martedì , 16 ottobre 2018
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Il Brasile e le acrobazie della democrazia. Intervista a Francisco Foot Hardman

di ALESSIA DI EUGENIO

Golpe1Pubblichiamo l’intervista realizzata da Alessia Di Eugenio, dottoranda all’Università di Bologna, a Francisco Foot Hardman, professore presso l’Università Statale di Campinas. Negli anni ’70 e ’80 del Novecento Foot Hardman è stato militante contro la dittatura militare in Brasile e tra il 1983 e il 1985, nella fase finale della dittatura, è stato uno dei principali editorialisti del quotidiano «Folha de S. Paulo», politicamente impegnato nella campagna per le elezioni dirette per la presidenza del Brasile. Si è occupato di storia del movimento operaio in Brasile e, più recentemente, del ruolo della memoria e delle rappresentazioni culturali riguardo il periodo storico della dittatura (1964-1985). Ha inoltre partecipato e sostenuto le iniziative del collettivo «Feijoada Completa», creato a Bologna da studenti e ricercatori brasiliani e italiani in solidarietà alle proteste nelle città brasiliane contro il golpe.

Foot Hardman fornisce una precisa ricostruzione dei recenti avvenimenti della crisi brasiliana, inserendola in un quadro genealogico che mostra le dinamiche complesse in cui si è prodotta. Partendo dalla costatazione del golpe in corso contro la presidente Dilma, l’intervista mostra quali forze politiche stanno portando avanti questo processo e quali responsabilità ha proprio il partito della presidente, il Partido dos Trabalhadores (PT), per la progressiva perdita di credibilità politica. Se il governo Temer risponde agli interessi di oligarchie nazionali conservatrici, il governo Dilma, pur ereditando la spinta progressista del lulismo e delle sue conquiste sociali, ha mostrato le contraddizioni del partito e del governo in tutta la loro evidenza. Dopo le ultime elezioni la strategia delle alleanze al centro realizzate in nome della governabilità e a spese delle politiche di redistribuzione e allargamento dei diritti sociali ha determinato lo scollamento del PT dalla propria base sociale.

Ormai è evidente che le possibilità di Dilma Rousseff di rientrare in gioco sono pari a zero. Ciò che tuttavia ci interessa della vicenda brasiliana non è un’analisi politologica, né la questione della legittimità di chi è al governo, ma il fatto che le classi sociali tradite dal PT scendono in piazza per difendere non il partito né Dilma, ma la democrazia. Non si tratta però di una democrazia che, in nome della propria effettività e della governabilità, cerca di neutralizzare le differenze, e neppure delle procedure democratiche che hanno consentito l’instaurarsi di un golpe de facto all’interno della legalità costituzionale. Si agita, nelle parole di chi protesta contro il golpe, un’idea di democrazia portatrice di disordine anziché di ordine, che non ambisce a farsi discorso universalistico perché parla di «noi» preciso, di un’irriducibile e multiforme parzialità, come leggiamo nel Manifesto «Periferie Contra O Golpe»:

«Noi, che non difendiamo questo governo del PT, un governo ci ha lasciato solo le briciole mentre stringeva alleanze con coloro che ci sfruttano, ma ne denunciamo continuamente le contraddizioni. Noi, che negli ultimi anni siamo entrati nelle università, mettendo il piede in mezzo alla porta, a testa alta, con l’orgoglio nel petto e lo sguardo sulle prospettive all’orizzonte […] Noi, che abbiamo conquistato solo una parte di ciò che sogniamo e di cui abbiamo diritto, noi non ammettiamo nessuna retrocessione».

Questo soggetto, eterogeneo e frammentato, vede la lotta per la democrazia come materiale possibilità di acquisire quote di potere sociale, di mettere «il piede in mezzo alla porta», consapevoli del fatto che indietro non si torna. Questo modo di intendere la democrazia è forse l’eredità imprevista delle politiche del lulismo, la stella che continua a brillare anche dopo il tramonto di un’era.

***

ADE: Il 12 maggio scorso il Senato brasiliano si è espresso a favore della messa in stato d’accusa della presidente Dilma Rousseff, con 55 voti favorevoli e 22 contrari, per crimini di corruzione. Al termine dei 180 giorni di sospensione, Dilma verrà processata. La guida ad interim del Paese è affidata al vicepresidente Michel Temer, che ha inaugurato un governo provvisorio dai tratti conservatori. Si continua a usare l’espressione «golpe» ma in Brasile c’è ancor un acceso dibattito su quanto accaduto. Recentemente l’ex presidente Fernande Henrique Cardoso ha rilasciato un’intervista al giornale EL PAÍS sostenendo che non si tratta di un golpe, che il processo di impeachment è stato condotto regolarmente secondo i criteri della Costituzione e sostenendo inoltre che in Brasile non esiste golpismo, esiste piuttosto arretratezza e conservatorismo nel comportamento politico. Lei cosa pensa a riguardo?

