venerdì , 24 novembre 2017
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Femminista, globale, migrante. La nostra risposta alla violenza sessuale nella società degli uomini. Verso il #25N di Non una di meno

La violenza maschile sulle donne ha una visibilità senza precedenti. Ogni uomo che commette uno stupro coltiva la convinzione che sia un suo privato diritto patriarcale disporre pienamente del corpo delle donne, in casa come in strada. Le donne hanno sfidato e continuano a sfidare a viso aperto e in tutti gli ambiti questa pretesa di dominio e per questo vanno «rimesse al loro posto» in maniera esemplare. Ogni atto di violenza è parte di una guerra contro le donne che deve essere sempre più visibile perché il messaggio sia globale. Ogni singolo stupratore, ogni singolo uomo che uccide una donna, è l’agente e il guardiano di un ordine patriarcale che vacilla e reagisce contro il peso della libertà delle donne. Questa reazione sempre più feroce, tuttavia, non riguarda solo le donne ma investe l’intera società e serve a ristabilire la legittimità delle sue gerarchie. Stupri e femminicidi sono le forme più brutali e simbolicamente potenti di un ordine globale che, in modi diversi, pretende di affermare la subordinazione come destino ineluttabile di milioni di donne e uomini, precarie operai e migranti. La guerra contro le donne è il fronte su cui si definisce un’alleanza, anche mortale, tra patriarcato e neoliberalismo. La sollevazione delle donne contro la violenza maschile, perciò, non è soltanto una questione femminile. Il nostro compito è quello di approfondire e allargare quel fronte per fare del femminismo una pratica di sovversione sociale. In questa direzione vogliamo dare il nostro contributo alla prossima assemblea di Non una di Meno a Pisa, in vista dell’importante mobilitazione del 25 novembre.

Dobbiamo partire dalla libertà delle donne come fatto globale e dalla necessità di contrastare ogni tentativo di schiacciarla, governarla o addomesticarla. La libertà delle donne non è certificata dal riconoscimento dei loro «diritti», ma è una pratica personale e politica che sfida ogni divieto formale e ingiunzione simbolica e sociale, in ogni parte del mondo. Essa è una presa di potere messa in atto singolarmente, anche al di fuori di un’esperienza organizzata, ma che è resa possibile da un movimento globale che crea le condizioni per la libertà di ciascuna. Di fronte a questo movimento e contro di esso, tra patriarcato e neoliberalismo si dà un’alleanza paradossale. Il primo vuole negare la libertà delle donne, il secondo la incoraggia e tuttavia allo stesso tempo neutralizza il suo portato politico, facendone una libertà individuale di vendersi, di competere, di valorizzarsi. Sul mercato del lavoro la differenza sessuale è formalmente indifferente e concretamente messa a profitto: a ogni donna spetta, come neutro «imprenditore di se stesso», di incentivare la propria «occupabilità». Il doppio carico di lavoro non è un problema sociale e dunque politico, come le donne e le femministe hanno affermato rivendicando e conquistando un welfare capace di liberare il loro tempo dagli obblighi del lavoro riproduttivo.  Esso è un fardello individuale che ciascuna deve gestire a partire dalle proprie risorse e da quanti servizi è in grado di comprare con i soldi che si porta in tasca. D’altra parte, il neoliberalismo mette il patriarcato al servizio della propria riproduzione. La famiglia non è soltanto lo spazio in cui il lavoro delle donne, gratuito o pagato, compensa lo smantellamento del welfare e l’assenza di risarcimenti pubblici allo sfruttamento quotidiano, ma anche il luogo in cui le gerarchie vengono riaffermate come principio d’ordine che garantisce la tenuta di una società sempre più frammentata. La violenza maschile interviene ‒ soprattutto in famiglia ‒ proprio quando le donne osano mettere in questione l’ordine simbolico che fonda e legittima quelle gerarchie. Per questo, anche se non nasce con il neoliberalismo, il patriarcato diventa funzione della sua continuità come ordine.

