sabato , 16 dicembre 2017
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New York: nomadi metropolitani nella produzione dello spazio urbano

di FELICE MOMETTI

Che cosa bisogna fare, oggi, per essere cool a New York? E cioè seguire o addirittura anticipare le tendenze in atto? Bisogna abitare o frequentare Bed-Stuy, abbreviativo di Bedford-Stuyvesant, il quartiere di Brooklyn fortemente in ascesa per vivacità culturale, artistica nonché per i prezzi e gli affitti degli appartamenti. Triplicati negli ultimi 10 anni. A prima vista sembrerebbe solo l’inizio di un altro episodio della gentrificazione della metropoli americana, che più di tutte le altre condiziona l’immaginario collettivo. Gentrificazione è un termine dai molteplici significati e di un’intrinseca ambiguità, che in questo caso viene usato per descrivere quei processi di ristrutturazione dello spazio urbano che hanno investito, negli ultimi 10 anni, altri quartieri di Brooklyn come Williamsburg e Bushwick. Due scenari metropolitani «rigenerati» mediante la migrazione interna di una popolazione, in gran parte giovane, che non poteva permettersi gli stratosferici affitti di Manhattan.

In entrambi i casi l’inizio è avvenuto con lo spostamento di una quota di popolazione giovane, intellettualmente molto attiva, in cerca di una condizione abitativa sostenibile in base a una condizione sociale segnata da una precarietà sopportabile solo se socializzata e condivisa a livello urbano. Con l’arrivo di questa popolazione, quasi esclusivamente bianca, sono stati aperti locali e attivati luoghi informali di incontro, caratterizzati da una continua sperimentazione musicale, artistica e di rappresentazione di sé. Bar, ristoranti con menu «alternativi», piccoli laboratori artigiani, centri di produzione multimediale, gallerie d’arte, librerie, negozi di tendenza e dell’usato in cui spesso hanno trovato un lavoro, precario e intermittente, i nuovi abitanti. Il quartiere cambia identità, si affermano nuovi stili di vita e di lavoro in cui diventa difficile separare una socialità ad alta densità creativa e culturale da una cooperazione «produttiva» che, per dispiegarsi, deve avere un’impostazione gerarchica riconoscibile in via di progressivo consolidamento. I rapporti reciproci che si danno in una socialità diffusa non uniformata diventano, fin dall’inizio, la linfa vitale di una cooperazione che li sussume e li riorienta, incorporandoli, nei processi di produzione e riproduzione sociale. L’innesco di questi processi in un territorio metropolitano sempre in veloce trasformazione è un forte richiamo per le grandi società immobiliari, per le agenzie di intermediazione del lavoro a tempo determinato, per le società che forniscono ogni tipo di servizio e di consulenza. Generalmente segue un periodo, piuttosto breve, di convivenza tra l’apparente informalità di una cooperazione sociale e la rigida divisione del lavoro delle grandi società. È il momento in cui i prezzi degli affitti, dei negozi, dei take-away, dei servizi salgono in modo impressionante mettendo fuori gioco i redditi dei vecchi e di larga parte dei nuovi abitanti del quartiere. Si creano le condizioni per l’arrivo di altri abitanti con una maggiore disponibilità di reddito, che comprano non solo abitazioni, attività commerciali e di servizio ma anche l’immagine della nuova identità urbana. Un simulacro di identità che ormai non ha più alcun rapporto con una reale dinamica trasformativa.

Nel caso di Williamsburg la messa in opera di strategie di valorizzazione immobiliare è viaggiata parallelamente a un marketing emozionale di quel luogo urbano in cui è stata imbalsamata un’estetica metropolitana post-hipster, che è diventata un brand che attira turisti e city-user della grande area metropolitana New York-New Jersey, 22 milioni di persone, divisa al proprio interno solo da confini amministrativi. Una volta che il processo di gentrificazione è stato avviato si verifica una progressiva sostituzione della forza-lavoro nelle attività produttive, commerciali e di servizio. Il bacino della forza-lavoro di riferimento cambia composizione culturale, etnica e sociale. Si attinge innanzitutto tra quegli 800 mila migranti senza documenti che vivono a New York. Volendo sintetizzare, con qualche approssimazione, si potrebbe dire che si passa dalla sussunzione formale dello spazio urbano alla valorizzazione del capitale a quella reale. Un processo tuttavia mai univocamente unidirezionale e concluso. Parzialmente diverso è il caso di Bushwick, perché il processo di gentrificazione non è ancora arrivato a pieno compimento. Il quartiere attualmente è in quella fase di precaria compresenza tra attività apparentemente informali e primi insediamenti dei grandi investitori urbani. Vecchi magazzini e depositi degli anni ‘20 e ‘30 del Novecento, ormai in disuso, che diventano loft dai prezzi inavvicinabili, edifici industriali trasformati in locali di tendenza e in spazi multimediali. Gli investimenti finanziari stanno diventando sempre più consistenti anche per la presenza di un particolare «valore aggiunto d’immagine» da mettere a profitto. I muri di Bushwick, in questi anni, sono stati la palestra di molti street artist, fuori dai grandi circuiti più o meno istituzionali dell’arte contemporanea. Sono state sperimentate e rappresentate modalità espressive di vite, immaginari, desideri e conflitti che ora stanno diventando il «plusvalore urbano» di un lavoro vivo artistico gratuito. È abbastanza facile prevedere che se il brand della Williamsburg gentrificata è diventato il postmodernismo hipster, quello di Bushwick diventerà una street art non omologata che viene oggettivata nei valori immobiliari.

