mercoledì , 28 giugno 2017
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La fertilità neoliberale e il desiderio delle donne

Fertilitàdi PAOLA RUDAN

A quanto pare le intenzioni di Beatrice Lorenzin sono state fraintese. Di fronte alle proteste, all’indignazione e alla rabbia suscitate dalla campagna pubblicitaria che annuncia il Fertility Day la ministra si è affrettata a correggere il tiro. Il Fertility Day, però, non è una trovata estemporanea e nemmeno si riduce a un pacchetto pubblicitario di cartoline, slogan e videogiochi di dubbio gusto. Dietro alla giornata-evento – che già nel nome e non a caso si richiama al Family Day – e alla propaganda che la accompagna c’è un Piano nazionale per la fertilità che si impegna, in 137 pagine redatte da esperti di chiara fama, a dare indicazioni per affrontare e risolvere l’annoso problema del calo demografico che affligge l’Italia. Diversamente dalle cartoline, però, questo documento non può essere frainteso. Ciò che viene pianificato è infatti una radicale riconfigurazione dei ruoli sociali che decenni di femminismo e di insubordinazione delle donne hanno trasformato in profondità. Alle spalle del Fertility Day – come già nelle misure e del dibattito sulla stepchild adoption – c’è il progetto neoliberale di rendere l’assoggettamento delle donne alla funzione procreativa una scelta di libertà. Anche se la ministra ha dichiarato di non voler offendere nessuno, questo piano per la società fertile è una chiara offensiva politica nei confronti della libertà, conquistata a caro prezzo, di essere donne senza essere madri.

Lorenzin ha chiarito che l’intervento del ministero che presiede è mirato ad affrontare prioritariamente questioni sanitarie e non sociali: «si possono anche fare gli asili, ma se poi si è sterili e non si riesce ad avere figli non abbiamo i bambini da metterci dentro». La sterilità è una patologia e, coerentemente, il piano dedica moltissime pagine alla spiegazione delle sue cause e dei limiti di un intervento centrato esclusivamente sulla procreazione medicalmente assistita, oltre che alle malattie anche gravi, come i tumori, che possono insorgere se non si accede alla maternità. Rinunciare alla procreazione è un rischio, per essere fertili bisogna essere responsabili e di conseguenza il piano prevede un intervento che – dall’infanzia e per tutta l’apertura della «finestra fertile» – educhi le donne a prendersi cura della propria capacità procreativa. Sono quindi indicati gli stili di vita che incidono negativamente su di essa, in modo da conferire a ciascuna un maggior controllo sulla propria fertilità attraverso una migliore conoscenza di sé e del proprio corpo. Ciò significa, in primo luogo, che le donne devono finalmente accettare che, per essere fertili, non possono procrastinare la scelta di diventare madri fino alla soglia del «troppo tardi» scandita dai rintocchi inesorabili dell’orologio biologico. Se la risorsa sociale da sfruttare è la fertilità, ciascuna deve farsi carico responsabilmente delle condizioni necessarie per il suo utilizzo. La procreazione invocata dalle impellenti esigenze riproduttive del paese diviene così un’obbligazione liberamente scelta. La «parola d’ordine» prevista per il Fertility Day – «riscoprire il prestigio della maternità» – è quindi il condensato di un piano ben più complesso che tratta la libertà di non essere madri come una patologia causata da scelte individuali colpevoli. Niente viene negato o frainteso, ma tutto viene spiegato per dimostrare che il vero e unico rimedio al male di essere donne è la maternità.

