martedì , 17 ottobre 2017
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Con o senza Bannon. L’unità della destra nella sottile guerra civile americana

di MATTEO BATTISTINI

Nel mezzo della polemica che sta coinvolgendo Trump dopo i fatti di Charlottesville, le varie frange della sua amministrazione divisa, esponenti repubblicani del Congresso non tutti propriamente moderati ma che comunque hanno preso le distanze dalla mancata condanna presidenziale, è arrivata la notizia che Steve Bannon non è più consigliere strategico del presidente. Alcune fonti rivelano che lui stesso avrebbe comunicato la volontà di dimettersi più di dieci giorni fa. Bannon d’altra parte ha pubblicamente apprezzato la conferenza stampa nella quale il presidente ha sostanzialmente legittimato le torce e i cappucci bianchi per le strade di Charlottesville. Altri ritengono invece che sia stato silurato da Trump: una decisione nell’aria da tempo, ma che sarebbe maturata dopo i fatti del 12 agosto. D’altronde dopo aver definito fine people alcuni dei partecipanti alla marcia di Charlottesville, non potendo licenziare se stesso, Trump non aveva altra via che liquidare Bannon. In ogni caso è notizia certa che Bannon sia già rientrato alla direzione di «Breitbart News» – media di riferimento della destra populista che ha celebrato l’elezione di Trump come una rivoluzione del popolo contro le élite. È altrettanto certo che una volta resa pubblica la notizia alcuni suoi redattori hanno twittato #war, intesa evidentemente contro Trump e la sua amministrazione. Lo stesso Bannon ha dichiarato minacciosamente che la presidenza Trump per cui «loro» hanno combattuto, e vinto, è finita. In questa confusione istituzionale, i commentatori dei media liberal sembrano concordare che colui che era stato capace di imporre una svolta alla campagna presidenziale potrebbe esercitare un potere persino maggiore. Fuori dalle istituzioni egli incarnerà con ancora più ferocia e cinismo l’unità – almeno simbolica – della cosiddetta alt-right. La stessa unità rivendicata e praticata violentemente a Charlottesville, quando in circa 500 persone hanno scandito slogan nazisti, anti-semiti e suprematisti bianchi. Per quanto possa sembrare irrisoria, la cifra costituisce un inaspettato incremento rispetto a iniziative simili tenutesi nel corso del 2016. Non è comunque nei numeri che va individuata l’importanza di Charlottesville. Il suo significato deve invece essere colto sullo sfondo di una sottile ma persistente guerra civile ‒ sottaciuta e sottovalutata tra le fila democratiche, più spesso esaltata per fini elettorali in quelle repubblicane ‒ le cui origini risalgono alle fratture imposte dai movimenti degli anni Sessanta e Settanta e alle relative trasformazioni economiche e sociali che hanno segnato gli Stati Uniti travolgendo l’identità e i valori dell’America bianca. Con la presidenza Trump più che in passato, questa guerra è entrata nel sistema politico, mentre continua a essere condotta a bassa intensità – soprattutto ma non solo attraverso media alternativi – da molteplici gruppi della destra estrema. Pur essendo in concorrenza tra loro, questi parlano con voce unica non solo contro i globalist, ovvero l’élite politica e tecnocratica alla quale imputano di aver governato la globalizzazione impoverendo e svilendo la middle class bianca. Sotto attacco sono anche le nuove generazioni benestanti che nelle scuole e nelle università delle principali aree urbane e metropolitane del paese acquisiscono competenze tecniche e valori di una politica delle identità che, secondo alcune frange dichiaratamente naziste, starebbe perpetuando un genocidio della razza bianca (il sostegno al progetto della Secretary of Education Betsy DeVos di smantellare l’istruzione pubblica può essere compreso dentro questo quadro ideologico). La formula unite the right attorno alla quale è stata organizzata la marcia a Charlottesville esprime dunque un progetto politico che vede nella sottile guerra civile che investe la società statunitense la possibilità di superare le divisioni fra le fazioni della destra estrema, con l’obiettivo di dare forma e sostanza all’unità simbolica della alt-right che Bannon ha volutamente rappresentato anche quando, all’indomani della vittoria presidenziale, ha tenuto a precisare di non essere un white suprematist o un white nationalist.

Prima della notizia delle sue dimissioni o del suo siluramento, comunque consapevole che avrebbe lasciato la Casa bianca, Bannon ha ripetuto la sua parte in commedia rilasciando un’intervista nella quale ha preso le distanze da quelle che definisce frange estreme, insignificanti, una collezione di clown. Non lo ha fatto perché obbligato dal ruolo che ancora almeno formalmente ricopriva, ma perché è parte di una lotta politica volta a indirizzare scelte, politiche e visioni strategiche della presidenza e di settori chiave dell’amministrazione federale. Tra questi, soprattutto quello militare e della difesa sono restii ad accettare le dottrine paranoiche che vedono ovunque cospirazioni contro Trump e gli Stati Uniti, come mostra il caso di un alto funzionario del National Security Council licenziato lo scorso mese per aver sostenuto in un memorandum che forze del marxismo culturale e dell’islamismo starebbero agendo contro l’agenda nazionalista del presidente usando tecniche maoiste. Bannon è sufficientemente intelligente per ritenere che questa lotta ha senso solo nel medio periodo. Non si tratta di portare a casa subito questo o quel provvedimento: in realtà l’amministrazione Trump ha fallito in diverse occasioni perché incapace di unire e indirizzare la maggioranza repubblicana al Congresso, come ha mostrato il goffo tentativo di abrogare Obamacare. Si tratta piuttosto di portare la guerra civile dentro il sistema politico per esercitare una continua guerra di posizione che consenta di diventare egemoni nel partito repubblicano. Per il direttore di «Breitbart News» si tratta di affermare un nuovo discorso politico. L’obiettivo è quello di isolare le tradizionali culture del conservatorismo e del liberalism, ormai appiattite sui dettami di una globalizzazione che aveva individuato – fallendo – nelle identità e nel multiculturalismo la fonte di una legittimazione politica che era ritenuta ancora necessaria, ma che, specie dopo la crisi del 2007/8, non poteva darsi sul piano della prosperità della declinante middle class.