FFH: È chiaro che in Brasile c’è stato un golpe politico contro il governo della presidente Dilma Roussef. E Fernando Henrique Cardoso o FHC, come lo chiamiamo nel mio Paese, è stato uno dei principali leader politici dietro le sue quinte; è stato lui a dare il «semaforo verde» per l’appoggio formale del suo partito, il PSDB (Partito della social-democrazia brasiliana, nato nel 1989 come presunta dissidenza di centro-sinistra dal PMDB – Partito del movimento democratico brasiliano – ma sempre nel campo della destra e del neo-liberalismo e il cui nome, dunque, suona oggi come un’ipocrita beffa) al processo parlamentare di interruzione del mandato di Dilma. FHC, il cui governo è stato sempre alleato di politici sostenitori organici della dittatura militare (per esempio Marco Maciel, suo vice-presidente, e Antonio Carlos Magalhães, presidente del Congresso, due vecchi e potenti rappresentati delle oligarchie del nord-est del Brasile) e le cui politiche sono state sempre privatiste e contrarie ai diritti sociali e del lavoro, è stato soprannominato da giornalisti e intellettuali sicofanti «principe della sociologia brasiliana». Tuttavia, pochi giorni fa, davanti a un Manifesto sottoscritto da circa 500 ricercatori, professori brasiliani e brasilianisti contro la sua partecipazione, come relatore invitato, all’apertura del Congresso di LASA (Latin American Studies Association), che si è svolta a New York e ha celebrato il suo 50° anniversario, FHC ha annullato la sua partecipazione. Forse perché le sue orecchie sensibili di «Principe» non si sono ancora abituate ai fischi. Il golpe «bianco» (senza sangue e senza intervento diretto delle forze armate) non è stato meno grave nel produrre una rottura istituzionale della democrazia brasiliana, tanto difficilmente costruita dopo la fine della dittatura militare (1985) e della promulgazione della nuova Costituzione (1988). È stato un golpe ben articolato tra le forze più reazionarie di destra ed è cominciato quando, nell’ottobre del 2014, contro ogni previsione Dilma è stata eletta con più di 54,5 milioni di voti (o 51,7% di voti validi, maggioranza chiarissima), battendo il candidato Aécio Neves (PSDB) che aveva FHC come suo grande «padrino». Questa «santa allenza» golpista include settori del potere giudiziario, della polizia federale, delle élite delle imprese di São Paulo (e la sua federazione, la FIESP, come fonte di propaganda e finanziamento), del Congresso nazionale (deputati e senatori del «centrone» maggioritario, perfetta espressione politica della permanenza delle oligarchie in Brasile) e, last but not least, dei grandi media televisivi brasiliani (la Rede Globo prima di tutto) e la stampa (l’editoria Abril e la rivista Veja nel centro della campagna di destabilizzazione).

Come lo stesso Hernique Cardoso ha detto, «oggi in Brasile i partiti sono gruppi di interesse» e la corruzione riguarda la maggior parte dei partiti. Gli scandali legati a veri o presunti crimini di corruzione tornano ciclicamente. Quali vettori possiede la corruzione in Brasile? Quali reali responsabilità possono essere attribuite alla presidente Dilma? Pensa che sarà condannata e che questo governo resterà fino alle prossime elezioni?

