giovedì , 13 dicembre 2018
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L’inverno del nostro scontento

L'inverno del nostro scontentodi GEROLAMO CARDINI

Non siamo tra quelli che rivendicano la vittoria anche di fronte a una sconfitta, come una importante cultura politica insegna a fare sempre e comunque, col risultato di tramutare magicamente gli ematomi, frutto di anni e anni di bastonate, in medaglie giallastre. Lo scontro sulla Vqr – i cui dettagli tecnici qui non interessano (per questi c’è roars.it) – è stato uno scontro politico che ci ha visti uscire, per ora, sconfitti. Di qui le parole del Riccardo III di Shakespeare come contraltare alla Primavera dell’università, un’iniziativa della Crui (Conferenza dei rettori delle università italiane: un organismo privato) svoltasi il 21 marzo scorso, per provare a sedare il dissenso che si era manifestato attraverso la protesta contro la Vqr.

La sconfitta non ci rende però pessimisti, senza arrivare a dire che, in realtà, abbiamo vinto e senza nasconderci i dati della protesta. Che non sono però quelli presentati dall’Anvur, un carrozzone che costa più di quanto si sarebbe dovuto restituire ai docenti per legge e di fatto restituito a tutti gli altri comparti dello Stato: politici, magistrati, insegnanti delle scuole, forze armate e dell’ordine, medici, prefetti, diplomatici e ministeriali. I dati, infatti, sono viziati dal fatto che in molte università s’è verificato il caricamento forzato dei prodotti (sic!) dei docenti anche a fronte della loro diffida scritta a procedere in tal senso. Un fatto inaudito, probabilmente passibile di denuncia penale (visto che i prodotti sono di proprietà, almeno intellettuale, di chi li produce che, quindi, può farne ciò che vuole). Il vero dato, tra astensione reale e caricamento coatto (a fronte di minacce più o meno esplicite), si aggira attorno al 25% del personale docente e non all’8% come sostiene, in pieno stile cileno, l’Anvur, agenzia nemmeno «accreditata come membro effettivo dell’Enqa, la European Association for Quality Assurance in Higher Education».

Il 25% è un dato rilevante e su esso bisogna puntare per individuare nuove iniziative, che gli consentano di manifestarsi con più forza, prendendo il timone della protesta e resistendo alle pressioni, spesso dure e scorrette, a cui molti docenti sono stati sottoposti affinché autorizzassero il caricamento, anche da parte di terzi, dei loro prodotti. Tra l’8% di coloro che non hanno effettivamente conferito i propri prodotti e il 17% che lo ha fatto per coercizione non ci devono essere fratture: questi ultimi vanno recuperati alla lotta – in qualche università, ad esempio, alcuni hanno espresso apertamente il loro disagio di essersi trovati costretti (a volte anche per ragioni personali) a ottemperare alla procedura (che, va ricordato, è volontaria, non essendo prevista da nessuna legge), pur condividendo le ragioni della protesta. Non va dimenticato, inoltre, che l’Anvur è stata costretta a rinviare per ben due volte la data della scadenza della Vqr e che un terzo rinvio è stato rifiutato solo per evitare il ridicolo. Infine, la protesta ha avuto anche qualche risonanza nei mass-media notoriamente schierati contro quei privilegiati e fannulloni dei professori universitari. Per quanto non sembri molto – resta il 75% degli allineati, anche se, forse, pure tra costoro qualche mal di pancia c’è – in realtà è un dato importante e potenzialmente decisivo per le sorti dell’università pubblica italiana, perché delinea un orizzonte di lotta molto ampio, che non si registrava da anni, anzi da decenni.

Quello che nessuno dice, però, è che, per ora, la sconfitta non è solo dei pochi ribelli, ma di tutti, anche, se non soprattutto, degli zelanti, dei ligi al dovere imposto dall’ideologia del servizio pubblico, dei realisti più realisti del re (il cui servilismo non li rende necessariamente vincitori), dell’incapacità politica (indipendentemente dalle dichiarazioni) ormai conclamata della Crui, dei Rettori, dei Direttori di dipartimento, dei Consigli di dipartimento e di tanti ricercatori e professori, soprattutto di quelli che inizialmente avevano appoggiato la lotta e che poi si sono sottratti all’ultimo momento con argomenti pretestuosi (false proiezioni basate su dati incompleti), per ignavia, o addirittura esibendosi in promesse farsesche di una rivoluzione prossima ventura. Sappiamo da tempo che parlare di rivoluzione, di scioperi selvaggi o attacchi alla diligenza è il modo migliore per non fare nulla. Chi se ne riempie la bocca, infatti, non ne riempie la storia e tutt’al più soddisfa la propria pulsione anarcoide, effetto della sua costante assenza dai luoghi reali della lotta politica. Che è lì dove si dà un’occasione e ci sono strumenti (anche deboli) a disposizione, dove si presentano ragioni sufficienti e dove esistono realistiche prospettive di espansione della lotta. Nel caso della Vqr, da rivendicazione corporativa riguardo problemi salariali a posizione di una serie di questioni più ampie sull’università, la formazione, la valutazione, la selezione e il reclutamento (soprattutto in relazione ai precari); ma anche sul diritto allo studio (il problema delle borse è drammatico), le strutture e gli investimenti.

