giovedì , 13 dicembre 2018
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I sentieri impervi del General Strike

di FELICE MOMETTI

Gli innumerevoli decreti esecutivi della coppia Trump-Bannon stanno trovando non poche difficoltà a essere applicati. Una difficoltà su tutte: non è partita, e non si vedono nemmeno dei segnali di una qualche consistenza, quella mobilitazione sociale che avrebbe dovuto sostenerli, come era nelle intenzioni degli strateghi che oggi hanno gli uffici alla Casa Bianca. Per essere efficaci, le incursioni a tutto campo del Presidente degli Stati Uniti in tema di diritti civili e sociali, sulla politica estera, contro la «casta» stanziata a Washington hanno bisogno di una relazione diretta, riconosciuta e legittimata, tra il Presidente e il suo «popolo». Una condizione necessaria per reggere lo scontro che si è aperto tra potere politico e potere giudiziario, tra potere federale centrale e le amministrazioni delle grandi metropoli delle due coste, tra settori consistenti dell’intelligence civile e militare e la precaria compattezza della squadra messa in campo da The Donald. Nei primi giorni dopo l’investitura, gli incontri con gli amministratori delegati di grandi società, imprese e istituti finanziari sembravano annunciare l’apertura di uno scenario in cui il Presidente stabiliva rapporti diretti, senza mediazioni, con l’élite economico- finanziaria, mentre il suo primo consigliere, Steve Bannon, si occupava di organizzare il sostegno politico a partire dalla galassia xenofoba della cosiddetta destra alternativa. Uno schema che è presto naufragato perché il posizionamento sul mercato mondiale e nelle catene transnazionali del valore delle grandi società americane è tuttora incompatibile con una politica protezionistica e non esistono automatismi tra un voto sulla scheda elettorale e scendere nelle strade. Nemmeno Trump può «costruire» un suo popolo a soli colpi di tweet. Le iniziative della sua amministrazione hanno invece avuto l’effetto di provocare proteste davanti agli aeroporti, in una serie di università, manifestazioni in centinaia di città e la più grande mobilitazione degli ultimi decenni con la Marcia delle donne. Tanto da far prendere in considerazione la possibilità di pensare lo sciopero generale come la forma di lotta più efficace al livello di conflitto da praticare.

Si tratta di una discussione che sta attraversando vari ambiti politici e sociali dell’attivismo radicale americano. Gli scioperi generali e quelli politici sono espressamente vietati dalla legislazione federale e da quella di molti Stati, che prevedono forti sanzioni amministrative e penali. Leggi mai messe in discussione dai sindacati negli ultimi settant’anni. Organizzare politicamente il blocco dei luoghi della produzione e della riproduzione sociale significherebbe anche mettere in crisi il collateralismo tra sindacati e partito democratico e aprire spazi nuovi di politicizzazione. Ma come si organizza uno sciopero generale nazionale, e con quali possibilità di successo, in un paese che ha visto fare l’ultimo sciopero generale nel 1946? Facendo una breve ricognizione, limitata all’ultimo decennio, si possono vedere tre diversi esempi che possono essere di riferimento. Il primo maggio del 2006 circa due milioni di migranti scesero nelle strade, in decine di città, dopo un periodo di mobilitazioni locali contro il disegno di legge sull’immigrazione voluta da Bush. Fu la «giornata senza di noi» in cui molti migranti non andarono al lavoro, a scuola, non fecero acquisti. La mobilitazione fu promossa e sostenuta da associazioni di base di volontariato sociale e religioso, da associazioni di varie comunità, da gruppi antirazzisti. Nessun sindacato dichiarò lo sciopero generale e la grande maggioranza delle persone, per poter partecipare, chiese un giorno di ferie, di permesso o si mise in malattia. Tra il febbraio e l’aprile del 2011 a Madison, in Winsconsin, ci fu un vero e proprio assedio della sede del parlamento statale per bloccare la legge proposta dal Governatore repubblicano Walker, che limitava fortemente i diritti di contrattazione collettiva e di rappresentanza dei lavoratori della pubblica amministrazione e della scuola. Ci furono manifestazioni con decine di migliaia di persone, ma senza un solo giorno di sciopero dichiarato. Sebbene la proposta di legge, poi approvata dal parlamento dello Stato, nei fatti mettesse in discussione l’esistenza del sindacato sui posti di lavoro, le organizzazioni sindacali dei lavoratori pubblici e degli insegnanti – per non trasgredire la legge che vieta lo sciopero nell’amministrazione pubblica – organizzarono la protesta istituendo casse di resistenza per pagare i giorni di ferie, di malattia e di permesso ai lavoratori che parteciparono. Il 2 novembre 2011 a Oakland il movimento Occupy organizzò lo sciopero generale della città. Fu un successo, nonostante l’aperto boicottaggio delle grandi centrali sindacali, perché frutto di un percorso sociale di allargamento progressivo senza venir meno alla radicalità delle forme e degli obiettivi. Uno sciopero inteso come diffusione del conflitto che doveva attraversare tutti gli ambiti della società e non solo i luoghi della produzione. Uno sciopero sociale generalizzato con i picchetti dei manifestanti anche sulle grandi vie di comunicazione. Tre esempi che sono argomento di discussione nelle ultime settimane.

Nel frattempo in molte città sta crescendo l’adesione allo sciopero delle donne del 8 marzo promosso da un appello di un gruppo di femministe in relazione con le manifestazioni che, in quel giorno, si terranno in una trentina di paesi. L’iniziativa è gestita da una coalizione che comprende le promotrici dell’appello, le organizzatrici della Marcia delle donne del 21 gennaio, collettivi femministi e Lgbt, le Bodegas strike, collettivi studenteschi, associazioni di migranti e che ha l’appoggio di alcune sezioni locali dei sindacati. La modalità scelta è quella di fare azioni dirette il mattino a opera dei vari gruppi di affinità e manifestazioni il pomeriggio. L’obiettivo è di bloccare il maggior numero possibile dei luoghi della produzione, della riproduzione e della comunicazione sociale. Intanto è iniziato il percorso verso un primo maggio di lotta dei migranti, «una giornata senza di noi», come nel 2006. Tutte queste iniziative stanno alimentando il dibattito e la riflessione su cosa sia e cosa significhi fare uno sciopero generale oggi negli Stati Uniti, uno sciopero che sia certo contro le politiche di Trump, ma non si fermi a questo. Uno sciopero generale inizia con il modo di costruirlo, di politicizzarlo e di allargarlo superando le forme sindacali e politiche esistenti. La combinazione dell’antagonismo sociale con l’autonomia politica è la posta in gioco.

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