sabato , 27 maggio 2017
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Il golpe in Brasile visto dall’Argentina

di MARIANA GAINZA

Pubblichiamo il contributo di Mariana Gainza, compagna argentina, ricercatrice del Conicet e docente di Scienze sociali all’Universidad de Buenos Aires, sulle vicende politiche degli ultimi mesi in Brasile e sulle analogie e differenze con quanto è avvenuto e sta avvenendo in Argentina. La «strana temporalità» del golpe brasiliano si rispecchia nell’apparente «normalità» democratica dell’esito elettorale argentino, mostrando le diverse facce assunte dal ritorno del neoliberismo in quei paesi dove la fine dei governi progressisti rivela a un tempo i limiti di queste esperienze e le parzialmente inedite alleanze che il capitalismo instaura con gli elementi più reazionari (quando non esplicitamente fascisti) della società sudamericana. In particolare emerge chiaramente il ruolo svolto dal discorso teologico-politico delle chiese evangeliche e dal giustizialismo mediatico nel riproporre un paradigma governamentale fondato sulla moralizzazione della sfera pubblica e di quella privata e sulla riproposizione di una società fortemente gerarchizzata, dove le donne, le minoranze e i poveri vengono riassoggettati al dominio patriarcale, razziale e di classe. Da questa prospettiva, dunque, il movimento argentino Ni una menos appare di un’importanza politica capitale.

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I. Nel mezzo della vertigine per gli eventi che si sono succeduti in Brasile, al ritmo di questa strana temporalità generata da un «golpe annunciato» (ai segnali anticipatori del quale quasi nessuno credeva) che va dispiegando, giorno dopo giorno, le sue ragioni più profonde e più superficiali, risalta l’episodio interno al quadro politico-istituzionale che ci spinge a scrivere questo articolo. Si tratta dell’approvazione preliminare, da parte di una maggioranza raccogliticcia di deputati, del cosiddetto «PEC 241», un progetto di modificazione costituzionale destinato a congelare la spesa pubblica per vent’anni. L’arroganza rifondatrice del governo Temer si manifesta eloquentemente in questo atto, che aspira a mostrare, con tratto inequivocabile (intervenendo precisamente sulla «legge fondamentale» del paese), che le frazioni maggioritarie della classe politica brasiliana sanno interpretare i segni dei tempi e il corso del mondo, e che la mancanza di scrupoli è quello che il momento richiede come segnale di una vera volontà di adeguamento. Questo è quanto viene chiesto ai «politici» dal cuore del neoliberalismo globale, che è ovunque e in nessun luogo: devono capire quello che ci si aspetta da loro e agire di conseguenza. In Sudamerica questo riorientamento politico procede contro la «deviazione» operata da buona parte dei governi del continente nel corso del decennio scorso; ora stiamo sperimentando una nuova avanzata del neoliberalismo, però in una fase ulteriore di mutazione, reattiva nei confronti degli unici tentativi più o meno coerenti (che hanno avuto luogo in America Latina) di resistenza ad alcuni aspetti dei suoi imperativi sistemici. In tal modo, la «Proposta di Emendamento della Costituzione n. 241» mette in gioco una lettura dello scarto presente nel cosiddetto «lulismo», identificando il suo nodo sensibile e dirigendosi direttamente contro le politiche sociali orientate all’inclusione (le quali hanno prodotto quel famoso numero che i difensori del PT continuano a ripetere: più di quaranta milioni di Brasiliani usciti dalla povertà), politiche che ora vengono reinterpretate come «spesa a perdere». Di conseguenza, ogni rottura istituzionale sceglie, e talvolta confessa, qual è il suo piano privilegiato. Secondo Caetano Veloso, per esempio, l’aspetto più rappresentativo – o di maggiore forza rivelatrice – del golpe del 1964 è stata la sua reazione contro l’alfabetizzazione popolare promossa da Paulo Freire[1]. Per tale ragione potremmo ritenere che, nella vicinanza e nella distanza tra la risposta militare al tentativo di trasformare la società brasiliana con una rivoluzione delle coscienze (una «riforma intellettuale e morale», per dirla con Gramsci) e l’attuale risposta parlamentare-giudiziaria-mediatica contro la spesa pubblica, gli investimenti e i sussidi messi in atto per creare un modello di «inclusione attraverso il consumo» si rivelano, in un certo modo, il significato storico di quanto avviene oggi in Brasile.