E la popolazione residente che fine fa? I vecchi residenti, a maggioranza afroamericana, si disperdono sull’intero territorio newyorkese e oltre, Manhattan esclusa, alla ricerca di un mercato degli affitti abbordabile dal proprio reddito. Si dissolvono piccole comunità, si interrompono rapporti di vicinato, si ridefiniscono i percorsi lavorativi e gli spostamenti quotidiani all’interno di quell’incessante riorganizzazione dello spazio urbano divenuta il tratto distintivo delle metropoli globali. I residenti più recenti tendono invece a spostarsi collettivamente verso uno spazio metropolitano, spesso contiguo, a basso tasso di gentrificazione. In modo da non recidere completamente i rapporti individuali e di lavoro con il quartiere in cui si è vissuto precedentemente. Nascono blog, gruppi WhatsApp, mailing list in cui si scambiano informazioni, pareri, impressioni sul territorio della nuova migrazione. Non è certo raro trovare giovani che nell’arco di pochi anni si sono trasferiti da Williamsburg a Bushwick ed ora a Bed-Stuy. Il 43% della popolazione di New York è sotto i 34 anni, quasi quattro milioni di persone, e di queste si stima che circa la metà abbia una mobilità abitativa e lavorativa, all’interno della metropoli, molto elevata. Un nomadismo con dei confini riconoscibili costituiti dall’area metropolitana, che coinvolge contemporaneamente ‒ pur con dei percorsi diversi ‒ un livello alto della forza-lavoro: quello giovane, intellettualmente e socialmente molto dinamico nella valorizzazione dello spazio urbano e del capitale. E un livello basso: i migranti senza documenti che vedono nella metropoli americana l’ultima tappa dei loro spostamenti. Due livelli entrambi precari, di due precarietà differenti, che attraversano verso l’alto e verso il basso la geografia del mercato del lavoro.

Processi di tale natura e dimensioni richiedono una continua ridefinizione della governance urbana e delle sue scale gerarchiche. Infatti, l’Amministrazione di New York, feudo del Partito democratico, nel caso di Bed-Stuy sta intervenendo in modo deciso per indirizzare l’intero processo in modo che influenzi altre aree della metropoli. Nessun grande piano e nemmeno grandi vision a prefigurare il futuro. Piuttosto, un insieme costituito da input economici mirati e da azioni normalizzatrici dei comportamenti urbani. In altri termini, un indiretto controllo economico e sociale da parte di uno dei principali attori della governance urbana. Per fare un esempio che riguarda Bed-Stuy, l’Amministrazione sta favorendo lo spostamento della popolazione attualmente residente, con incentivi e la costruzione di appartamenti ad affitto calmierato, verso Brownsville. Un quartiere vicino, considerato tra i più pericolosi e ingovernabili dell’intera metropoli per l’alto tasso di microcriminalità. I giovani bianchi stanno migrando verso Bed-Stuy e la popolazione residente afroamericana, appena sopra il livello di povertà, viene fatta migrare verso Brownsville, dove vive una popolazione afroamericana sotto il livello di povertà. In un solo colpo si cambia la composizione sociale di due aree urbane. Dalla parte di Bed-Stuy per favorire lo sviluppo della gentrificazione e dall’altra, quella di Brownsville, per utilizzare uno spostamento di popolazione considerato inevitabile come uno strumento di normalizzazione di comportamenti sociali.

Una vicenda, questa della gentrificazione di alcune aree urbane di New York, che non è certamente riproducibile negli stessi modi e termini in altre metropoli. Tuttavia, essa ci permette un punto di osservazione privilegiato delle relazioni tra la produzione dello spazio urbano e i processi di valorizzazione nel capitalismo contemporaneo. Relazioni e processi che nelle loro asimmetrie producono soggettività e sono attraversati da conflitti.

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