sabato , 27 maggio 2017
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Deliveroo e UberEATs: organizzarsi nella gig economy nel Regno Unito

di JAMIE WOODCOCK – ricercatore alla London School of Economics

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A Londra la gig economy si sta espandendo rapidamente, in particolare per quanto riguarda la consegna di pasti a domicilio. L’azienda più grande è Deliveroo, con migliaia di fattorini in motorino o in bici sparpagliati in aree diverse, seguita da Uber, con la piattaforma rivale UberEATS. Più di recente, anche Amazon ha dato avvio a un servizio concorrente. Queste piattaforme di consegna di pasti funzionano da tramite tra ristoranti e consumatori, offrendo un servizio che si basa sull’esternalizzazione del lavoro materiale che serve per trasportare il cibo. Proprio come capita con il servizio taxi di Uber, che sostiene di non avere un rapporto di lavoro diretto con gli autisti né di possedere veicoli, i lavoratori sono falsamente classificati come autonomi. Questo mantiene bassi i costi, poiché si corrispondono solo salari (sotto forma di pagamento a ore o a cottimo) senza includere né ferie pagate né malattia né altri benefit. Tenere i lavoratori fuori dai registri dell’azienda fa parte di una specifica strategia commerciale: si tratta di agili start-up che stanno trasformando il lavoro e distruggendo le industrie di una volta. Tuttavia, dietro la pubblicità e gli incontri con gli investitori la realtà è decisamente diversa.

Ad agosto Deliveroo (presumibilmente per rispondere alla competizione di UberEATS) ha deciso di abbassare il salario orario dei suoi lavoratori: da 7£ all’ora (al di sotto del salario minimo del Regno Unito) con 1£ di bonus per ogni consegna, a 3.75£ per ogni consegna. Quest’abolizione del salario orario sposta in maniera rilevante i rischi d’impresa sulle spalle dei lavoratori perché, se ci sono meno ordini, i lavoratori non sono pagati. Per spiegare il nuovo sistema di retribuzione, Deliveroo ha mandato ai fattorini un messaggio che ha provocato una reazione collettiva. I lavoratori si sono mobilitati per mezzo di reti informali, diffondendo il messaggio via WhatsApp e servendosi dei punti di incontro sparsi per la città. Questi punti determinati con un algoritmo si trovano nelle vicinanze di ristoranti famosi e sono pensati per minimizzare i tempi di consegna, ma offrono ai lavoratori anche l’opportunità di incontrarsi e iniziare a organizzarsi. Deliveroo ha imparato questa lezione a proprie spese.

I lavoratori hanno convocato autonomamente una manifestazione davanti al quartier generale di Deliveroo nel centro di Londra. Centinaia di fattorini in motorino sono accorsi dalle zone periferiche, raggiunti poi dai fattorini in bici. La situazione, dapprima tesa (con molti fattorini che si coprivano i volti), si è rapidamente trasformata, sfociando in una manifestazione chiassosa e solida. I manager di Deliveroo hanno cercato di rivolgersi alla folla ma sono stati costretti a tornare sotto scorta nei propri uffici. Come è risultato evidente, prima di quel momento i manager non avevano mai avuto a che fare con gli addetti alle consegne, percependoli perlopiù come puntini virtuali che si muovono su Google Maps.

In un’assemblea di massa per la strada, i manifestanti hanno discusso rivendicazioni collettive, con interventi tradotti in portoghese per via della grande presenza di lavoratori brasiliani. In collaborazione con la IWGB (Independent Workers Union of Great Britain), un «sindacato di base completamente indipendente», c’è stato un tentativo di negoziare salari più alti, soprattutto perché la IWGB aveva ottenuto di recente un aumento salariale del 28% nella trattativa con eCouriers, del 17% con CitySprint e migliori condizioni salariali e lavorative a Mach1. I lavoratori hanno rifiutato il nuovo sistema di pagamento e rivendicato il «London living wage» (il salario minimo di Londra) più i costi, ovvero 11.40£ orarie più 1£ a consegna.