Quel che è certo è che gli avvenimenti brasiliani hanno un forte impatto nella ridefinizione della congiuntura del continente. L’avanzata delle sinistre in America Latina nel corso del primo decennio e mezzo del secolo aveva come condizione di possibilità il fatto che a fare da contrappunto della radicalità chavista che si espandeva nel nord del subcontinente ci fosse la moderazione lulista. Nei primi anni, va ricordato, mentre Chavez appariva sulla stampa internazionale come l’incarnazione del demonio populista, Lula era festeggiato in modo quasi unanime come il rappresentante eminente della «maturità democratica» di un paese, la cui piattaforma istituzionale preferiva la negoziazione e la ricerca di accordo, e la cui cultura profonda, restia al conflitto, permetteva a un vecchio leader sindacale di diventare, contro ogni idea anacronistica di lotta di classe, il presidente della conciliazione degli interessi e della armonizzazione delle differenze sociale (come segnalava lo slogan, in parte ironico, della campagna del 2002: «Lulinha paz y amor»). E se entrambe le tendenze, combinate e articolate, hanno funzionato come un grande «ombrello» che in un certo modo è servito da rifugio e da sostegno a chi, nei paesi più piccoli e con minor peso geopolitico del continente, sperimentava una ribellione contro il neoliberalismo, ora invece ci troviamo di fronte alle difficoltà sempre più drammatiche che attraversano il Venezuela e alla svolta politica in Brasile, e che segnano il nuovo quadro continentale.

Chi avrebbe mai pensato, nel 2009, quando militanti e autoconvocati protestavano di fonte all’ambasciata dell’Honduras di Buenos Aires per il golpe (ancorché «di nuovo tipo») che aveva scalzato Manuel Zelaya dalla presidenza, che qualcosa di simile sarebbe potuto accadere in Brasile? E alcuni anni dopo, nel 2012, quando Fernando Lugo è stato sottoposto a un giudizio politico da parte del parlamento del Paraguay, che è riuscito a destituirlo a tempo record, chi avrebbe immaginato che una analoga manovra di palazzo sarebbe stata possibile nella maggior democrazia dell’America Latina? Il fatto che in Brasile quegli episodi non abbiano suscitato la giusta attenzione pubblica che la loro gravità avrebbe meritato va sommato con le posizioni che stava adottando il PSDB: anticipando i suoi movimenti successivi, il «partito della socialdemocrazia» (che aveva riunito gli universitari esiliati nel Cile di Allende, come Fernando Henrique Cardoso e Josè Serra) si pronunciò – all’opposto delle istituzioni regionali e della maggioranza dei partiti latinoamericani – per una legittimazione del golpe contro Lugo. Senza dubbio il soprannome di «espresso» che, per la velocità con cui Lugo venne destituito, ricevette la destituzione del presidente paraguagio insegnò agli organizzatori dell’impeachment brasiliano che una certa relazione con il tempo era necessaria per regolare gli aspetti più ostentati di un processo che andava decidendosi dietro le quinte, e che costituì, come si è detto, un «golpe al rallentatore» che si protrasse per alcuni mesi. In questo periodo si realizzò non solo la produzione giuridico-politica di un tempo procedurale capace di distruggere qualsiasi concezione sostanziale della giustizia, ma anche l’operazione astuta di una triangolazione tra le misure adottate dai procuratori dell’operazione Lava Jato[2], l’agitazione mediatica dell’indignazione delle classi medie urbane e le posizioni della destra politica, imprenditoriale e religiosa (la cui piattaforma fu l’accordo e l’azione parlamentare congiunta del PSDB e del PMDB – attraverso le loro principali figure politiche, l’allora vicepresidente di Dilma Rousseff, Michel Temer, e i due presidenti delle camere del Congresso: Eduardo Cunha e Renan Calheiros). Grazie a questa «gestione del tempo», la capacità di resistenza della base di sostegno al governo della Rousseff, sempre più debole, è stata messa alla prova e sondata (e infine repressa), fino alla destituzione conclusiva – che aveva cominciato a essere organizzata nel Parlamento durante il mese di marzo – avvenuta il 31 di agosto, quando si giunse alla conclusione che non ci sarebbe stata una rivolta di massa popolare sufficiente a modificare il ritmo impresso agli avvenimenti.

II. Esiste una correlazione permanente e al tempo stesso una differenza significativa tra la successione di eventi che punteggia la storia brasiliana e quella argentina. Un parallelismo che spiega una certa simultaneità per quanto riguarda le linee generali delle rispettive esperienze nazionali, e nel contempo una differenza che rende irriconoscibile e distante quello che in realtà è vicino; qualcosa che riguarda senz’altro il noto problema della traduzione e che, nel caso del Brasile, si assomma con l’eccezionalità della lingua portoghese, la quale trasforma il paese brasiliano in un’enorme isola all’interno dell’America Latina. Tale situazione favorisce due percorsi opposti: da un lato permette l’accumulo di illusioni riguardo l’immediata traducibilità della nostra «fratellanza» linguistica, storica e culturale; dall’altro riconduce a un ermetismo fatale, sostenuto dalla tesi implicita per cui argentini e brasiliani condividono soltanto una reciproca «estraneità» assoluta, per cui ciò che accade qui non si relaziona mai con quanto accade là. Tanto la familiarità artificiosa quanto l’indifferenza totale manifestano temporalità parallele che non si incontrano mai; e quando questa cesura viene abbandonata, perché rende difficile dare fluidità agli scambi più genuini (culturali e politici), essa diventa il territorio di una serie di «mediazioni», tra le quali la più nociva e alienante è quella realizzata dai mezzi di comunicazione.