Abbiamo perso, infatti, significa – e questo interessa agli studenti e alle famiglie, al di là delle insensate regole della Vqr – che l’università pubblica italiana ha perso: forse definitivamente. E quel «forse» dipende tutto dal 25% di cui parlavamo sopra. Viene da chiedersi: ma se anche di fronte a rivendicazioni banalmente salariali, il mondo accademico non s’è mosso in modo compatto, per quale altra ragione sarà disposto a mobilitarsi? Gran parte del 75% non è mosso di per sé da alti ideali: tra chi pensa solo alla pensione, chi continua a farsi i fatti propri soddisfatto del proprio stipendio e chi addirittura ci crede, per cinismo o per fatalismo, non resta granché. Nella protesta, però, si è palesata una composizione trasversale sia generazionale sia di ruoli che speriamo non abdichi all’onere di provare a costruire l’università pubblica del futuro fuori dai canoni dell’aziendalismo e della privatizzazione. I più giovani soprattutto, si pensi ai precari, che sono la componente più dinamica dell’università e quella più fottuta dalla ristrutturazione in corso; e i ricercatori, che non sono professori, forse è il caso di ricordarlo, anche se per tenere su la baracca fanno i corsi, malpagati, e molto altro che non dovrebbe fare, lavorando come un ordinario ma con la metà dello stipendio. Questa sconfitta, dunque, potrebbe sedimentare le basi per la prosecuzione della lotta.

In caso contrario, le conseguenze saranno pesanti e non solo per i ribelli, ma per tutti. Per capirlo, basta leggere l’intervista a La repubblica  rilasciata il 4 febbraio 2012 dall’Ing. Prof. Sergio Benedetto, nella quale l’allora membro del direttivo della Vqr, col candore che riverbera dal suo cognome, sollecitato da un’ossequiosa giornalista del quotidiano che si è distinto negli ultimi anni per le continue campagne di disinformazione e demonizzazione di alcuni comparti dello Stato (scuola e università su tutti), così affermava:

G: Alla fine del vostro lavoro avremo una mappatura dell’università italiana, con indicata la serie A la serie B… e la serie Z.

B: Sì, il risultato finale sarà una classificazione delle università fatta all’interno di ogni area scientifica. Ad esempio, emergerà una graduatoria che dirà come la ricerca nella fisica sia migliore nell’ateneo A piuttosto che B, e così via. I ragazzi saranno aiutati a scegliere.

Fosse vero… Col metodo di valutazione adottato (peraltro viziato da un fatal error), la sola cosa che forse riusciranno a capire sarà il grado di notorietà di alcuni docenti piuttosto che altri, ma non certo a stabilire quale ricerca è davvero ben fatta e se è utile oggi o domani, visto che la valutazione si basa o sul grado di apprezzamento da parte della comunità scientifica o, peggio, sul gradimento espresso da alcuni kapò che si prestano a valutare, con le loro incomplete conoscenze e per 30 denari cadauno, i prodotti dei colleghi della loro stessa area disciplinare, come se dall’alto della loro statura (e «non conoscendo affatto la statura di dio» come cantava il poeta) potessero sindacare su tutto e tutti, distribuendo voti e… vendicandosi finalmente dei loro nemici accademici. Perché questo è la Vqr (per non parlare dell’Asn: l’abilitazione scientifica nazionale): un regolamento di conti interno all’università (anche quando va bene), in modo tale che la classifica delle università risulti essere il frutto di una pulizia interna.

Mentre il primo meccanismo si basa sul numero di citazioni che un certo testo totalizza nella comunità scientifica (pensate che valutazione avrebbero avuto Mendel o Einstein se si fosse ascoltata la «comunità scientifica» del loro tempo – e questo per le scienze «dure»: immaginiamoci per le altre), il secondo, il peggiore (chiamato in gergo peer review, che di una revisione tra pari ha solo il nome), è un sistema del tutto soggettivo: se ti valutano gli amici va tutto bene, se ti valutano i nemici va tutto male, altrimenti stai nel mezzo; senza contare che le valutazioni non sono motivate, ma calate dall’alto come giudizi divini. E che dire del ruolo che in tutto questo giocano l’incompetenza, l’ignoranza o le paturnie personali di qualche baronazzo di seconda fila pronto a sfogare la propria frustrazione sul lavoro altrui?