FHC, senza dubbio, può discutere molto sul tema della corruzione. Conosce molto bene e dall’interno la faccenda. Tutte le inchieste di quella che è stata chiamata «operazione Lava Jato» (in italiano «autolavaggio», inchiesta della polizia federale per svelare il sistema di tangenti all’interno dell’azienda petrolifera statale Petrobras) indicano chiaramente che la corruzione nella Petrobras è cominciata proprio durante il suo governo. È un dato di fatto che il governo PT di Lula ha ampliato e «sistematizzato» lo schema, ma il suo avvio è riconducibile proprio al periodo di FHC. Durante il governo FHC, la privatizzazione del sistema di telefonia in Brasile è stato uno dei più grandi scandali di corruzione della nostra storia (si veda, a tal proposito, il libro del giornalista Amaury Ribeiro Junior, A Privataria Tucana, 2011 – il «tucano», uccello selvatico brasiliano, è il simbolo del PSDB. I «Tucani democratici», come il senatore paulista e oggi ministro golpista degli esteri José Serra, cercarono di vietare il libro, ma non ci riuscirono). La rivista «CartaCapital» ha pubblicato, all’inizio dell’aprile scorso, un reportage investigativo sugli affari privati della famiglia FHC, che coinvolgono suo figlio Paulo Henrique, e varie offshores aperte per lui in affari con grandi appaltatrici e sussidiarie della Petrobras, fin dal suo governo della fine degli anni Novanta. Sfortunatamente questo scandalo non ha avuto ripercussioni nei grandi media. La corruzione sistemica in Brasile possiede due grandi vettori: le grandi imprese di costruzione civile e il sistema politico partitico ed elettorale. È un’articolata catena d’interessi che si è ampliata e consolidata nel corso degli anni e viene da molto lontano. Sappiamo che la «magica» costruzione della capitale Brasilia (inaugurata nel 1960), negli anni di Juscelino Kubitschek, è stata accelerata grazie a un sistema di super-fatturazione. Durante la dittatura militare (1964-1985) non avevamo il sistema elettorale, ma generali e ammiragli si sono arricchiti con le imprese di costruzione di strade del «Grande Brasile» e, inoltre, con il sistema d’imprese statali di energia (petrolifero, idroelettrico, petrolchimico e nucleare). Dopo il 1985, il sistema elettorale ha cominciato a diventare mediatico e a dipendere da grandi finanziamenti illegali, o «cassa 2», come si dice in Brasile. Il PT e il governo Lula sono entrati in questo scenario, fino ad ampliarlo e «normalizzarlo». Già nello scandalo del «mensalão» nel 2005 tutto ciò è divenuto piuttosto chiaro: alla costruzione di tale scenario avevano iniziato a lavorare i «tucani» del PSDB, nello Stato del Minas Gerais, alcuni anni prima. Lo scandalo del «petrolão» del 2014 è, d’altronde, il progetto di ampliamento in senso oligopolistico dei rapporti tra alcune grandi imprese e alcuni partiti politici, cominciati nei governi Collor e FHC negli anni Novanta.

Perché, quindi, insisto nel parlare di golpe, dato che il processo di impeachment è previsto da una vecchia legge degli anni Cinquanta, riconfermata dalla Costituzione attuale? Per una ragione molto elementare, che in generale è intenzionalmente offuscata nei dibattiti politici: la presidente Dilma non solo non ha commesso nessun atto di corruzione, ma non ha commesso nessun «crimine di responsabilità», condizione giuridica essenziale per poterla allontanare. Al contrario, verrà rimossa dal governo perché non ha mai interferito nelle investigazioni poliziesche e giuridiche intorno all’operazione Lava Jato. In fondo, i detrattori e golpisti di oggi sono quei personaggi coinvolti, direttamente o indirettamente, negli antichi schemi di corruzione. Ad esempio, il PMDB di Eduardo Cunha, Renan Calheiros e Michel Temer, quest’ultimo vicepresidente di Dilma e attuale presidente provvisorio, cospiratore fin dall’inizio e alleato incontestato dei maggiori corrotti, lui stesso citato in alcune denunce. Come si dice in Brasile: «Temer tem o que temer!» (Temer ha di che temere!). Temer trema immaginando che alcuni dei suoi alleati possano «vuotare il sacco». Ritengo che l’illegittimità del suo governo si sia già pienamente dimostrata, giorno dopo giorno, in questi oltre trenta giorni trascorsi come presidente provvisorio. Non vedo condizioni politiche né sociali che possano garantirgli stabilità. E sembra, inoltre, che le «forze del mercato», che lo hanno appoggiato con tanta decisione, comincino a percepire la sua grande debolezza. In ogni caso, il ritorno di Dilma Roussef appare ormai praticamente impossibile. In questo momento lupi e sciacalli che hanno rimosso la presidente non sono assolutamente disposti a «mollare l’osso» dei poteri marci che sono riusciti a conquistare, anche se attraverso la via tortuosa del golpe. Sono forze molto potenti, senza dubbio.

Quali sono state le prime iniziative del governo Temer e qual è stata la reazione dei brasiliani?

