somma così la politica di gerarchizzazione e razzializzazione della forza lavoro, la sua costante frammentazione, l’indicazione chiara e precisa che il colore della pelle non è indifferente.

Nel luglio 2016 l’Italia è entrata in Germania o, se si vuole, entrambe hanno scoperto come comportarsi in Europa. In entrambi i paesi, infatti, l’accoglienza è diventata un dovere dei migranti, un dovere mal retribuito e rafforzato dalla minaccia dell’espulsione. Ora in Germania, nei tre mesi in cui si trovano nei centri di accoglienza, i rifugiati possono lavorare, svolgendo i famosi lavori socialmente utili, a 0,80 € l’ora. Se si rifiutano, possono incorrere in una serie di sanzioni, perché devono dare il loro contributo alla società accogliente. L’accoglienza diviene così un processo che deve funzionare in due direzioni, ma deve essere sostenuto nei suoi costi soprattutto dai rifugiati stessi, i quali da parte loro non sembrano però particolarmente vogliosi di farsi accogliere in questo modo. L’ufficio di controllo sul lavoro nero si lamenta infatti che «i migranti si sottraggono alla custodia dello Stato tedesco […] non sappiamo più dove sono». Tra le strategie di sottrazione al controllo dei Job center, che impone tra l’altro l’obbligo di residenza, spicca il lavoro informale e il reclutamento tramite conoscenze.

La «fantasia logistica» del capitale basata a livello europeo su una combinazione tra questa accoglienza e l’esternalizzazione del controllo dei confini – come nel sogno di Minniti –, mostra così tutta la sua impotenza a catturare i movimenti dei migranti. Essa produce tuttavia effetti e «costruisce costantemente un immaginario di efficienza e di levigatezza nascondendo la realtà del lavoro precario e migrante» (Transnational Social Strike Platform, Logistica, potere, sciopero: elementi per un’infrastruttura politica). La fantasia logistica non è una caratteristica tedesca e nemmeno l’anticipazione di un futuro altrimenti sconosciuto, ma soltanto la realizzazione particolare di processi nei quali siamo tutti coinvolti a livello globale. Proprio per questo noi siamo convinti che «ogni lotta dentro e contro la logistica» possa essere immaginata solo su scala transnazionale, perché ci pare pericoloso attardarci sulla scala delle società nazionali, sapendo che non esistono mercati nazionali del lavoro. L’invenzione delle necessità di stabilire livelli di qualificazione o salariali su scala nazionale è infatti una delle leve più rilevanti per legittimare la trasformazione del lavoro migrante in lavoro povero e precario. Anche per questo, per rovesciare la fantasia logistica non ci possiamo limitare a progettare una contro-infrastruttura di solidarietà radicata nel locale, che pure in questi anni ha avuto un’indiscutibile utilità pratica. Solo lottando contro la logica transnazionale della frammentazione che esso produce ci sembra possibile contrastare il delirio logistico e approfondire le sue falle. Dal punto di vista dei migranti «la logistica è un insieme di relazioni di potere» gestite da un reticolo di imprese pubbliche e private e da associazioni che cooperano costantemente alla ridefinizione del governo della mobilità. Dal nostro punto di vista, i migranti, sfidando confini territoriali e amministrativi, gerarchie e forme di subordinazione politica, stabiliscono la più potente sfida alla frenesia onnicomprensiva del comando logistico.

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