Se il non-incontro non è una novità, quello che negli ultimi anni ha costituito una differenza reale è il protagonismo drammatico che è andata acquisendo la questione dei media, quando le schermaglie tra i governi e le imprese di comunicazione nazionali e transnazionali in paesi come Venezuela ed Ecuador, ma soprattutto il tentativo antimonopolista argentino che si è espresso nel conflitto intorno alla Legge dei Media, hanno fatto sì che in Brasile scattasse il segnale di «pericolo». Quella che già si configurava come una grande forza di disinformazione strategica (rappresentata da giornali come la Fohla de São Paulo, analoga alla versione stampata del Clarín, o dal conservatore Estado de São Paulo, più simile a La Nación, o dall’azienda multimediale Globo) – peraltro in un contesto diverso da quello argentino, nella misura in cui non è mai esistita in Brasile una tradizione forte di giornalismo alternativo e critico – ha potuto infine abbandonare qualsiasi decoro. Dall’inizio del suo primo mandato, nel 2011, Rousseff è stata fortemente condizionata e pubblicamente avvisata che non sarebbe stata accettata nessuna «ingerenza» nella libertà di stampa dei media e della loro concentrazione. E Rousseff ha accettato questa imposizione (come è stato amaramente riconosciuto da quelli che l’hanno difesa anche nel pieno della sua debacle), al punto che è possibile perfino ricostruire i frenetici cambi ministeriali del suo primo governo come risposta ali titoloni con i quali la Fohla di volta in volta faceva «pollice verso» ai membri del primo gabinetto (la «pesante eredità» di Lula, si diceva): una processione di ministri che non si è mai arrestata, e che in ogni caso rivelava la precarietà di un’alleanza di governo (tra una sinistra e una destra storiche), che sarebbe poi esplosa con il passaggio all’opposizione del PMDB e con il blocco delle iniziative democratiche, in un contesto in cui gli effetti della crisi internazionale del 2008 si facevano ormai sentire in America Latina.

Abbiamo detto che lo spazio di una reciproca estraneità tra il Brasile e il resto del continente si trova a essere «elaborato» da una reale macchina creatrice di simboli tendenzialmente dominata dai grandi media (da quando? Da sempre? Dalle dittature? Dalla transnazionalizzazione neoliberale dei gruppi di comunicazione?). Però così come si devono evitare i paragoni superficiali e stereotipati che sorgono quando si tratta di registrare le differenze tra le rispettive dittature («la dittatura brasiliana fu meno brutale di quella argentina»; «la dittatura brasiliana fu sviluppista, quella argentina neoliberale»; «in Brasile c’è una vera borghesia nazionale, per questo il neoliberalismo della post-dittatura è stato selvaggiamente privatizzatore», ecc.), si dovrebbero evitare anche paragoni analoghi in rapporto al ruolo storico dei media («i media in Brasile non sono sporchi di sangue come quelli argentini»; «i giornali brasiliani non hanno un peso paragonabile a quello dei giornali argentini, perché il popolo brasiliano legge di meno»; «il potere della TV in Brasile passa soprattutto attraverso il calcio e le telenovelas», ecc.). In realtà quello che mostra la congiuntura attuale è la continuità di una violenza classista e razzista che ha attraversato la fase dittatoriale, in base alla quale si può dire che una certa naturalizzazione della violenza politica e delle costanti e innumerevoli – o mai contate – morti sociali (di poveri, neri, indios, contadini, donne), cioè di morti che non sono direttamente politiche, costituisce il vero trionfo della dittatura trasformatasi in «democrazia», in virtù di quei patti e di quei negoziati solitamente ammirati dalla politologia dominante. E tuttavia la congiuntura attuale mostra anche che la continuità di questa violenza, che si è sovrapposta ai tentativi democratizzanti del PT, ha richiesto ed è dipesa da un compromesso attivo con la diseguaglianza e la segregazione sociale da parte dei settori che oggi controllano sia il Congresso brasiliano (la cui maggioranza è composta non solo da «corrotti e maneggioni» e da politici dalla classica mediocrità conservatrice, ma anche da un numero considerevole di neofascisti quasi caricaturali), sia alcuni snodi culturali e sociali fondamentali, per mezzo della onnipresenza del discorso sulla corruzione in TV e sui giornali, della legittimazione ideologica della «giustizia indipendente» e dell’attivazione di una micro-politica di destra che si mobilita grazie alle reti sociali e che ha ora imparato a infiltrarsi nelle manifestazioni moltitudinarie. Quello che la sinistra brasiliana ha battezzato la «banda BBB» (Bíblia-Bala-Boi, cioè Bibbia, calcio e carne bovina, con cui si prepara il tradizionale asado argentino) è il numeroso gruppo parlamentare formato da deputati e senatori associati corporativamente alle distinte chiese evangeliche, ai settori militari e della polizia che sostengono la recrudescenza del punitivismo (e che contrastano con forza la Commissione della Verità creata da Rousseff), agli interessi dell’agrobusiness. Si tratta di un settore politico che effettivamente rappresenta una grande concentrazione di potere sociale, e che ha definito in maniera delirante i «rossi comunisti» del PT (in una forma discorsiva anacronistica che sembra presa dai vecchi pamphlet della guerra fredda) come il nemico che avrebbe condotto il Brasile alla disintegrazione a partire dalla distruzione dei valori della famiglia, dell’ordine e della libertà di impresa.