Colpo di stato in BrasileIl presidente Temer si è rivelato molto peggio di quello che ci si poteva aspettare. Ha inaugurato un ministero di politici corrotti, rigorosamente uomini e rigorosamente bianchi. Nessuna donna e nessun afrodiscendente. Persino un cameriere nero molto popolare, che serviva il caffè nel Palazzo do Planalto, è stato esonerato perché accusato di «lulo-petismo»! Dopo le manifestazioni, le critiche e la strenua resistenza dei movimenti femministi e transgender, Temer ha cominciato a nominare alcune donne, una di queste nera, per incarichi di secondo rango del governo federale. Cosa che semplicemente ha evidenziato ancora di più l’impronta escludente delle sue idee. Ma è andato ben oltre: è riuscito a intervenire e sradicare alcune strutture dello Stato. Ha eliminato, in un colpo solo, ministeri importanti: il Ministero della Cultura (assorbito dal Ministero dell’Educazione), quello della Scienza e Tecnologia (annesso a quello delle Comunicazioni), quello dell’Uguaglianza razziale, dei Diritti umani e delle Donne. È stato però costretto a fare un passo indietro in seguito all’occupazione di diverse sedi del Ministero della Cultura, in decine di capitali brasiliane, da parte di un movimento di artisti diffuso e deciso. È andata diversamente nel caso del Ministero delle Scienze e delle Tecnologie, forse perché la reazione dei ricercatori, scienziati e professori è stata troppo pavida… L’attuale posizione di Temer è quella di un equilibrista sul filo di un rasoio, nel bel mezzo di una grande avenida. Solo che lui non si è mai rivelato un acrobata da spettacolo per le masse, ma il garante di accordi segreti e impubblicabili. Per questo, nei sondaggi sul voto popolare, non oscilla oltre l’1 e il 2%. Ne consegue che l’unica possibilità che aveva di guidare un governo poteva darsi solo attraverso la via del colpo di Stato.

Quali pensa siano stati gli errori del PT negli ultimi anni di governo? Ha ancora una credibilità politica?

Il PT come grande struttura politico-partitica (la più grande e la meglio organizzata in Brasile) è finita per allontanarsi dalla sua base sociale più rilevante: i lavoratori, i poveri delle zone rurali e della città, i movimenti sociali e popolari e, infine, quell’insieme di forze «dal basso» che hanno portato alla sua nascita e al suo rafforzamento negli anni finali della dittatura. Dopo la prima e spettacolare vittoria di Lula come presidente, nel 2002 il PT ha cominciato ad accomodarsi, con il pretesto di una certa «governabilità», su un’alleanza che da accordo elettorale congiunturale si è trasformata in asse strategico di potere dello Stato, con tutte le conseguenze che hanno cominciato a rivelarsi nel «mensalão» e nel «petrolão». Il PT ha scambiato la lotta politica e sociale, il suo capitale più prezioso, con la logica perversa dell’alleanza con alcuni dei suoi nemici storici. La giustificazione era sempre la «governabilità». Nel periodo di crescita economica, questo ha garantito diritti e politiche sociali minime per i più poveri. Quando la crisi economica ha bussato alle porte, dal 2013-2014, questa strategia ha mostrato la sua fragilità, poiché il PT ha smesso di poter rappresentare una forza egemonica all’interno di un’alleanza sempre più conservatrice e ha cominciato a doversi assoggettare ad alcuni dei suoi futuri carnefici, nel Congresso come nella società civile. All’interno del PT hanno sempre prevalso gli ordini di un «campo maggioritario», ovvero una burocrazia partitica, cui appartiene Lula, che si è sempre comportato in modo anti-etico per quanto riguarda il finanziamento della macchina elettorale. Nel 2005, quando Tarso Genro e altri esponenti storici del PT – della cosiddetta «tendenza mensagem» – hanno chiesto di poter rifondare il PT, furono accusati di essere «traditori». Adesso, forse, è troppo tardi. Il rifiuto politico verso il PT è altissimo nella società, non solo nelle classi medie e alte. La grande sfida è quella delle prossime elezioni municipali, a ottobre 2016, a partire dalla città di San Paolo. Se il suo sindaco attuale, Fernando Haddad del PT, (legato politicamente al gruppo di Tarso Genro) riuscirà a essere rieletto – cosa che oggi sembra piuttosto improbabile – affermerei che il PT potrebbe cominciare un importante processo di recupero. Haddad stesso potrebbe presentarsi come nuovo quadro di riferimento nazionale nel condurre il rinnovamento generazionale e politico. Chissà se in quest’ipotesi – che oggi sembra molto remota – ci possa essere il momento iniziale di una nuova concezione di alleanza politica, rivolta alle sue origini, ovvero al popolo povero delle periferie, ai movimenti sociali e a un’alleanza in quel campo politico che il PT – come il PD qui in Italia, se mi permetti il paragone – ha finito per abbandonare: la sinistra. Ma questo non è che esercizio di speculazione, quasi wishfull thinking. È necessario, piuttosto, aggiungere questo aspetto cruciale: il processo golpista che è in corso non ha come principale obiettivo l’impedimento definitivo della presidente Dilma, che è solo un capitolo del romanzo. L’obiettivo principale continua a essere la decadenza dei diritti politici di Lula come futuro e prossimo presidente della Repubblica, attraverso il processo penale e l’incarcerazione. Nonostante tutto e nonostante gli errori accumulati, in tutti i sondaggi elettorali Lula è ancora al primo posto. Il grande obiettivo, comune a tutte le forze golpiste, è allontanare una volta per tutte questa minaccia per gli interessi oligarchici.