In questa orgia di libertà e di responsabilità individuale il piano mira a privare le donne di ogni autorevolezza, cancellando con un colpo di spugna le battaglie che esse hanno combattuto per rifiutare la maternità come destino biologico e percorso obbligato per il loro sesso. Se le donne scelgono di non essere madri – questa è la diagnosi – è per effetto di una trasformazione indotta dalla società, che le ha «scortate» fuori di casa, nel mercato del lavoro, spingendole al contempo «verso ruoli maschili, che hanno comportato un allontanamento dal desiderio di maternità». Il desiderio deve essere educato, perché scegliere la maternità significa scegliere di essere donne, opponendosi a una società che pretende un’indifferenziazione funzionale dei ruoli sessuali e dunque la loro irresponsabile confusione. In questo modo, però, il piano per la fertilità non si limita a riproporre la tradizionale divisione sessuale tra lavoro produttivo e riproduttivo, identificando la sfera domestica come quella appropriata per le donne e facendo della famiglia eterosessuale l’unica cellula di autorità sociale e la prima istituzione incaricata di dare forma al loro desiderio. La procreazione è l’imperativo cui le donne dovrebbero liberamente obbedire, tanto che l’adattamento delle migranti alle «abitudini della popolazione di accoglienza» è denunciato come una delle cause che le spinge a venir meno all’unica funzione che evidentemente legittima la loro presenza in Italia: quella di animali da riproduzione. Le donne migranti dovrebbero indicare la via, dovrebbero mostrare come in una società ordinata le donne si sottomettono completamente al desiderio di maternità. Invece, anche il loro desiderio si lascia traviare, mostrando gli effetti perversi dell’integrazione. Il piano, tuttavia, non vuole essere semplicemente un ritorno a un passato mitico, ma definisce un orizzonte ipermoderno nel quale l’equazione tra donna e madre viene ristabilita senza ricorrere a retrogradi appelli alla natura e al destino. La libertà rivendicata e praticata dalle donne non può essere cancellata, ma deve essere individualizzata e addomesticata affinché esse non si sottraggano all’obbligo sociale della procreazione.

Come posizione di prestigio, la maternità deve allora diventare la posta in palio di un progetto sociale e autoimprenditoriale di valorizzazione, la cui realizzazione dipende dalla «rivoluzione culturale» che il piano promette. Una volta che questa rivoluzione sarà compiuta, la maternità non sarà più penalizzata sul mercato: non perché cambieranno le condizioni del mercato stesso, ma perché le donne considereranno la loro maternità come un risarcimento adeguato e sufficiente per lo sfruttamento eccessivo, i licenziamenti per gravidanza, i servizi sociali assenti. Da questo punto di vista non è vero che il piano dimentica le condizioni sociali della procreazione, come la critica democratica ha subito sostenuto. Gli interventi sociali in favore della maternità sono incoraggiati, affinché le oggettive difficoltà della conciliazione non ostacolino la libera scelta soggettiva per la procreazione. Semplicemente, il piano li considera subordinati all’accettazione del ruolo di madre: se lo si accetta fino in fondo tutto il resto assume un valore subordinato. Anche per questo non sono ammessi ritardi: dopo i trentacinque anni il corpo di donna potrebbe non essere più in grado di mettere al mondo i due-figli-punto-uno che servono a garantire alla nazione il dovuto ricambio generazionale. In questo quadro radicalmente mutato, la maternità potrà tornare a essere l’unico desiderio propriamente femminile legittimato dalla società: se per essere donna bisogna essere madre, pianificare la fertilità significa assicurare la riproduzione di questo ruolo sociale prima che sia troppo tardi.

Non siamo di fronte al ritorno di una pretesa fascistissima di stabilire un dominio diretto sul corpo delle donne. Per quanto possa evocare le politiche demografiche del Ventennio, la pianificazione della fertilità non risponde a un progetto autoritario. Il femminismo è l’evento che si staglia tra il Ventennio e il presente ed è precisamente con le sue conquiste che il piano vuole fare i conti. Per questo, opporre all’ideologia che sorregge il Fertility Day la libertà individuale e privata delle donne di decidere sul proprio corpo, e con essa il diritto a progettare una maternità responsabile, rischia sempre di tradursi in un inavvertito cedimento alle lusinghe di questo patriarcato neoliberale, che della libertà di scelta e della responsabilità individuale fa un obiettivo e una bandiera. D’altra parte, non è neppure sufficiente rivendicare welfare e reddito come condizioni socialmente necessarie alla fertilità, come se milioni di giovani precarie non aspettassero altro per diventare finalmente madri, secondo quanto lo stesso piano ministeriale suppone e prescrive. Benché la sua manifestazione propagandistica sia talmente sguaiata da risultare comica e così reazionaria da sembrare inoffensiva, questa ambizione pianificatrice e il progetto di una società fertile impongono di domandarsi in che modo la libertà delle donne possa affermarsi come potere di sovversione di un ordine sociale che pretende ancora, benché in forme aggiornate al presente, la loro subordinazione. Non si tratta di considerare la maternità che le donne scelgono, praticano e desiderano alla stregua di una soggezione volontaria a un ruolo obbligato. Si tratta semmai di comprendere come opporre a questa pianificazione societaria della libertà un piano femminista di liberazione collettiva.

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