venerdì , 24 marzo 2017
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Dalla legge Fornero all’APE, ovvero dal salario differito alla rendita

apedi MAURIZIO FONTANA

del frantumare la dimensione collettiva frazionando i diritti e quindi, man mano che si vanno sgretolando i diritti dei molti, legittimare i più svariati interessi dei pochi, a danno dei molti, ovviamente…

Il dilagante espandersi della dimensione finanziaria nell’economia va di pari passo con il processo di costante riduzione del costo del lavoro, che sempre più coincide con la sola retribuzione dell’erogazione di forza lavoro comandata da altri. La convergenza di queste due tendenze sta accelerando l’espansione della dimensione di rendita legata alla trasformazione del salario differito in prestazione pensionistica conseguente, in via prioritaria ma non esclusiva, alla cessazione dell’attività lavorativa.

Sotto il profilo normativo i più significativi provvedimenti degli ultimi anni che hanno inciso su questo percorso sono la cessione del quinto della pensione, (introdotta con decreto n. 313 del MEF del dicembre 2006, in attuazione dell’art. 13-bis della legge n. 80/2005) e la sostanziale piena cumulabilità delle pensioni di vecchiaia e di anzianità con i redditi derivanti sia da lavoro autonomo sia da lavoro dipendente (introdotta a gennaio 2009 in seguito alla legge n. 133/2008). Il primo provvedimento è rilevante sia perché attiva un gioco finanziario sulla pensione pubblica, alterandone la precipua funzione di garanzia del reddito successiva alla cessazione della vita lavorativa, sia perché introduce in questo gioco banche, finanziarie e assicurazioni che oggi sono le assolute protagoniste dell’Anticipo Pensionistico (APE) volontario renziano. La seconda disposizione elimina le limitazioni al cumulo tra pensione e redditi da lavoro, stravolgendo quella che era la specifica ratio delle pensioni dirette di vecchiaia e anzianità quali reddito fondamentale dopo la cessazione dal lavoro.

A tutto questo si aggiunge il fatto che, da Monti in poi, nessuno ha toccato la legge Fornero sulle pensioni. Anche se alcune categorie di lavoratori particolarmente danneggiate sono state in parte recuperate e ricondotte nell’alveo degli «esodati», non c’è stato alcun intervento sull’iniquità di una legge che fondamentalmente mira ad aumentare i flussi di cassa che dall’inizio del millennio i diversi governi vanno realizzando dalle pensioni. Tutto questo ha favorito da un lato l’oscenità dell’APE volontaria che oggi si vuole introdurre e, dall’altro, il rilancio, attraverso l’APE in situazioni di crisi, di ammortizzatori cogestiti da cui viene espunta la dimensione collettiva, peraltro sempre più residuale, della mobilità e della cassa integrazione straordinaria prima vigenti.

Continua intanto a ridursi l’importo medio delle pensioni di nuova liquidazione, mentre nei primi nove mesi di quest’anno il numero delle nuove pensioni è crollato del 26.5% rispetto al medesimo periodo del 2015, con percentuali di oltre il 50% in meno per le pensioni dirette di vecchiaia e anzianità. Allo stesso tempo, il governo attualmente in carica mette in campo una molteplicità di espedienti per consolidare la riforma Fornero e i risparmi realizzati sulla spesa pubblica previdenziale. Da una parte, esso scarica sui singoli l’anticipo dell’età dell’uscita dal lavoro, favorendo banche e assicurazioni; dall’altra, aumenta gli sconti fiscali a sostegno del welfare aziendale e dilata gli ambiti della previdenza integrativa, cogestita attraverso gli enti bilaterali costituiti da Confindustria e sindacati ormai in tutti i più significativi settori di attività. Il tutto, a ogni buon conto, con la copertura dei risparmi derivanti dalla riduzione delle nuove pensioni liquidate. Se saranno confermati i requisiti al momento conosciuti per l’APE social o agevolata – vale a dire i 1.500 euro lordi mensili, i 63 anni di età e i 30 ovvero i 36 anni di contributi versati, per una platea interessata che potrebbe non superare le 40.000 unità nel 2017, con decorrenza peraltro dal maggio – le nuove pensioni liquidate diminuiranno di circa 150.000 unità alla fine del 2016. Se poi a questa platea di pensionandi a carico della fiscalità generale si aggiungono i 5.000 pensionati attesi per lavoro usurante, i 7.000 derivanti dal cumulo gratuito di diverse gestioni, i 25.000 «precoci» con 41 anni di contributi e i 25.000 esodati dell’ottava salvaguardia, il saldo netto a favore dell’INPS sarà costituito da oltre 50.000 pensioni in meno liquidate nel 2016. Dal minor esborso conseguente a 50.000 pensioni non liquidate potrebbe discendere la riserva cui attingere per finanziare i nuovi ammortizzatori denominati APE d’impresa, mentre l’APE volontaria sarà a carico di chi ne farà richiesta, avendone i requisiti, senza incidere sul bilancio dell’INPS.

Un’operazione complessivamente a costo zero nell’ambito pensionistico?

Con banche e assicurazioni sicure vincitrici è lecito dubitarne.

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