Attualmente quali sono i movimenti contro l’impeachment più attivi in Brasile – legati o meno a partiti politici? Quale peso potranno avere i movimenti popolari autorganizzati, distanti dalla politica partitica? Quanta visibilità hanno, considerando il forte potere della stampa e della televisione a favore del governo Temer?

Oggi, in Brasile, esistono centinaia di movimenti sociali autorganizzati, a-partitici (ma non anti-partitici, nel senso che non si oppongono alla partecipazione di partiti), di cui sono un esempio recente e significativo i quasi 500 collettivi che hanno sottoscritto il Manifesto «Periferias Contra o Golpe» (Periferie contro il Golpe), pubblicato nei social network e boicottato dai mass media, circa una settimana prima della votazione dell’impeachment di Dilma alla Camera dei Deputati (17 aprile). Le «giornate di giugno» 2013, un movimento che ha portato milioni e milioni di persone nelle strade delle grandi capitali, ma anche in città più piccole, furono portate avanti da un movimento totalmente auto-organizzato, il «Movimento Passe Livre» (MPL), nato nel 2005 durante le lotte dei lavoratori e dei giovani per la mobilità urbana, movimento che ebbe come slogan una bella utopia: «Per una vita senza tornelli». Fino ad oggi il PT non ha compreso questo tipo di movimento e non è riuscito a dare risposte alla sua altezza. Il PT ancora non ha veramente compreso la perdita crescente della sua base sociale. La grande massa che ha partecipato a queste mobilitazioni era composta da giovani poveri delle periferie, come nel caso dell’importante movimento di occupazione di scuole pubbliche nello Stato di San Paulo, alla fine del 2015. Tra questi movimenti più organizzati c’è l’MTST, (Movimento dei Lavoratori Senza Tetto), senza dubbio il movimento più organizzato su scala nazionale e con capacità reale e immediata di mobilitazione di milioni di persone, abitanti delle periferie in lotta per abitazioni popolari. Sono eredi dell’MST (Movimento dei Lavoratori Rurali Senza Terra), più centrato nelle zone rurali, che continua la sua attività. Oggi, due fronti di sinistra tentano di dare unità alle lotte sociali di resistenza al golpe politico: da un lato il «Frente Povo Sem Medo», la cui faccia più conosciuta è l’MTST, apartitico – con la partecipazione, tra altri, del PSOL (Partito Socialismo e Libertà) – e dall’altro il «Frente Brasil Popular», il cui volto più visibile è quello costituito dal CUT (rappresentanza sindacale più legata al PT) e dal MST, con la partecipazione dei movimenti legati alle Pastorali Sociali (Chiesa Cattolica), al Partito Comunista del Brasile e a membri di altri partiti centristi, come il PDT e PSB. Il primo fronte è, in un certo senso, più indipendente, si colloca alla sinistra del PT e del governo Dilma, mentre il secondo è più allineato al PT, al lulo-petismo e ai suoi governi. Ma già solo il fatto di aver organizzato manifestazioni congiunte contro il golpe è, di per sé, un segnale ampiamente positivo. Quanto ai grandi media, sono considerati una barzelletta in Brasile. Ad esempio, la Rete Globo non ha dato nessuna notizia della campagna «Diretas-Já» (grande movimento civile per le elezioni presidenziali dirette, al termine della dittatura, nel 1984). Quando è diventato inevitabile, ha dovuto rompere il muro di silenzio. Adesso si ripresenta lo stesso scenario. Sembra che i reporter e le telecamere della Globo abbiano una palla di ferro ai piedi. Ma, al tempo dei social network e di internet, devono andarci piano. Il loro pubblico comincia a diminuire progressivamente. Idem per le riviste e i giornali golpisti. «Un giorno la casa cade», come si dice in Brasile. Spero che la prossima tappa di avanzamento democratico del mio Paese sia la rottura dell’oligopolio dei mezzi di comunicazione. Dobbiamo liberarci dai nostri baroni dei media, dai nostri Berlusconi. Un altro grande deficit politico del PT, dei governi Lula-Dilma e delle sinistre in generale è la scarsa o inesistente attenzione che hanno dato e danno al problema gravissimo e inevitabile del collasso socio-ambientale, nel Brasile e nel mondo. Inoltre, in particolare nel governo Dilma, anche la questione indigena (soprattutto l’aspetto della demarcazione delle terre) ha subito persino un arretramento rispetto alle conquiste passate. Ma questi aspetti già sarebbero argomento per un’altra intervista.

