mercoledì , 29 giugno 2016
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Il capodanno del patriarcato e l’urgenza di una politica femminista

di PAOLA RUDAN

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Capodanno ColoniaA capodanno, a Colonia, decine di donne sono state molestate, stuprate e derubate da decine di uomini. Allo stato attuale delle indagini, sembra che le aggressioni non siano state concertate e pianificate; inoltre, gli «apparentemente arabi» che, secondo i primi resoconti, le hanno commesse non erano, almeno non tutti, rifugiati arrivati in Germania negli ultimi mesi. Il fatto è, dunque, che decine di donne sono state molestate, stuprate e derubate da decine di uomini che hanno trovato un’improvvisa sintonia e comunità d’intenti nella violenza sessuale, al di là della loro provenienza, dell’appartenenza religiosa o culturale, del loro status legale. Vi è però un altro fatto altrettanto incontestabile, ovvero che molti di quegli uomini erano migranti. La possibilità di prenderne atto e di pensarne le conseguenze per le donne sembra chiusa o almeno limitata dalla dinamica speculare che si è affermata tanto sui principali organi di stampa quanto nel dibattito di movimento, che vede un comprensibile e legittimo antirazzismo femminista contrapporsi a un inaccettabile e violento razzismo patriarcalista. Così, il rifiuto e il timore di essere complici delle retoriche razziste spinge donne e femministe a prendere risolutamente le difese dei migranti, a partire dal riconoscimento che il patriarcato è ovunque e che la «cultura dello stupro» era già presente anche nella civilissima Germania prima di esservi «importata» dai nuovi arrivati. Tuttavia, se è vero che il patriarcato è un fatto sociale globale, vale la pena pensare ai modi differenti attraverso i quali si manifesta, che non hanno a che fare con la cultura o la religione – benché ne siano inevitabilmente condizionati – ma con la configurazione dei rapporti di potere tra i sessi.

Che tutti i molestatori, stupratori e borseggiatori di Colonia fossero maschi dovrebbe essere sufficiente a fare chiarezza sull’ideologia dello «scontro di civiltà» agitata da molti e da molte non appena la notizia è arrivata sulle prime pagine di tutti i media europei. In quelle decine di donne in festa accompagnate da altre donne – e dunque «sole», svincolate dalla maschia proprietà e protezione – quegli uomini hanno visto soltanto piena disponibilità: dei loro corpi, del loro tempo, delle loro cose. Questa è senza ombra di dubbio la più lampante evidenza della logica che muove la violenza maschile sulle donne, resa tanto più manifesta quanto più è stata condivisa e praticata nel medesimo istante e in un medesimo luogo da un numero consistente di uomini diversi. Dire che succede dappertutto non è però sufficiente ed è persino pericoloso. Ogni donna in Europa sa che cosa significa essere «apprezzata» da un gruppo di uomini mentre cammina per le vie del centro, palpeggiata su un autobus o discriminata sul posto di lavoro. La violenza sessuale sulle donne non è praticata solo a capodanno, nelle piazze affollate, nei vicoli bui o nelle minacciose periferie delle metropoli multietniche, ma anche tra le pareti domestiche da occidentalissimi mariti e padri di famiglia. Una volta riconosciuto tutto questo, però, è necessario anche registrare che vi sono differenze specifiche relative ai modi, all’entità, alla legittimità pubblica di queste violenze. E si deve anche registrare che queste differenze non sono dovute a valori universali, ma alla forza che le donne hanno saputo esprimere in Occidente come altrove. La differenza, in altri termini, non sta nelle culture, ma nella forza che le donne sanno esprimere dentro e contro quelle culture. Oggi le donne tedesche stanno denunciando l’accaduto perché lo considerano intollerabile. Le donne indiane che tre anni fa hanno manifestato in massa contro alcuni casi di stupro – casi di cui tutto il mondo ha avuto notizia per la loro brutalità ed efferatezza – ne hanno denunciato con forza l’ordinarietà, pretendendo non solo adeguate riforme legislative mirate a punire i colpevoli, ma anche la radicale trasformazione di una cultura che rendeva quella violenza non perseguibile e non perseguita penalmente perché giustificata da specifici rapporti di potere tra i sessi. Affermare il carattere universale del patriarcato – l’omogeneità di una concezione della donna come oggetto pienamente disponibile – rischia di oscurare tanto le diverse condizioni all’interno delle quali esso si esprime, quanto la lotta che le donne hanno portato avanti e tuttora combattono per mutare quelle condizioni e conquistare spazi di libertà.

Riconoscere queste differenze impone di pensarle su un piano globale. Questo significa che non possono essere confinate in questo o quel luogo del mondo, perché sono simultaneamente in ogni luogo e si muovono assieme agli individui, uomini e donne, che portano con sé, che praticano oppure contestano, le diverse forme del patriarcato globale. Va affermata con forza la necessità di negare l’equazione migrante/stupratore o islamico/stupratore, la necessità di contrastare ogni generalizzazione funzionale alla giustificazione del razzismo delle estreme destre e di quello democratico. Opporsi al razzismo è urgente, tanto quanto riconoscere che i fatti di Colonia hanno solo offerto un puntello ideologico a quanti, dopo l’estate del 2015, hanno cercato di governare la crisi scatenata dai migranti attraverso un irrigidimento dei controlli e delle chiusure selettive dei confini. E tuttavia non si può negare che tra i maschi di Colonia vi fossero anche dei migranti, perché subire quotidianamente il razzismo e lo sfruttamento non rende innocenti delle molestie e degli stupri. Bisogna riconoscere che sono possibili anche forme di soggettivazione negativa, cioè che dentro alle lotte per la libertà e per una vita migliore, dentro al rifiuto del dominio del capitale, può ugualmente riprodursi una considerazione patriarcale della libertà e del corpo delle donne. Molte donne egiziane hanno dovuto imparare che Piazza Tahrir non era un posto per loro. Solo assegnando una priorità politica alla presenza libera delle donne si può definire un terreno di lotta che non tema alcuna complicità con il razzismo. L’antirazzismo non è sufficiente, come sa ogni donna che quotidianamente lotti insieme ai migranti e si deve confrontare con la più o meno occasionale negazione di acquisizioni date per scontate, a partire dalla legittimità di una sua presa di parola pubblica come donna e, di conseguenza, di una presa di parola pubblica e politica insieme alle donne migranti.

Invece di preoccuparsi solo delle sordide strumentalizzazioni, finendo per avere come fastidiosa controparte chi afferma la superiorità della civiltà occidentale su qualunque altra cultura, invece di fare della condizione delle donne europee il punto più avanzato lungo un’emancipazione a cui dovrebbero adeguarsi tutte le altre donne del mondo, bisogna ribadire che sono solo le donne a stabilire il limite del patriarcato. Se è così, allora sono ancora le donne che oggi devono interrogarsi su quali discorsi e quali pratiche siano all’altezza della sfida imposta dal patriarcato globale, soprattutto nel momento in cui i movimenti di uomini e donne migranti producono e intensificano trasformazioni dei rapporti sessuali di potere in ogni punto del mondo. Una politica femminista non può accontentarsi dell’antirazzismo, ma deve essere capace di agire contro l’ordine e la legge del patriarcato. Di fronte al capodanno di Colonia è possibile schierarsi solo e radicalmente dalla parte delle donne.

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