La parola chiave di questo discorso non è supremazia bianca o nazionalismo bianco ma economic nationalism. L’immagine che viene immediatamente agli occhi è quella di dinamiche disgregatrici che negli anni Trenta divisero economicamente e politicamente il mondo dopo gli illusori fasti dorati della prima globalizzazione. Immagine peraltro confermata dal fallimento politico del G-20 ad Amburgo. Eppure, il riferimento implicito è alla ottocentesca national economy, ovvero alla prima dottrina economica statunitense che ha costruito e ricostruito la nazione dopo la guerra civile, guidandola al vertice delle potenze europee e mondiali. Il suo recupero ideologico non alimenta soltanto l’ossessione di Bannon per la competizione imperiale con la Cina. Sul fronte interno serve a rompere la congiura dei globalist che ha eroso la ricchezza della middle (working) class bianca. Questo è, d’altronde, il senso dell’America first che Trump ha istituzionalmente consacrato nel suo discorso di insediamento. Poco importa se il principale fautore della national economy era stato un importante consigliere economico del presidente Lincoln e se la sua dottrina pretendeva di esorcizzare lo spettro europeo della lotta di classe per fare degli Stati Uniti la nazione eccezionale del lavoro libero e della prosperità. Il suo recupero appare rovesciato: la determinazione economica del nationalism non accenna ai bassi salari della globalizzazione, non parla neanche di labor ma soltanto di lavori (jobs). Il bersaglio è un morente liberalism, non il vitale neoliberalismo. Non a caso Bannon è considerato il «teorico della destrutturazione dello Stato». Il tanto acclamato rimpatrio della produzione dentro il confine nazionale non implica affatto una nuova rappresentanza nazionale del lavoro. La pretesa del ritorno del confine (dell’economia) nazionale sottintende semmai che l’erogazione individualizzata e frammentata del lavoro contemporaneo sarà vieppiù inserita in gerarchie che, nel linguaggio delle fazioni più estreme della destra, sono esplicitamente rivendicate come razziali e patriarcali. In questo senso, come il nazionalsocialismo è stato costretto a riprendere nel nome il socialismo, così Bannon riprende una formula passata e la rielabora, chiudendo ogni spazio di emancipazione. Parlare di economic nationalism anziché white nationalism o white supremacy è dunque la strategia discorsiva di legittimazione attraverso cui Bannon consente alle diverse destre estreme di giocare la loro partita dentro il sistema politico per stravolgerne il precedente assetto culturale, isolando il conservatorismo repubblicano e annientando politicamente un partito democratico che non sembra in grado di reagire. Non soltanto – dopo il fallimento di Obama – il suo liberalism è incapace di ripensare se stesso, convinto che l’impoverimento della globalizzazione possa essere risarcito con un riconoscimento delle identità, ma anche le sue figure più progressiste non riescono a concepire la politica come lotta non solo simbolica, che avviene dentro i movimenti reali che investono la società. Bannon lo dice chiaramente: se i democratici continuano a parlare di identità e razzismo, li distruggiamo. E non sarà una lotta soltanto simbolica.

Il progetto politico di unite the right non potrà realizzarsi senza che questa unità si dia materialmente in società. Questa consapevolezza sta dietro alla riluttanza di Trump di condannare gli eventi di Charlottesville, come pure alla disinvolta definizione di clown con cui Bannon cerca di liquidare la questione. Basta leggere i proclami di vittoria, le parole di entusiasmo, le violente offese contro Heather Heyer, la militante antirazzista uccisa dall’auto scagliata da un simpatizzante nazista contro la manifestazione anti-fa, per capire che Charlottesville potrebbe costituire un salto di qualità: per le destre estreme, il tentativo di giungere a unità coincide con l’obiettivo di piegare il sistema politico alle loro visioni e rivendicazioni. Bisognerà vedere se la violenza funzionerà da acceleratore dell’unità oppure se influirà negativamente sull’agibilità che questi gruppi hanno trovato grazie alla nuova amministrazione. Certamente però, come dichiarato da uno dei loro leader, Trump è la loro ultima speranza. E Trump non vuole infrangerla, anche senza Bannon alla Casa bianca.

Rimane da vedere se Charlottesville rappresenterà un punto di svolta anche per i diversi movimenti statunitensi, dall’antifascismo a Black Lives Matter. La manifestazione antirazzista che sabato scorso ha visto almeno 40.000 persone scendere per le strade di Boston è sicuramente una risposta importante. Rimane però aperta la questione di pensare a qualcosa in più dello sforzo di tenere alta l’attenzione su quanto accaduto, puntando il dito e abbattendo statue sudiste. Queste non sono infatti la memoria storica di una confederazione sconfitta e dunque il segno di una riconciliazione della nazione che vuole essere rifiutata per opporsi all’avanzata della alt-right. In gran parte quelle statue sono state elevate fra gli anni Dieci e Venti come segno del trionfo della segregazione razziale quale sistema sociale inscindibile da un’economia nazionale il cui successo imperiale e benessere interno erano legati allo sfruttamento delle gerarchie che tenevano insieme lavoro bianco povero, nero e immigrato.

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