Ma il solerte burocrate prosegue nel cantare le magnifiche sorti e progressive della Vqr, perché, grazie a essa:

G: Ci saranno gli atenei che danno la laurea triennale, quelli che specializzano e le strutture dell’eccellenza con i dottorati.

B: Tutte le università dovranno ripartire da zero. E quando la valutazione sarà conclusa, avremo la distinzione tra researching university e teaching university. Ad alcune si potrà dire: tu fai solo il corso di laurea triennale. E qualche sede dovrà essere chiusa. Ora rivedremo anche i corsi di dottorato, con criteri che porteranno a una diminuzione molto netta.

Bene cari studenti e cari genitori: preparatevi a pagare (molto più di quanto non pagate oggi) per avere la qualità (se tale è)! Oppure convincetevi che, a questo punto, tanto vale andare a studiare all’estero. Questi sono i risultati dell’euro speso dal governo Renzi in cultura per ogni euro speso nella lotta al terrorismo e delle propagandistiche promesse di investire nelle università con la chiamata di 500 teste fine anche dall’estero o di qualche nuovo docente (un migliaio circa) a fronte di un sostanziale e pluriennale blocco del turnover, e una perdita di migliaia di posti di lavoro (circa 10.000 in sei anni). Ma si preparino soprattutto studenti e genitori delle università del Sud, perché saranno quelle a diventare quasi esclusivamente teaching university e, quindi, non licei o poco più, ma vere e proprie scuole professionalizzanti, la cui laurea non varrà un penny. È ovvio, inoltre, che se da ciò non deriverà l’abolizione del valore legale del titolo di studio (com’è peraltro molto probabile) ne deriverà senz’altro una diversificazione e gerarchizzazione del valore.

Le università di serie A, invece, si spartiranno la torta: a loro verrà dato di più perché a qualcun altro è stato tolto, forse anche immeritatamente, dal momento che in molte università cosiddette di serie B è probabile (statisticamente) ci sia qualche ottimo ricercatore. Nonostante l’apologia dell’individuo, infatti, ognuno è legato alla valutazione della struttura a cui appartiene, col risultato che il proprio impegno può essere vanificato un cattivo risultato collettivo. Così la classificazione e la gerarchizzazione potranno proseguire! Come avviene già a livello internazionale, dove qualcuno, bardato di criteri discutibili, si perita di fornire ogni anno la classifica delle migliori università al mondo. E quelle italiane sono sempre in fondo! Già, ma nessuno dice che mentre le risorse attribuite annualmente all’Università italiana rappresentano circa lo 0,4% del PIL, i Paesi che sono in testa alla classifica investono più del doppio delle risorse. È la solita logica liberale: in attesa che tutti possano partire dalle stesse condizioni, si fa una bella classifica che premia solo quelli già bravi! Forse, così facendo, credono che quelli ‘scarsi’ si daranno da fare di più per raggiungere quelli bravi? Beh, qui una risata ci sta!

Se qualcuno crede poi che, in questo modo, si apriranno nuovi posti per i precari, probabilmente non ha capito l’antifona. Diminuiranno i dottorati, diminuiranno comunque i posti per la ricerca (la figura del ricercatore a tempo indeterminato è stata abolita dalla legge Gelmini), aumenteranno gli studenti per docente (soprattutto nelle università migliori), la ricerca finanziata sarà sempre più limitata ad alcuni settori, lasciando il resto al mercato, la libertà di insegnamento sempre più vincolata all’utile economico e quando le teaching university si svuoteranno (e chi ci andrà?, perché pagare per avere un pezzo di carta straccia?) verranno chiuse; e si potrebbe continuare. La divisione tra serie A e B – per proseguire con la metafora calcistica, che rappresenta ormai il livello più alto di impiego del pensiero figurato in questo Paese – è uno specchietto per le allodole, dato che il campionato che conta è la Champions League e non i campionati nazionali. Sarà divertente vedere applicati criteri ancor più restrittivi alle stesse università di serie A, per distinguerle in A1 e A2 o per dare ad alcune di loro la patente di università europee e ad altre quella di semplici atenei locali.

Non è una risata che seppellirà i devastatori dell’università pubblica italiana che sono tutt’uno con gli autori in malafede della sua privatizzazione; ma merda: quanta non ne abbiamo vista mai.