III. Il 5 giugno 2013 il pastore Silas Malafaia, della Chiesa pentecostale Asamblea de Dios, si rivolge a più di 50.000 persone riunite nella enorme piazza chiamata Explanada de los Ministerios, nel cuore politico di Brasilia. Grida sfrenatamente, pronunciando un discorso di sfida e bellicoso; governa la scena come chi è abituato alle arringhe pubbliche, essendosi allenato per anni come presentatore di un programma televisivo («Victoria en Cristo»), che dal 2008 occupa l’intera mattinata, sette giorni su sette, nel canale Band. Con una rabbia tutta impostata, ripete senza sosta che «il Brasile è uno Stato democratico e di diritto», nel quale «chiunque può essere criticato»; però chi osa criticare le pratiche omosessuali (questo è il cuore drammatico della sua arringa) finisce per essere chiamato «omofobico». «Voglio avvisare l’attivismo gay – continua Malafaia – che è la stessa costituzione brasiliana che mi protegge: io critico chi voglio, e nessuno può dirmi di tacere […]. Signori dei media: noi che siamo definiti fondamentalisti, vogliamo che la stampa sia libera anche di parlare male di noi. Però sento questi “sinistrorsi” che cercano di prendere il controllo dei media per controllarne il contenuto: ma se pensano che il Brasile sia come il Nicaragua, il Venezuela, la Bolivia, l’Ecuador, l’Argentina…No! Qui la stampa è libera, e lo sarà sempre! Questi “sinistrorsi” vorrebbero un nuovo quadro normativo per controllare i media, e con essi lo Stato e la società; e vorrebbero fare qualche trucco a nostro danno, a danno della nostra voce. Ma nessuno può farci tacere, nessuno può far tacere la nostra voce. Per metterci a tacere devono andare contro la costituzione brasiliana».

L’aspetto interessante di questo discorso (che – vale la pena sottolinearlo – è pronunciato nella piazza pubblica e non dentro una chiesa; e non in una piazza qualsiasi, bensì in una che è un vero e proprio «foro») è che esso presenta l’immagine di un Brasile assediato: il Brasile (questa grande isola che il Brasile vuole essere) è in pericolo a causa della peste chavista che si diffonde nel Sudamerica, e che ora sta bussando alla sua porta. Qui vicino, in Argentina, dove governa un’altra donna («amica» di Dilma) sono state già approvate delle leggi demoniache: la legge sui media e quella sul matrimonio egualitario; inoltre i militari che hanno condotto la repressione non possono starsene tranquilli, perché vengono giudicati e condannati (e una simile minaccia è latente nella Commissione della Verità, che, benché non lo dica apertamente, apre la possibilità che i crimini vengano conosciuti e giudicati). In relazione a questo discorso si possono condurre alcune riflessioni, ancorché orientate da un certo «impressionismo» – che è sempre presente quando si cerca di tradurre esperienze diverse. La prevenzione contro il «populismo» latino-americano permea la cultura politica brasiliana, anche nelle sue manifestazioni di sinistra: il tono generale della sinistra brasiliana (perlomeno della sinistra di San Paolo, direttamente legata alla storia del PT) tende a essere più «liberal» che nazional-popolare, probabilmente a causa del fatto che il varghismo perlopiù è stato interpretato non come un’esperienza popolare democratica, ma è rimasto impigliato nella definizione che qualifica il primo governo di Getulio Vargas come una dittatura. Il nome di Vargas riconduce pertanto quasi unanimemente alla «dittatura Vargas», e nessun tentativo storiografico di rivendicare gli aspetti progressisti del varghismo (come quelli di Brizola, che divenne molto potente a Rio)[3] è sopravvissuto alle riconfigurazioni ideologiche degli ultimi decenni (cosicché si capisce anche la ragione per cui la sinistra brasiliana tende a considerare il peronismo allo stesso modo in cui è considerato in Europa: come una versione latinoamericana del fascismo). Per quanto riguarda Chavez, le considerazioni sono analoghe: nulla di paragonabile con la simpatia diffusa per la «rivoluzione bolivariana» che si è sviluppata agli inizi del secolo in Argentina ha avuto luogo in Brasile; e lo stesso si può dire in relazione a Cuba. Il fatto che la Folha de São Paulo abbia sviluppato un meccanismo quasi automatico «di edizione» (non stiamo nemmeno parlando di una politica editoriale) che faceva precedere ogni apparizione del nome «Fidel Castro», in qualsiasi contesto, dall’aggettivo «dittatore», è qualcosa che un lettore argentino potrebbe definire una peculiarità e un’anomalia; resta il fatto che la definizione «dittatore Castro» scivolava senza ostacoli nella lettura dei brasiliani come qualcosa di invisibile. E ancora meno si notava, nel momento in cui il partito di Lula vinceva per la prima volta le elezioni: il paese in festa era ben lontano dal registrare nell’amichevole Fohla – che pubblicava interviste di due pagine agli intellettuali di sinistra dell’Università di San Paolo – qualche specifica inclinazione che potesse preoccupare. Invece il modo in cui l’esperienza kirchnerista è stata presentata dai mezzi di comunicazione brasiliani non lascia alcun dubbio circa l’importanza che ha per isolare i popoli questa «libertà» dei media monopolisti – che il pastore Malafia, nel 2013, prometteva e assicurava che il Brasile non avrebbe alterato. Così, mentre nei confronti del PT al governo si dava il via a un’operazione che, alternando «critiche» e «carezze», demonizzava selettivamente alcuni personaggi politici e ne preservava altri, il kirchnerismo, e in particolare la figura e il governo di Cristina Kirchner, veniva attaccato con una volgarità e una furia che – mi sembra di poter dire – è servita a preparare il terreno per l’attacco che alcuni anni dopo si sarebbe diretto con tutte le forze contro il vero obiettivo: il governo e la figura di Dilma Rousseff, e con essa anche l’intera traiettoria politica di Lula e tutta la storia del PT.

