martedì , 24 Novembre 2020

Tutti insieme con(tro) i migranti

Tutti insieme contro i migrantiNegli ultimi anni in Italia i migranti e le migranti sono stati i protagonisti di lotte che sembravano ormai impossibili, dalle condizioni di lavoro, al salario, alle questioni sociali della casa fino alle condizioni politiche che li rendono più ricattabili di altri: il permesso di soggiorno. Mentre alcuni lamentano l’attacco al diritto di sciopero, i migranti scioperavano. Mentre i cuori teneri piangevano le vittime del mare, i migranti abbattevano muri.

Negli stessi anni, di fronte a questo protagonismo assoluto dei migranti, gruppi più o meno militanti hanno speso parole – e tanto impegno – per dire che no, non bisogna parlare di migranti. Perché secondo loro questi uomini e donne che qui, nel ventre della bestia, sono in prima fila nelle lotte più dure e avanzate in circolazione, non sono altro che vittime, a casa loro, dell’imperialismo. Dunque vanno innanzi tutto chiamati immigrati. Sia mai che a qualcuno venga in mente che il problema per noi non è ricordarsi da dove vengono, ma cosa vuol dire per chi fa politica se nella stessa stanza ci sono persone con in tasca documenti diversi e che, in molti casi, hanno anche un colore della pelle diverso. Basta dire immigrati e il problema si risolve. Tutte le contraddizioni del presente hanno una risposta: l’internazionalismo antimperialista. Poco conta che ormai, a difendere le nazioni come ultimo baluardo contro il capitale, siano rimasti solo neosovranisti e comunisti duri e puri, di cui si contano i successi. O forse non deve sorprendere che applicando le lenti deformate della storia a un mondo in ebollizione si finisca per prendere abbagli e trovarsi in cattiva compagnia.

Lungi dal chiedersi cosa fare qui e ora per rivendicare il diritto di questi uomini e donne a muoversi e vivere dove ritengono possibile migliorare la loro vita, i duri e puri preferiscono il negazionsimo, evocando la fine – certo imminente – dell’imperialismo. Viene da pensare che, essendo il cinema un po’ troppo borghese, questi compagni non abbiano visto film come Machete, che qualche indicazione su questo casino dei confini e di questi migranti pure la offre. «C’è la legge, e c’è ciò che è giusto», dice nel film la cacciatrice di migranti convertita in aiutante per la rete clandestina che organizza il passaggio della frontiera dei messicani. «Ci sono i fratelli immigrati, e ci siamo noi», paiono rispondere i compagni mai convertiti. Solidali certo sempre molto, ma non chiamateli migranti! E soprattutto non pensiate che la loro vita non sia solo e sempre frutto della costrizione. Loro hanno attraversato confini che noi diciamo di voler abbattere a parole, è vero. Ma sono stati costretti dall’imperialismo! Loro hanno sfidato il caporalato nelle campagne, certo. Ma se erano lì è perché erano costretti dall’imperialismo! Loro hanno smontato il sistema della cooperative nella logistica, lo sappiamo bene. Ma sono proletari che si ribellano all’imperialismo! Loro vorrebbero vivere senza dover dipendere da un permesso di soggiorno e circolando liberamente per l’Europa. Ma è tutto frutto dell’imperialismo! Viene quasi da pensare che l’imperialismo sia una grande forza liberatrice, ma sappiamo che non è così.

Sappiamo però che questa ostinazione a voler incatenare uomini e donne che sono qui, vivono qui, lavorano qui e lottano qui alla loro condizione di «immigrati», questa fascinazione per la catastrofe e la sofferenza, avvicina pericolosamente questi compagni ai loro più acerrimi nemici. Combattere affinché nessuno sia costretto a emigrare, dicono gli uni. Aiutiamoli a casa loro, dicono gli altri. La libertà di circolazione è un sogno cosmopolita borghese, assicurano i primi. Aprire le frontiere è impossibile, rispondono i secondi. Poi c’è la più bella: parlare di migranti vuol dire sciopero etnico, dicono i sindacati collaborazionisti! Parlare di migranti divide il proletariato, rispondono i sindacati rivoluzionari! In tutto questo ci sono milioni di uomini e donne che lottano quotidianamente per conquistarsi spazi di libertà. Lo fanno a volte appoggiandosi ai volenterosi compagni antimperialisti, che basta chiamarli immigrati e non rifiutano mai un aiuto, molto più spesso da soli, come da soli hanno inseguito il sogno borghese di attraversare i confini per cambiare la loro vita. Potrebbe essere che, prima o poi, riescano anche nell’impresa più dura: scalfire le certezze indelebili di chi insegue il sol dell’avvenire. Siamo sicuri che quel giorno, una volta superato lo smarrimento, anche i compagni più duri si scioglieranno in un sorriso, scoprendo finalmente i loro veri amici.

Noi siamo con loro.

Download this article as an e-book

Print Friendly, PDF & Email

leggi anche...

Quanto contano la vita e il lavoro in pelle nera? Milano, le fragole e il lavoro migrante

Black Lives Matter! Se sei nero, ti chiami George Floyd e abiti a Minneapolis, la …