Lo sciopero stesso ha preso piede velocemente dopo la prima manifestazione. I lavoratori hanno smesso di accettare gli ordini sulla app di Deliveroo e hanno organizzato proteste fuori dalle sedi dell’azienda ogni giorno. A ciò hanno fatto seguito spedizioni di massa in giro per le varie zone di consegna, allo scopo tanto di mobilitare altri lavoratori quanto di visitare i ristoranti che fanno uso del servizio. Questa nuova forma di picchetto volante prevedeva che i lavoratori parlassero del loro salario e delle condizioni lavorative ai lavoratori dei ristoranti, allo scopo di fare pubblicità alla loro campagna. Di conseguenza un gran numero di ristoranti molto frequentati ha smesso di usare Deliveroo, dato che i lavoratori spegnevano la app in solidarietà. Dopo quasi una settimana di azione, Deliveroo ha annunciato che non avrebbe più cambiato il sistema dei salari, ma che lo avrebbe messo in prova in alcune zone. In risposta, i lavoratori organizzati con IWGB hanno iniziato a pianificare una campagna più lunga per ottenere risposta alle loro nuove rivendicazioni salariali.

Il successo dello sciopero è dovuto alla capacità dei lavoratori di organizzarsi in condizioni fatte apposta per evitarlo. La distribuzione del lavoro sulle piattaforme digitali è un tentativo di isolare i lavoratori, allontanandoli dal luogo di lavoro fisico che era stato in precedenza una base importante di organizzazione. Tuttavia, attraverso i luoghi di raccolta sono state messe in piedi dai lavoratori le reti di comunicazione necessarie a mantenersi in contatto. Molti dei fattorini in scooter sono lavoratori migranti che hanno attivato con successo le loro reti informali preesistenti per portare avanti le azioni. Le reti alle quali i migranti si appoggiano per trovare lavoro al momento del loro arrivo hanno coinvolto sempre più persone nella campagna.

La composizione della forza lavoro è in qualche modo divisa tra i fattorini in scooter e i ciclisti. In generale, i fattorini in scooter fanno turni più lunghi e coprono distanze maggiori, con costi molto più alti, quindi, perché includono quelli per lo scooter, la benzina e l’assicurazione. I ciclisti, invece, tendono a fare turni più brevi concentrati all’ora di pranzo o di cena e generalmente incastrano questo lavoro con altri lavori precari o con lo studio. Lo zoccolo duro dello sciopero è stato quindi costituito dai fattorini in scooter anche se, col tempo, sempre più ciclisti vi hanno preso parte.

L’azione si è rapidamente allargata fino a coinvolgere il rivale UberEATS. Alle manifestazioni dei lavoratori di Deliveroo c’erano fattorini vestiti con uniformi UberEATS che si affacciavano per scoprire che cosa stava succedendo. Anche a causa della natura precaria del loro lavoro di consegne a domicilio, molti fattorini di Deliveroo hanno iniziato a farsi dare turni anche con UberEATS. Questa connessione tra componenti diverse della gig economy ha fatto sì che la notizia dello sciopero, e con essa le informazioni su quali tattiche fossero più efficaci, si diffondesse velocemente. A UberEATS non c’erano i punti di raccolta usati da Deliveroo, quindi i fattorini reclutavano piuttosto gli altri colleghi per le strade, ai semafori, o al momento di presa in carico delle consegne. Termini e condizioni di servizio erano già molto peggiori a UberEATS, dato che i lavoratori erano pagati solo per ogni consegna effettuata. Ciononostante, come nel caso di Deliveroo, proprio in virtù dei contratti di lavoro autonomo stipulati con l’azienda i lavoratori sono stati in grado di intraprendere lo sciopero molto più velocemente dei sindacati tradizionali. Anziché dare un preavviso formale, fare un referendum tra gli iscritti e barcamenarsi nella burocratica normativa sindacale, i lavoratori hanno potuto smettere di fare consegne e iniziare lo sciopero solo spegnendo la app. Privando i lavoratori dei loro diritti formalmente garantiti attraverso il falso status di lavoratori autonomi, queste aziende della gig economy si sono private allo stesso tempo della protezione legale, di cui invece altri datori di lavoro godono, contro l’organizzazione militante sui luoghi di lavoro, trasformando la precarietà dei lavoratori da punto di debolezza a punto di forza.

