sabato , 16 dicembre 2017
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Uomini che non odiano le donne, ma sono della CGIL

«Avete tolto senso alle parole» è il titolo di un accorato appello di Susanna Camusso. Con notevole tempismo, la segretaria della CGIL ha lanciato una mobilitazione contro la violenza sulle donne per la giornata di oggi, 30 settembre. Giusto due giorni dopo quella organizzata da Non una di meno (cui pure riconosce grandi meriti) in occasione della giornata internazionale per l’aborto libero e sicuro. L’appello denuncia il modo in cui la violenza sulle donne è raccontata da uomini impegnati a «difendere il proprio essere» e combattere per la «supremazia». Sentendosi chiamati in causa, alcuni uomini – in gran parte membri della stessa organizzazione – hanno risposto all’appello con un altrettanto accorato mea culpa: «siamo noi uomini i responsabili della violenza contro di voi». Una presa di coscienza importante, radicale, che invoca un altrettanto radicale cambiamento affinché violenza, disprezzo e sopraffazione diventino solo un «brutto ricordo».

Le donne possono solo rallegrarsi di questa presa di coscienza, perché sanno bene che una società fondata sulla violenza maschile contro le donne può cambiare solo se cambiano gli uomini. Le parole di questo sentito atto di dolore, però, suscitano qualche perplessità. La violenza sulle donne, si dice, «è un problema degli uomini e noi uomini, per porvi rimedio, dobbiamo rompere il nostro silenzio e dire la nostra responsabilità». Sembra proprio che, ancora una volta, il soggetto del discorso sia uno soltanto e che sia soltanto maschio e che si tratti soltanto, tanto per cambiare, di un affare tra uomini. Questi uomini mettono sotto accusa le loro «credenze», il loro «sistema di valori», i loro «comportamenti», la loro «maschile concezione della vita», il loro «universo». Il sospetto è che, in queste parole ripetute continuamente e con scarsa fantasia, ci sia in fondo un malcelato compiacimento per il fatto che il mondo è tutto loro e che a loro spetta l’arduo compito di cambiarlo. L’adagio in sottofondo sembra essere: volere è potere, e quindi sì, vogliamo essere più buoni con le donne. Di fronte a tanta chiarezza, alle donne non rimarrebbe che dire grandi, grazie, bravi, applausi. Dopo tutto, se volere è potere bastano poche parole per cambiare la realtà: io non violento e non picchio le donne, oppure è colpa mia, ma giuro, non lo faccio più… Siccome poi tutto si riduce alle parole, si possono dire frasi così impegnative anche dopo aver firmato contratti aziendali che hanno fatto pagare proprio alle donne i prezzi più pesanti. Una libera interpretazione di «il personale è politico», lo slogan femminista a cui questi sindacalisti vorrebbero ispirarsi. Mentre sono impegnati a scimmiottare le donne con la loro autocoscienza maschile e plurale, questi uomini responsabili forse non riconoscono il nesso tra lo sfruttamento, l’organizzazione del lavoro e della riproduzione sociale e la violenza patriarcale. Oppure lo riconoscono benissimo, ma soltanto in coscienza. Sicché, non hanno bisogno di fare i conti con le gerarchie, le pratiche di potere e le strutture di dominio che stanno alla radice della violenza patriarcale per far salva la loro anima (e la loro posizione). Basta dichiarare la ferma intenzione di riconoscere la libertà e i desideri delle donne e di non essere più violenti ma «accoglienti» e le donne non saranno più malmenate, ma benvolute. In effetti, non è cosa da poco essere benvolute dagli uomini della CGIL. Sono soddisfazioni. Peccato che, mentre rompono il loro silenzio, questi uomini responsabili facciano quello che in linea di massima hanno sempre fatto anche quelli irresponsabili: ricacciano nel silenzio le donne.

Ora è un fatto ‒ che pare sfuggire a quanti sono impegnati in questo monologo pieno di trasporto ‒ che le donne hanno sempre parlato per far valere la propria libertà e i propri desideri. Negli ultimi mesi, per esempio, si sono sollevate in ogni parte del mondo. Hanno detto chiaramente che la violenza maschile non riguarda solo le donne ma è una violenza della società e che ogni battaglia contro l’oppressione e lo sfruttamento deve partire dal rifiuto di quella violenza. Hanno mostrato il nesso tra lo sfruttamento del loro lavoro produttivo e riproduttivo e i processi neoliberali di precarizzazione e smantellamento del welfare. Hanno indicato nel razzismo istituzionale una specifica modalità di perpetrazione della violenza patriarcale. Le donne hanno dato senso alle parole senza parlare di massimi sistemi ‒ di «valori» o di «credenze» ‒, ma definendo chiaramente la linea e i terreni dello scontro e indicando a tutti, inclusi gli uomini, la necessità e l’urgenza di prendere posizione non con le parole ma con i fatti. Hanno dato così vita a uno sciopero globale contro la violenza maschile che questi uomini responsabili ‒ come d’altra parte l’organizzazione di cui sono parte ‒ non hanno neppure voluto proclamare. Erano troppo impegnati a rivendicare il monopolio sindacale sullo sciopero e a contemplare, compiaciuti, il proprio «universo».

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