mercoledì , 23 agosto 2017
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Muoversi stando fermi. Trump, Wall Street e l’incertezza dei movimenti

di FELICE MOMETTI

In alcuni bar di Atlantic Avenue a Brooklyn le scommesse sulle dimissioni di Trump entro l’anno sono quotate 5 a 1 e quelle prima della scadenza naturale del mandato 2 a 1. Quotazioni che continuano a scendere. Insomma, secondo i bookmakers, nemmeno le dimissioni di Trump farebbero racimolare qualche dollaro perché date per probabili. Sembra sia solo una questione di tempi, che avranno una notevole accelerazione nel caso di una vittoria dei democratici nelle elezioni di medio termine nel novembre 2018. In questa singolare identità di vedute con i bookmakers si muove il ceto politico che conta nel partito Democratico e, a quanto pare, lo stesso Obama. Il quale, seppur chiamato a gran voce da una parte crescente di elettori democratici, per il momento «resiste» a scendere politicamente in campo contro Trump e a prendere in mano le sorti del partito. Un partito, ancora profondamente segnato dalla vittoria di Trump, che delega ai continui scoop della coppia mediatica «New York Times» e «Washington Post» (Russiagate, Fbi, menzogne varie, omofobia, affari illeciti, fisco ecc.) per lavorare ai fianchi The Donald e si affida alla Commissione d’inchiesta con a capo il Procuratore speciale Robert Muller per costruire un impeachment che non sia solo propagandistico. La scelta è di portare alle estreme conseguenze una politica pensata e concepita per interposta persona: il partito non è in grado di reagire e quindi demanda a soggetti politicamente vicini l’iniziativa. Al tempo stesso, però, il partito viene congelato perché per struttura, modo di funzionamento, meccanismi di selezione della leadership non reggerebbe una qualsiasi ipotesi di riforma. Certo, si corrono dei rischi, ma i settori più dinamici del capitalismo americano, dell’establishment istituzionale e l’opinione pubblica liberal concentrata nelle grandi aree metropolitane delle due coste non hanno alternative al partito Democratico. Non è un caso che tra coloro che si oppongono a Trump con maggior determinazione ci sia Jeff Bezos, amministratore delegato di Amazon e proprietario del «Washington Post». Si tratta quindi, per i gruppi dirigenti democratici, di mettere in campo iniziative politiche mirate verso quei settori di elettorato colpiti dalla crisi che hanno votato Trump e che gli hanno permesso di vincere negli Stati chiave del Midwest, garantendogli la presidenza. Questo è più o meno il ragionamento che, tra l’altro, ha azzerato le speranze di Bernie Sanders e il suo progetto Our Revolution, che si prefiggeva di riformare il partito democratico per linee interne. Se, da un lato, il ceto politico Democratico ha combattuto con tutti i mezzi il progetto di riforma di Sanders per non essere fortemente ridimensionato, dall’altro canto Sanders e il suo staff non potevano promuovere un radicale movimento politico costituente al di là del partito democratico, pena la loro uscita di scena.

Intanto la strategia di Trump e dei suoi stretti collaboratori è cambiata. Messo in seconda fila Steve Bannon, l’anima nera, e accantonati – per ora – i suoi blitzkrieg a colpi di decreti attuativi per «decostruire lo Stato» nei primi cento giorni di presidenza, il tentativo è quello di stabilizzare l’Amministrazione insediata alla Casa Bianca. Si guarda a tempi più lunghi cercando di costruire un rapporto con il partito Repubblicano. Se Trump ha bisogno di tutto il partito Repubblicano del Congresso per far passare i suoi decreti e le proposte di legge, il partito Repubblicano non può avere un presidente fuori controllo o a rischio di impeachment fino alle elezioni del 2018. Un equilibrio precario che si può rompere in qualsiasi momento e non solo per nervosa bulimia di tweet del Presidente. Il sostegno dei generali del Pentagono all’Amministrazione, dopo un primo momento di distanza da Trump, comincia a essere visto come un problema dopo i missili sulla Siria, lo sganciamento della «madre» di tutte le bombe e i contratti miliardari per la fornitura di armi all’Arabia Saudita (anche se in gran parte sono stati il perfezionamento di pre-accordi sottoscritti da Obama). Uno dei dogmi dei repubblicani recita che l’autorità del Presidente deve basarsi innanzitutto su rapporti di forza dettati dalla politica interna e dopo, solo dopo, può permettersi proiezioni militari esterne di varia natura e intensità. Una condizione che per Trump a tutt’oggi non è data. L’inverso, secondo questo schema, non può che portare a una crisi sociale ancora più acuta. E allora non rimane che puntare alla chiusura del triangolo costituito dai repubblicani del Congresso, dal Pentagono e infine da Wall Street, come base di appoggio per la stabilizzazione politica. Le riforme epocali annunciate come il piano di ammodernamento delle infrastrutture e la cosiddetta «rivoluzione» fiscale rimangono, allo stato attuale, confinate nei caratteri dei tweet. Il recente rapporto di 150 pagine del Dipartimento del Tesoro ha come obiettivo lo svuotamento del Dodd-Frank Act, la legge voluta da Obama nel 2010 per una maggiore regolamentazione, nei fatti mai avvenuta, delle banche e degli altri istituti finanziari dopo l’esplosione della crisi dei mutui subprime. A Wall Street non sopportano nemmeno che ci siano dei vincoli formali, anche solo scritti, alle loro operazioni finanziarie. E il miliardario newyorchese tende la mano in cambio se non del sostegno, quantomeno della non belligeranza. Ciò fa pensare che la convivenza di un Trump-dottor Jeckyll arcigno difensore del mercato interno e un Trump-mister Hyde sfrenato globalizzatore della finanza sia solo un’immagine giornalistica. Le catene della valorizzazione del capitale, nel loro funzionamento impersonale, non tengono conto dei sondaggi sulla popolarità e non si fanno carico delle personalità bipolari. Una situazione che ancora non si sblocca e corre il rischio di impantanarsi. L’Amministrazione Trump non ha l’autorevolezza del punto di riferimento politico e gli altri soggetti in campo, dai repubblicani al Pentagono e Wall Street, mantengono una notevole dose di autonomia politica. In una battuta: Trump ha la soluzione, ma non ha presente il problema.

Nel punto di osservazione dell’opposizione sociale a New York si percepisce un’atmosfera sospesa. Si attende che accada qualcosa, ma non si sa bene che cosa. La mobilitazione contro Trump, dai presidi all’aeroporto allo sciopero delle donne, che si è sviluppata da gennaio a metà marzo aprendo interessanti percorsi di soggettivazione, ha perso l’impatto iniziale pur essendo ancora in campo. Black Lives Matter attraversa una crisi di identità che deriva dalla mancata riflessione sulla propria articolazione interna. La divisione tra le componenti Lgbt di base – la New York City Dikes March ‒ e il Gay Pride ufficiale, con tanto di Sindaco, Governatore e senatori vari si è ulteriormente accentuata. Permane un conflitto sociale a bassa intensità che, per riemergere, ha bisogno di sbarazzarsi di un immaginario politico pervaso dall’antitrumpismo. Al tentativo di spallata di Trump ci si è illusi di poter dare una spallata uguale e contraria. Ora che l’Amministrazione Trump rischia (e favorisce?) il pantano, non è permesso essere speculari. Neanche stavolta Godot arriverà, ma l’attesa non sarà inutile se il tempo verrà dedicato a connettere esperienze di conflitto e intessere relazioni costituenti di soggetti sociali e politici.

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