Il discorso di Malafaia è un discorso esplicitamente teologico-politico, che riprende (dalla prospettiva di una «minoranza organizzata») buona parte dei temi che hanno attraversato la scena politica brasiliana da allora a oggi, interpellando i media e i membri del Congresso, sfidando l’«attivismo gay» e la sinistra, ma anche il Supremo Tribunal Federal (STF): «In Brasile si sta confondendo la libertà con il libertinaggio. E questo rischia di trasformarsi in anarchia»; «C’è un candidato al Tribunale Supremo che difende l’aborto; e io sospetto che si voglia eleggerlo per far uscire dei criminali dal carcere»; «Voglio avvisare il STF e le autorità: il popolo brasiliano vuole vedere tutta questa banda del mensalão[4] in carcere! Voglio dare un avviso ai deputati: signori, se voi pensate di togliere potere al Pubblico Ministero, allora vi state dando la zappa sui piedi. Volete che sia sottoposto all’esecutivo, ma noi non vogliamo che il potere giudiziario sia al servizio di qualcuno. I mensaleros del Congresso vogliono che il STF si inginocchi davanti a loro. No! Noi vogliamo un STF forte, indipendente e guardiano della Costituzione!». Dopo aver dato una notizia di buon auspicio – «questa mattina, grazie alla nostra pressione, è stato approvato in commissione il diritto del bambino a nascere» – e aver chiarito che era stato lo stesso Eduardo Cunha (elemento chiave dell’operazione impeachment) ad averglielo comunicato al cellulare («è stato approvato, pastore»), Malafaia traccia un bilancio delle sua forze attuali, e fa una dichiarazione di intenti: «Ascoltate quello che dico a proposito di questa manifestazione: solo la ‘Diretas Ja’[5] ha portato in piazza più gente a Brasilia durante un giorno feriale. Nessun movimento sociale ha mai portato in piazza più di 50.000 persone durante la settimana»; «Quello che stiamo facendo è una piccola prova di esercizio della nostra cittadinanza»; «Torneremo a Brasilia, e saremo di più!»; «Andiamo a cambiare questa nazione», perché «il popolo di Dio unito, non sarà mai sconfitto!»[6].

Oltre all’esito del processo di destituzione di Rousseff sostenuto nel Congresso dal correligionario di Malafaia Eduardo Cunha (o il «particolare» per cui la totalità del consiglio dei ministri di Temer è composto di adepti alle chiese evangeliche), occorre ricordare un altro fatto che dimostra come le parole ascoltate nel giugno 2013 non esprimessero la follia di un’immaginazione stravolta dal fondamentalismo, bensì una linea politica precisa, associata a una volontà di potere e a una reale accumulazione di forze: il 30 ottobre 2016 il pastore della Iglesia Universale del Reino de Dios, Marcelo Crivela (nipote di Edir Macedo, fondatore di questa potentissima chiesa, con un numero sempre più alto di «succursali» in tutta l’America Latina) vince le elezioni per la carica di sindaco di Rio de Janeiro.