Su sollecitazione del sindacato GMB (Britain’s General Union, un grande sindacato generale affiliato al partito laburista inglese), a ottobre il Tribunale del lavoro ha emesso una sentenza che stabilisce che «un gruppo di autisti di Uber non sono autonomi ma dipendenti che godono dei diritti essenziali dei lavoratori, incluso il diritto al salario minimo nazionale e alle ferie pagate». Come ha dichiarato Annie Powell (un’avvocatessa che ha lavorato al caso), si tratta di «una decisione rivoluzionaria» che avrà ripercussioni non solo su migliaia di autisti di Uber che lavorano in questo paese, «ma su tutti i lavoratori della cosiddetta gig economy che vengono erroneamente classificati dai datori di lavoro come autonomi e a cui vengono negati i diritti di cui sono titolari». Eppure, malgrado questa prima sentenza contro un’azienda della gig economy nel Regno Unito, è importante ricordare gli scioperi a Deliveroo e UberEATS. Le condizioni di questi lavoratori non cambieranno necessariamente sulla base di una sentenza giudiziaria; essa potrà costringere le aziende a cambiare il modo in cui lavorano, ma ciò può anche spingere le aziende a cercare un modo per rendere i lavoratori «legalmente» autonomi. Senza dubbio, Uber ricorrerà in appello contro la decisione. La sentenza, in ogni caso, è un punto da aggiungere alle rivendicazioni della campagna dei lavoratori: come il «London living wage», essa fornisce un ulteriore elemento di contestazione per cui i lavoratori possono lottare in misura sempre crescente.

C’è stata un’esplosione di sostegno pubblico per la campagna contro Deliveroo, con una raccolta fondi di quasi 13,000£ ottenuti attraverso un sito di crowdfunding durante lo sciopero. Lo sciopero è circolato sui social e ne hanno dato ampiamente notizia i giornali. Per molti questo è stato il primo sguardo dietro le quinte della gig economy, che ha rivelato la natura e le cattive condizioni del lavoro che si svolge al suo interno. Mentre queste piattaforme hanno cercato di nascondere il lavoro necessario ai loro affari, l’azione di sciopero ha reso dato visibilità a coloro che lo svolgono. Per aziende che si affidano fortemente all’immagine del marchio e alla fiducia degli investitori, il rischio di una cattiva pubblicità è un altro strumento nelle mani dei lavoratori.

In entrambi i casi, l’azione ha avuto luogo interamente fuori dalla struttura del movimento sindacale esistente. Mentre uno dei sindacati maggiori, il GMB, ha sostenuto la campagna vertenza degli autisti Uber, i sindacati non sono riusciti a raggiungere questo nuovo segmento della forza lavoro. D’altra parte, IWGB ora ha una sezione fondata dai lavoratori di Deliveroo e sta cercando di produrre organizzazione insieme a questi precari. Mentre in molti prima pensavano che non sarebbe stato possibile organizzarsi nella gig economy per via di barriere strutturali, gli ultimi scioperi hanno provato che questi argomenti sono pretestuosi. La questione riguarda ora quali forme di organizzazione possono basarsi su questa resistenza e come può essere generalizzata in altri contesti.

L’azione di questi lavoratori precari ha mostrato che è davvero possibile organizzarsi e contrattaccare nella gig economy. Nel Regno Unito molti seguono da vicino le azioni a Deliveroo e UberEATS, soprattutto da quando i lavoratori sono passati da una lotta difensiva a una campagna volta all’offensiva. La sconfitta momentanea di Deliveroo è un primo segno del modo in cui questi lavoratori esercitano il loro potere; il successo nell’ottenere salari e condizioni di lavoro migliori potrebbe avere ripercussioni diffuse. Sebbene le campagne siano ancora nella fase iniziale, esse possono dare importanti lezioni su quali possano essere le modalità dello sciopero oggi, e indicare la direzione per l’organizzazione di lotte future.

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