Per evitare che ciò accada, bisogna proseguire nella lotta, come si sta cercando di fare pur tra mille difficoltà. La protesta contro la Vqr ha prodotto un po’ di mobilitazione interna (l’ultima di una certa consistenza risaliva a quella dei soli ricercatori contro l’approvazione della legge Gelmini: 240/2010) e molta discussione anche accesa (che fa sempre bene); inoltre, sembra si sia prodotta – e se sì va ampliata e consolidata – un’intesa trasversale tra professori e ricercatori. Coinvolgere in essa i precari facendo proprie le loro rivendicazioni – capendo la delicatezza ma anche la strategicità della loro posizione – sarebbe un passo fondamentale. Numerose iniziative sono al vaglio: dagli scioperi riguardo le sedute di laurea e gli esami ai boicottaggi delle attività non previste dal contratto, dalle pressioni sul governo al rifiuto di fare i valutatori-kapò e altro ancora. Se concertate potrebbero avere un impatto significativo sull’ordinario funzionamento delle attività universitarie.

Crediamo, però, sarebbe il caso di prendere in esame anche alcune altre ipotesi, che peraltro non escludono a priori una sinergia con quelle appena ricordate. Sappiamo che le ambiguità contenute nella legge 240/2010 riguardo agli incarichi di docenza curricolare di cui sono investiti i ricercatori a tempo indeterminato sono passibili di contestazione, come dimostra la sentenza del Tar Lombardia n. 00644/2015, che ha accolto il ricorso di alcuni ricercatori del Politecnico di Milano contro il tentativo dell’Ateneo di rendere obbligatorie 80 ore di didattica frontale all’interno delle 350 di didattica integrativa previste dalla legge. Questa fattispecie configura la possibilità di un’astensione da parte dei ricercatori incardinati dalla didattica curricolare (da rafforzare con la contemporanea rinuncia degli altri docenti ad accettare carichi didattici oltre il monte ore previsto per legge e/o a supplire i corsi lasciati vacanti dai ricercatori), mentre più delicata è la posizione di quelli a tempo determinato. Si tratta perciò di individuare terreni di lotta capaci di fungere da campo di battaglia comune per ricercatori e professori e quindi in grado di portare a un coinvolgimento più ampio e unitario di quello verificatosi sino ad ora. In particolare, sarebbero da considerare: 1) la rivendicazione del ruolo unico con conseguente abolizione della gerarchia accademica e relativo accesso gerarchizzato agli incarichi universitari (una proposta che circola da tempo nei circuiti del dibattito universitario); 2) la richiesta di porre fine alla Vqr e chiudere l’Anvur (con significativo risparmio per le casse dello Stato) ossia: a) il rifiuto di ogni paradigma meritocratico e di ogni forma di valutazione per manifesta impossibilità (con qualunque sistema) di arrivare a un esito scientifico della stessa; b) l’abolizione di un’agenzia che genera gerarchie prive di fondamento scientifico e legittima una politica di distruzione dell’università pubblica, anziché lavorare per il suo miglioramento e il suo consolidamento.

Sono modeste proposte, ma solo così «l’inverno del nostro scontento» potrà forse diventare «una radiosa estate» (sempre il Riccardo III) e riusciremo a non ridurci come Ethan Hawley, il protagonista di L’inverno del nostro scontento di Steinbeck.

Post-scriptum del 1 aprile 2016:
G.C.
Il pezzo è stato scritto prima che arrivasse la notizia della riapertura della Vqr da parte dell’Anvur.
Forse abbiamo commesso, anche questa volta, il solito errore: li abbiamo presi troppo sul serio. Il ridicolo a cui si espongono e la totale assenza di dignità di questi sedicenti manager rende evidente, da un lato, che se non sanno gestire una protesta che raggiunge al massimo un quarto del corpo docente, immaginiamoci cosa succederebbe con una pressione maggiore; dall’altro, però, ne manifesta la pericolosità: per chi non ha consegnato i prodotti, infatti, saranno dieci giorni di passione, perché l’unico scopo della riapertura della Vqr è far rientrare i riottosi. La non rappresentatività dei risultati ottenuti è una parziale scusa. L’8% di prodotti mancanti non cambia granché nella media, anche se ci sono dipartimenti con percentuali molto più alte. Il punto politico rilevante è la decisione di non tollerare alcun dissenso, nel timore che esso possa espandersi. In ogni caso, continuiamo a pensare che prima di cantar vittoria occorra prudenza. Per ora meglio continuare a resistere e a investire sul rilancio e sull’ampliamento della protesta.

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