IV. Il 6 giugno 2013 scoppia la prima di una serie di manifestazioni (che oggi si ricordano come le giornate di giugno), organizzate dal movimento Passe Livre a San Paolo, in risposta all’aumento del costo dei biglietti dei trasporti pubblici. Questa manifestazione si ripete pochi giorni dopo, e si estende in tutte le grandi città brasiliane, riunendo milioni di persone. Le proteste nelle strade brasiliane sono cominciate come espressione dell’insoddisfazione della gioventù di sinistra per le condizioni di vita (il trasporto, l’educazione, la salute) nelle città e nelle sue periferie povere, come espressione di un desiderio di ampliamento della democrazia, che segnalava le contraddizioni tra l’esistenza palpabile di questi problemi irrisolti e l’orientamento di investimenti e fondi pubblici per l’organizzazione di mega-eventi sportivi (Mondiali di calcio, Olimpiadi) che avrebbero avuto il Brasile come sede – «Non vogliamo un’educazione modello FIFA!» era uno degli slogan. Però il ciclo di queste manifestazioni moltitudinarie in poco tempo muta la sua composizione, il suo stile e il suo contenuto, arrivando a trasformarsi in una serie di manifestazioni delle classi medie urbane, «indignate» per la corruzione. La trasformazione del «tono maggioritario» delle proteste può forse essere individuato attraverso questo esempio: il 17 luglio 2013, tra chi manifestava massicciamente nell’Avenida Paulista, vi erano i medici che protestavano contro il programma «Mais Medicos», lanciato dal governo Rousseff per rispondere alle richieste relative alla salute pubblica che erano state pronunciate nelle giornate di giugno. «L’importazione» di medici cubani che lavoravano con la medicina sociale nelle regioni più bisognose del paese suscitò l’indignazione di questo settore, corporativo ed elitista, composto da professionisti molto ben pagati, nella protesta dei quali cominciavano a risuonare parole associate a un «anti-comunismo» generico, che più avanti impregnerà le manifestazioni contro il governo del PT. Dal movimento Passe Livre si è passati al movimento Brasil Livre (che fin dal nome ha tentato di mimetizzarsi con il suo predecessore): sempre più spesso si sono ripresentati, riprodotti massicciamente, tutti i temi ideologici dell’anti-populismo globale e una logica che si auto-alimentava virtuosamente si è articolata tra loro la copertura mediatica e l’intervento dei social network, cosicché la comprensione di questa novità da parte della destra politica (la presenza costante nelle piazze di moltitudini che gridavano: «Via Dilma!») ha finito per costituire una nuova base dotata di una forza adeguata a sostenere la svolta verso quel rafforzamento del neoliberalismo che il corso della storia reclamava.

Una parte dell’«autonomismo» brasiliano ha visto nel «giugno 2013» una specie di riedizione del 2001 argentino – collocato in una sequenza che va dalle primavere arabe al 15M spagnolo, a piazza Taksim in Turchia, ecc. –, interpretando l’insieme di questi fenomeni come un’espressione genuina della ribellione sociale e della potenza democratica della moltitudine, che si rivoltava tramite queste esplosioni d’indignazione contro la «politica», ormai delegittimata agli occhi dell’intera società a causa della sua corruzione sistemica. Senza dubbio, di nuovo, ciò che colpisce di questa interpretazione è precisamente il fatto che essa, nel gioco perpetuo di similitudine e differenza tra le esperienze argentine e quelle brasiliane, si presenta come una sfida per l’immaginazione. Perché in questo caso, effettivamente, sembra più appropriato dire che ciò che è successo in Brasile a partire dal giugno 2013 (ovvero non solo in quel mese – dove va evidenziata la prevalenza delle richieste democratiche – ma nel ciclo totale delle manifestazioni, che arrivano fino a quelle che si possono considerare «destituenti» [«Via Dilma!»] e che includono molte voci che chiedono un colpo di stato militare) assomiglia di più a un misto di (alcuni) aspetti del 2001 argentino con (molti più) aspetti che fanno evocare la mobilitazione del nuovo attivismo di destra, avviatosi a partire dalla «crisis del campo»[7] del 2008. Il 2008 in Argentina, in effetti, mostra il momento corporativo di un’insoddisfazione nei confronti delle politiche redistributive («momento corporativo» dell’insoddisfazione che in Brasile, come abbiamo detto, trova una specifica espressione parlamentare), che si trasforma in un diffuso e generico rigetto «di classe» nei confronti del governo (in nome della morale anti-corruzione, della libertà e della proprietà), e che si esprime soprattutto nel «cacerolazo» e nelle manifestazioni contro Cristina Kirchner a partire dal 2012. In ogni caso, è certo che in Brasile non si è mai verificato un 2001, e che la transizione dal neoliberalismo dichiarato degli anni ’90 al neosviluppismo lulista è avvenuta in modo non traumatico, tramite elezioni vinte regolarmente dal PT (il che probabilmente si deve alla differenza tra il governo di Fernando Cardoso e quello di Menem, che potrebbe collegarsi alla differenza che abbiamo segnalato tra le rispettive dittature: la radicalità delle politiche neoliberali del menemismo in opposizione alla relativa moderazione o, se si vuole, alla visione strategica del suo corrispettivo brasiliano). Ciò nonostante, gli effetti accumulatisi di una crisi della rappresentanza politica e delle sue istituzioni – che l’eccezionalità di Lula è riuscita soltanto a posporre – hanno finito per deflagrare; e lo hanno fatto nel peggiore dei modi, ovvero attraverso una giuridicizzazione della politica e una politicizzazione del giuridico, cioè tramite un colpo di Stato «istituzionale», dove si invoca spesso, in maniera contraddittoria, la parola «costituzione». Come il pastore Malafaia sosteneva il suo discorso facendo riferimento allo Stato di diritto che lo garantiva e alla Costituzione che lo difendeva, così la destra afferma che la destituzione è «costituzionale» (il che equivale a dire: non è un golpe). E alcuni settori vicini al PT, che giustamente hanno denunciato l’ultimo grande «giro di valzer» di Rousseff (che ha vinto le elezioni del 2014 con un programma anti-neoliberale, e poi ha nominato come ministro dell’economia Levy, un neoliberale ortodosso), purtroppo hanno sostenuto questa interpretazione: non già in virtù di un giudizio sulla legalità o meno del procedimento, bensì a partire dalla considerazione che non ci sia alcuna ragione che giustifichi la difesa della continuità di ciò che non è più sostenuto da un appoggio popolare attivo nelle piazze[8]. La Costituzione del 1988, in ogni caso, agisce come sintomo. A essa rinviano alcune posizioni vicine al PT, evidenziando come lì trovi la sua cornice istituzionale un’accumulazione storica di lotte per i diritti (dal momento che è proprio questo percorso storico che viene attaccato violentemente dal processo attuale). Da un’altra prospettiva, tuttavia, si segnala che questo approccio non tiene conto della continuità istituzionale che connette lo «Estado Novo» di Vargas, i vent’anni della dittatura militare, e la «Nova Republica» (che in virtù di questa non rottura così enfatizzata meriterebbe il nome di «post-dittatura»). La Costituzione dell’‘88 rispetta le clausole fondamentali, non negoziabili di questa post-dittatura, e anche un «golpe parlamentare» o «costituzionale» può richiamarsi alla costituzione come al proprio retroterra. Le riforme reali (agraria, politica, tributaria, ecc.) che l’avanzata della politicizzazione popolare tra il 1961 e il 1963 poneva come proprio orizzonte furono bloccate dal golpe del 1964; e il PT trionfante nel 2002 non ha saputo o voluto dare rilevanza a un’effettiva volontà trasformatrice, e operare quella rimozione degli ostacoli strutturali che sarebbe stata essenziale per una democratizzazione sociale e politica.

