lunedì , 28 Settembre 2020

Scene di movimento di classe in Francia

Scene di movimento di classe in Franciadi FELICE MOMETTI, da Communia network

La politica e il conflitto sociale, per fortuna, non procedono per imperativi categorici. Anzi ogni volta che se ne proclama uno come necessario si ottiene l’effetto contrario. Da qualche anno nella esangue sinistra italiana c’è la moda del «fare come». Fare come la Grecia, fare come Syriza, fare come Podemos, fare come Barcelona en comù e via di questo passo a seconda della posizione che si occupa nella ormai piccola costellazione di quella che viene indicata come sinistra radicale italiana. Come se fosse solo una questione di trovare la via migliore per importare lotte, immaginari, processi di soggettivazione sociale e politica. Come se la ricerca della necessaria dimensione europea del conflitto di classe oscillasse continuamente tra la somma aritmetica delle diverse esperienze e una supposta propensione oggettiva all’omogeneizzazione delle volontà politiche.

La crisi che investe da anni economie, società e istituzioni europee, nazionali e comunitarie, non procede in modo lineare: valorizza e svalorizza al tempo stesso ingenti quote di capitali fissi e circolanti. Separa, differenzia, articola, riconfigura forze-lavoro e soggetti sociali. Insomma, per dirla ammiccando al cittadino di Treviri, ci sono tutte le condizioni affinché chi lotta assuma i contorni di una classe, ma nel momento in cui si presenta la possibilità concreta di diventarlo ritorna a essere giovane, studente, lavoratore pubblico, operaio dell’industria e dei servizi, precario, migrante, attivista politico, sindacalista. Una continua andata e ritorno a velocità sostenuta e concentrata nel tempo e nello spazio. E non serve a nulla fare idealisticamente affidamento al passaggio, che si pensa che prima o poi dovrà per forza avvenire, da «una classe in sé a una classe per sé», rimanendo in attesa del partito-Godot, o immalinconirsi nella nostalgia dei movimenti operai e sociali che furono.

Ma oggi si sente dire che «fare come la Francia» non significherebbe ripetere gli errori ed essere trascinati a fondo dai diktat europei del «fare come Tsipras e Syriza» e nemmeno farsi abbagliare dal populismo senza popolo di Podemos e Iglesias. Quindi che cosa dovrebbe significare «fare come la Francia»? Si possono solo abbozzare alcune ipotesi e risposte piuttosto parziali. Innanzitutto bisognerebbe sgombrare il campo dalle analogie superficiali: Nuit debout è la versione francese degli indignados e di Occupy Wall Street, la CGT non è simile alla CGIL. È vero che Nuit debout porta il conflitto sulla scena dello spazio urbano ridefinendo luoghi, percorsi, funzioni e destinazioni, modificando l’organizzazione della vita sociale e mettendo in chiaro la possibilità di una politicizzazione su larga scala come del resto fecero gli indignados e Occupy. La differenza delle piazze francesi da quelle americane e spagnole sta nella natura e nelle forme che ne hanno determinato l’occupazione. L’inizio del movimento francese non è stata l’occupazione di Place de la République a Parigi, come fu per Zuccotti Park a New York o Puerta del Sol a Madrid. A Parigi, come in molte altre città della Francia, l’occupazione degli spazi urbani è inizialmente vista come un supporto a una lotta già in corso. Ma nel momento stesso in cui si occupa lo spazio urbano questo è assunto come luogo di convergenza dei conflitti e non come semplice contenitore di esperienze di conflitti come fu Zuccotti Park e in parte anche Puerta del Sol.

Nuit debout in un paio di mesi ha già attraversato varie fasi, scandite dai tempi del conflitto sociale che non si possono misurare con gli orologi e i calendari. Si sono alternati velocemente i tempi intensi dello scontro con il governo e lo Stato ai tempi rallentati delle assemblee, delle commissioni, della socializzazione. E tutto questo è avvenuto in un dichiarato «stato di emergenza» che ha dato notevoli poteri decisionali agli esecutivi politici e di intervento alla polizia. Nell’arco di un mese e mezzo Place de la République è passata da essere il centro politico del movimento contro la loi travail a luogo investito da aspettative organizzative e di rappresentanza scontando la contraddizione individuata da Jaques Rancière secondo la quale si ha la sensazione di essere in una sorta di spazio di soggettivazione, ma senza che una soggettività collettiva si affermi veramente.

Detto in altri termini il passaggio dalla convergenza delle lotte a una loro ricomposizione non è mai lineare. Una reale convergenza delle lotte passa solo attraverso un’idea di ricomposizione possibile delle stesse e di riapertura di un processo di soggettivazione dei protagonisti. Qui forse sta il maggior punto di riflessione che ci viene dal movimento francese che ci potrebbe evitare tanti «fare come». E probabilmente qui risiede lo stallo delle ultime due settimane di Nuit debout. Un fermo-immagine di cui sta approfittando la CGT per conquistare il centro della scena e riportare la lotta contro la loi travail sui binari del reciproco riconoscimento tra governo e sindacato, anche usando metodi radicali. La differenza tra la CGT francese e la CGIL non riguarda tanto la differenza – che pure esiste – tra la radicalità dell’una in certe occasioni rispetto alla generale ignominia dell’altra. Gli iscritti alla CGT sono poco più di un decimo di quelli della CGIL, le due strutture sindacali sono molto diverse per funzionamento e metodi decisionali. L’organizzazione della CGT è piuttosto contraddittoria tra sezioni locali, di luogo di lavoro, territoriali e dipartimentali. L’autonomia delle sezioni di base della CGT è maggiore di quelle della CGIL anche se bisogna dire che nelle scelte importanti è la direzione centrale del sindacato francese che prende il sopravvento, anche con veri e propri atti di imperio.

In questi giorni, la maggiore preoccupazione di Martinez, segretario generale della CGT, è quella di bloccare l’articolo 2 della loi travail – che prevede un’inversione di importanza tra contratti nazionali e aziendali, instaurando un «principio di diritto comune» a favore di quelli aziendali – perché questo metterebbe in grave difficoltà il sindacato francese sminuendone fortemente il ruolo politico e sociale. In sintesi: prima viene la struttura sindacale e poi, solo dopo, i lavoratori. Tuttavia la partita tra l’affermazione di un movimento di classe e l’irreggimentazione sindacale rimane aperta. Un passaggio importante sarà il prossimo 14 giugno con la manifestazione nazionale a Parigi.

 

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