Per concludere, quali scenari si aprono per i prossimi mesi?

Sono gli economisti che adorano la futurologia: nonostante siano smentiti tutti i giorni, continuano nella pretesa di pontificare sul destino dell’umanità e del pianeta. Già chi si occupa di scienze umane, come noi, dovrebbe essere più prudente. Per questo considero imprevedibile quello che potrà succedere nel quadro della grave crisi politica che affligge il Brasile. Dilma Roussef dovrà essere «giudicata» nella votazione definitiva del Senato, nella prima metà del mese di agosto. Come ho già detto, la tendenza ampiamente maggioritaria va nella direzione della sua condanna definitiva, di questo non c’è dubbio. La mancanza di sostegno politico di Dilma è cosa ormai evidente: è questo che spiega il suo declino. Si è discussa la possibilità di Dilma di rivolgersi al Congresso e alla Nazione, proponendo un plebiscito popolare (previsto nella Costituzione) su alcune questioni basilari: 1) anticipazione delle elezioni previste per il 2018 alla fine di quest’anno o all’inizio del 2017; 2) riforma politica di aspetti prioritari dell’assetto presidenzialista attuale, tra questi a) fine della rielezione per il presidente della Repubblica, con mandato ampliato di 4 o 5 anni (era così nella Costituzione approvata nel 1988 ma PHC ha cambiato questo dispositivo nel 1997, comprando voti di deputati per ottenere l’appoggio e riuscire ad essere rieletto); b) diminuzione dei partiti politici con diritto di sedersi in Parlamento e con diritto a tempo gratuito nelle televisioni e, ancora, con diritto di ricevere finanziamenti dal fondo dello Stato riservato ai partiti (una delle cause dell’attuale corruzione elettorale); c) fine delle coalizioni partitiche a causa dell’esaurimento dei posti in parlamento (cosa che impedisce, nella pratica, che i deputati più votati siano i reali rappresentati eletti); d) fine dei supplenti in Senato (attualmente ogni senatore sceglie due supplenti, non eletti, che lo sostituiscono in caso di mancanza, dando origine a un’enorme deformazione del principio di rappresentanza); e) basi per la prossima elezione di un’Assemblea Nazionale Costituente, esclusiva e sovrana, che possa completare la necessaria riforma della Costituzione del 1988. Per convocare il plebiscito è necessario solo un terzo dell’appoggio dei deputati federali o dei senatori. Dopo essere stato reso effettivo, il Congresso deve proseguire ciò che è stato approvato a maggioranza dalla popolazione. Sembra ormai sempre più remota la possibilità di Dilma Roussef di recuperare la legittimità politica e l’appoggio della società civile che oggi le mancano e riuscire a rompere la barriera reazionaria nel Congresso che le ha impedito di governare, specialmente nel suo secondo mandato. Se Dilma dovesse perdere, come negli ultimi giorni appare sempre più probabile, allora sarà compito dei movimenti sociali e popolari resistere il più possibile contro il golpe in corso. Denunciare, resistere e delegittimare il governo Temer. Questa è l’unica bandiera capace di unificare tutte le forze impegnate nel cambiamento sociale e nella garanzia di legittimità democratica, che non può essere una parola vuota né uno strumento precario nelle mani del dispotismo oligarchico che ha dominato la nostra Repubblica.

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