Le difficoltà, le contraddizioni e i dilemmi impliciti nella conquista del potere esecutivo da parte del PT (che si innesta nelle possibilità e nei limiti evocati parlando della «costituzione dell’‘88») rinviano senza dubbio a una serie di ragioni eterogenee che devono spiegare l’esaurimento di questa forza democratizzatrice che in Brasile, dagli anni ’80, si era associata al nome del Partido de los Trabajadores, e che rinviava direttamente ai movimenti sociali e sindacali che ne costituivano sia la base, sia le diverse memorie della lotta delle sinistre. I limiti dell’esperienza governativa del PT non si possono quindi dissociare dalla configurazione di un sistema politico la cui ragion d’essere si confonde fino quasi a identificarsi con il blocco di tutte le possibilità o delle linee di azione che vorrebbero essere trasformatrici (un aspetto che richiama più il panorama politico cileno che quello argentino). Tantomeno questa esperienza si può dissociare dalla vicinanza promiscua tra la classe politica tradizionale e la classe imprenditoriale (che nel suo insieme va considerata come vincente, dopo una decina di anni di orientamento economico neosviluppista). Tuttavia, per quanto senza una «riforma politica» non ci sarà, probabilmente, nessuna altra possibilità storica per la rappresentanza istituzionale degli interessi popolari, gli orizzonti che si vanno disegnando sono ben lontani da una discussione dello «spirito profondo» della Costituzione dell’‘88 – che non è certo la priorità del parlamento, il quale finirà per approvare l’emendamento che renderà incostituzionale per 20 anni tutti gli aumenti di investimento nell’educazione, nella salute e nei programmi sociali; né del giudice Moro o dei membri del Ministerio Publico Federal, disposti a farla finita con qualsiasi legittimità morale dei rossi; né della Polizia Federale che, insieme ai magistrati, agisce con le mani libere per «investigare sulla corruzione» (prima dell’indagine su Lula, nel marzo 2016, si possono ricordare le «anticipazioni» di Zé Dirceu e Genoino); né, infine, della polizia militare e statale, ugualmente libera di rovesciare tutta la violenza della legge e dell’ordine (che non ha bisogno di essere scritta) non solo sugli abitanti delle favelas e dei quartieri popolari, come hanno sempre fatto, ma anche sugli studenti degli istituti secondari, sugli universitari, sui movimenti sociali e su tutti coloro che manifestano contro il governo Temer e contro il drastico giro di vite che sta portando avanti (in questo momento, si stanno reprimendo violentemente le manifestazioni contro l’approvazione – che peraltro sembra già ottenuta – del PEC 241).