Non possiamo limitarci a mostrare le diverse facce della violenza patriarcale, ma dobbiamo riconoscere il suo carattere sistemico e combatterla come violenza sociale. Questa possibilità è stata praticata l’8 marzo, quando milioni di donne hanno scioperato in tutto il mondo creando le condizioni per la prima sollevazione globale contro il neoliberalismo. Questa possibilità è indicata ogni giorno dalle donne migranti e dai loro movimenti per affermare la libertà dall’ordine patriarcale e sociale che le opprime. Mentre i governi europei fanno grande sfoggio dei loro sforzi di «chiudere il Mediterraneo» ‒ sebbene il ministro Minniti si sia affrettato a dichiarare che «il punto non è aprire o chiudere, ma governare» ‒, particolarmente in seguito agli scellerati accordi con la Libia lo stupro è diventato una forma ordinaria di riaffermazione del dominio maschile attraverso il governo dei confini. Questa è la ‘punizione’ ‒ perpetrata anche da chi indossa la divisa e con l’avallo delle istituzioni italiane ed europee ‒ che spetta alle donne in transito nei campi libici per aver osato migrare sole; questo è il prezzo che devono pagare per praticare la loro libertà. Per queste donne, le principali vie d’accesso all’Europa rimangono quelle della prostituzione e del lavoro domestico e di cura, che obbligano la loro libertà dentro alle maglie di una divisione sessuale del lavoro che si impone con la forza di una norma di mercato, del gioco della domanda e dell’offerta, o attraverso la brutalità della tratta. In tutti i casi, gli stupri perpetrati sui confini e lungo i percorsi migratori non riguardano soltanto chi li subisce. Essi coinvolgono tutte le donne perché ristabiliscono un confine sessuale che pretende di imporsi come gerarchia invalicabile per addomesticare la loro libertà. Essi riguardano tutti gli uomini, migranti e non, perché legittimano la violenza come pratica sociale e impongono di accettare oppressione e sfruttamento come un destino tanto più ineluttabile in quanto qualcuno occupa gradini ancora più bassi della gerarchia della società. Sul corpo delle donne migranti l’alleanza tra patriarcato e neoliberalismo mostra la sua faccia più brutale e violenta. Far valere la loro pretesa e pratica di libertà è allora l’occasione per organizzare una risposta femminista alla violenza della società.

Con la manifestazione dello scorso 26 novembre e lo sciopero globale dell’8 marzo, Non una di Meno ha avuto la capacità di trasformare il rifiuto della violenza maschile contro le donne in una presa di posizione di massa che ha coinvolto tutti coloro che intendono rifiutare oppressione e sfruttamento. In vista del prossimo 25 novembre dobbiamo riuscire a mantenere aperto questo spazio e la sua portata globale, dando a questo rifiuto la massima visibilità. La semplice rivendicazione di un insieme di diritti che permettano alle donne come individui maggiori spazi di scelta sul proprio corpo e la propria esistenza è tanto importante quanto insufficiente, se non è l’effetto di una pretesa di sovvertire alla radice l’ordine che attraverso la violenza impone e legittima la loro oppressione. Abbiamo bisogno di una grande presenza politica che non si limiti a chiedere al governo nazionale interventi mirati a sollevare le donne come categoria svantaggiata, ma che metta in primo piano il movimento globale della loro libertà e la sua potenza, la sua capacità di far vacillare l’ordine patriarcale e inceppare la riproduzione di quello neoliberale. Di fronte agli eventi degli ultimi mesi, alla strumentalizzazione della violenza maschile contro le donne a fini razzisti, ma soprattutto di fronte al sistematico ricorso allo stupro per addomesticare la libertà delle migranti e legittimare le gerarchie come indiscutibili confini, abbiamo la possibilità di creare uno spazio e un momento in cui la libertà personale e politica praticata dalle donne migranti diventi uno dei punti centrali di una presa di parola di massa contro la violenza di questa società. Se la nostra iniziativa femminista vuole davvero intersecarsi con la lotta di classe e il rifiuto dell’oppressione costruita sulla linea del colore, se vuole fare dello sciopero delle donne non solo un evento da celebrare ma la prospettiva sociale e transnazionale della nostra azione, dobbiamo opporci con tutte le nostre forze alla violenza sessuale e sociale che si impone nel governo dei confini. Questa violenza pretende di ridurre la vita di milioni di donne e uomini a un oggetto pienamente disponibile e precario. Questa violenza non riguarda solo le migranti e i migranti, ma tutti coloro che sono separati, isolati e posti in competizione dalle frontiere territoriali e sociali che governano i loro movimenti. Questa violenza fa dello stupro il principale supporto materiale di un pensiero gerarchico che coinvolge precari, migranti e operai, uomini e donne, e che legittima la loro subordinazione e il loro sfruttamento. Il 25 novembre, con la nostra iniziativa femminista, abbiamo l’occasione di affermare la libertà delle donne migranti e far valere, a partire dalla loro differenza e dalla loro condizione specifica, una radicale pretesa di uguaglianza contro la violenza di questa società.

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