Attraverso la via golpista, o tramite la via democratica, Brasile e Argentina si incontrano nuovamente e si riconoscono come accomunati da uno stesso processo. E in una certa misura, lo sappiamo: siamo condannati ad andare insieme, loro e noi, noi e loro. Non è forse chiaro che, se Macri non avesse vinto in Argentina, la possibilità di un golpe in Brasile non sarebbe stata nulla di più di una possibilità irrealizzabile? Non è forse probabile che, se il Frente para la Victoria avesse vinto, qualcosa di simile a ciò che succede oggi in Brasile si sarebbe potuto ripetere in Argentina, sotto qualche altra forma di «un incubo diventato realtà»? Lo smisurato e amato Brasile si sta trasformando in un enorme Stato repressivo, che interviene contro quelle fibre che costituiscono la libertà e la creatività del suo popolo. A questo tende in definitiva qualsiasi golpe, nella misura in cui si caratterizza come una restaurazione conservatrice. L’arretramento è incommensurabile, sfugge al nostro vano sforzo di menzionarlo tramite queste parole precarie e disordinate.

[1]      «La destra e le reazioni inconsapevoli che la struttura sociale brasiliana coltiva a partire dall’epoca coloniale risposero con il golpe militare alla minaccia combinata di un’alfabetizzazione accelerata e di una presa di coscienza politica delle classi povere brasiliana, tradizionalmente marginalizzate», scrive Veloso nel suo libro Verità tropicale (1997), tr. it. Milano, Feltrinelli, 2003.

[2]      L’Operação Lava Jato (Operazione Autolavaggio) è un’operazione della polizia federale del Brasile iniziata nel 2014 e ancora in corso per portare alla luce un sistema di tangenti all’interno dell’azienda petrolifera statale Petrobras. L’indagine ha toccato, oltre a numerosi esponenti del PT, anche l’ex-presidente Lula [ndt].

[3]      Sono gli amici carioca, in ogni caso, che ironicamente richiamano l’attenzione sull’anti-populismo militante della metropoli paulista: una città nella quale non esiste spazio alcuno (né possibile, né reale) perché almeno una via sia dedicata a Getulio Vargas.

[4]      Mensalão è il nome che venne dato allo scandalo del 2005 (prima presidenza di Lula); il termine deriva da «mensilità», e indicava lo «stipendio mensile» che, a quanto pare, ricevevano i deputati dei partiti alleati al PT per votare i progetti del governo. Mensaleros sarebbero quindi i membri del Parlamento che avrebbero ricevuto questi «stimoli monetari».

[5]      «Diretas Ja» è stata una imponente campagna politica brasiliana degli anni 1984-85 che rivendicava il diritto all’elezione diretta del presidente della repubblica [ndt].

[6]     Il discorso ‒ pubblicato su YouTube ‒ si conclude con una preghiera per il Brasile: «Amiamo la nostra patria, amiamo il popolo brasiliano, vogliamo vedere questa nazione crescere e svilupparsi. Satana non potrà distruggere i valori della famiglia, non potrà distruggere la vita. Signore Gesù, mio Dio, libera il Brasile dal caos, dal disordine sociale, benedici il presidente della repubblica, i governatori, i sindaci, i deputati, i consiglieri, i ministri, il potere giudiziario, quello legislativo e quello esecutivo; libera il Brasile dal disordine sociale, proteggi le famiglie. Libera il Brasile dalle leggi che vogliono danneggiare il popolo. Sostieni la tua chiesa unita con il potere e l’autorità che possa fare la differenza. Su questo siamo d’accordo: il Brasile è di Gesù nostro Signore».

[7]      La «crisis del campo» fu una battaglia politica condotta nel 2008 da Cristina Kirchner contro i produttori di soia, che creò una divisione dicotomica all’interno della società argentina, e terminò con la sconfitta della presidente [ndt].

[8]    È interessante segnalare, in relazione a ciò, che una parte di questo nuovo anti-peronismo che proviene da una certa sinistra autonomista aveva votato nelle elezioni del 2014 per la «terza opzione», rappresentata dalla candidatura di Marina Silva. Così come un settore isolato del kircherismo si voltò verso l’ «alternativa» (con un tratto «manodurista») di Massa, in Brasile questo progetto strutturale di una terza opzione (di segno ecologista) si costruì attorno alla ex ministra dell’ambiente di Lula; in entrambi i casi, questo avvenne con un importante intervento di gruppi mediatici, e l’opportuna ed efficace divulgazione di misurazioni demoscopiche ‒ che in Brasile sono monopolizzate da Ibope e Data-Folha (si potrebbe pensare in Argentina un «Data-Clarin» come la principale e virtualmente unica società di sondaggi nazionale?). Nonostante Marina Silva, sul piano personale, vada collocata a sinistra di Massa, non solo la rete d’interessi attorno a lei la rendeva una candidata altrettanto opaca di Massa, ma inoltre lei ha dovuto alludere in modo esplicito, durante la campagna elettorale, al «pericolo di una chavizzazione» del Brasile e, in quanto di fede evangelica, ha dovuto compiere un gesto pubblico di sottomissione di fronte al pastore Malafaia. Alla fine nel ballottaggio che opponeva Rousseff ad Aecio Neves del PSDB, Marina Silva ha appoggiato il secondo.

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